Niente eredità per i sei figli di Sting: l’artista lo aveva annunciato e non ha cambiato idea, tanto da aver ribadito, nel corso di una recente intervista, che non aprirà alcun fondo speciale né lascerà un lauto conto in banca ai discendenti: «Loro vogliono lavorare», ha dichiarato, precisando di non ritenere che un lauto conto in banca a nome loro possa essere considerato un regalo. Ma l’artista non è il solo a pensarla così nel mondo dei vip: molti preferiscono lasciare spazio ai figli, senza gravarli di nomi importanti o dell’etichetta di “nepo baby”. Che sia un cambio di tendenza?

Sting non cambia idea sulla “non eredità”

«I miei figli vogliono lavorare. Vogliono forgiare la propria strada nella vita. Non ho intenzione di togliergliela. Non voglio rubare la loro ambizione. È questione di etica del lavoro, e loro ce l’hanno». Le parole di Sting non lasciano dubbi: l’interprete di Message in a bottle questa volta non ha affidato il proprio messaggio ad alcuna bottiglia, ma ha ribadito forte e chiaro non ha intenzione di lasciare ai figli una ricca eredità, un trust o un fondo fiduciario a loro nome, quando deciderà di smettere a sua volta di lavorare ed esibirsi. «Non credo che sia un regalo da fare loro, è troppo», ha sottolineato confermando quanto già affermato in passato.

Nessun nepo baby per i figli di Sting

Mentre i figli di altri vip non esitano a farsi largo nel mondo dello spettacolo, della musica, del cinema o comunque sotto i riflettori, anche grazie al proprio cognome, per quelli di Gordon Matthew Thomas Sumner (Sting) la vita a quanto pare proseguirà senza godere di luce riflessa – quella della fama del padre – e senza contare sul patrimonio paterno. Che si aggirerebbe, secondo le ultime stime, sui 550 milioni di euro. «Credo di usare bene i miei soldi, non sono multimilionario e li ho guadagnati duramente», aveva dichiarato al Mail on Sunday ancora diversi anni fa, chiudendo all’ipotesi che nella sua famiglia potesse esserci posto per i“baby nepo” (o nepo babies), i figli di personaggi famosi che hanno costruito una carriera proprio grazie alla famiglia.

Farsi strada all’ombra dei genitori si può

Non che i figli di Sting vivano in ristrettezze economiche, ma certamente hanno scelto una dimensione più discreta. Vale per Joseph (50 anni) e Fuchsia (44), avuti dalla prima moglie Frances Tomelty, così come per Bridget (42), Jake (41), Eliot (36) e Giacomo (31), nati dalle seconde nozze con Trudie Styler, sposata 34 anni fa. Nessuno ha mai chiesto aiuto economico ai genitori, stando a quanto dichiarato da Sting, che comunque ha sempre chiarito che, in caso di necessità, non avrebbe esitato a sostenerli.

Chi ha preso le distanze dai genitori famosi

In ogni caso non si tratta di una condizione isolata: ci sono anche altri figli di personaggi famosi che hanno preso le distanze da genitori “ingombranti”, come Ireland Baldwin. La figlia di Alec Baldwin e Kim Basinger ha rivelato di non aver vissuto bene il carico di aspettative che gravava su di lei per aver scelto una carriera da modella, indicata sempre come “figlia di…”, dunque in qualche modo favorita.

Anche in Italia, però, ci sono esempi diversi: si va da LDA (all’anagrafe Luca D’Alessio, figlio di Gigi) a Tredici Pietro (figlio di Gianni Morandi), mentre non hanno nascosto il loro cognome Angelina Mango (figlia di Pino), Irene Fornaciari (figlia di Zucchero), Leo Gassmann (figlio di Alessandro e nipote di Vittorio) o, in altri ambiti, Alberto Angela, figlio di Piero.

Il rischio (e la certezza) del paragone

Alla base della scelta di carriere autonome e indipendenza economica c’è certamente anche la volontà di non diventare vittime di paragoni, che spesso travalicano le doti artistiche e il talento, per sfociare nella mera critica estetica (vedasi Jolanda Renga, figlia di Francesco Renga e Ambra, ritenuta “meno bella” e affascinante dei genitori). «Il paragone con genitori famosi può essere un peso enorme: non si tratta solo di confronto estetico o di talento, ma del rischio di perdere la propria autenticità», spiega Virginia Vandini, sociologa, supervisor, counselor e formatrice.

In gioco il proprio “daimon”

In questo caso «entra in gioco il concetto di daimon, come lo intendevano Socrate e, successivamente, James Hillman. Per Socrate, il daimon è quella voce interiore che guida verso il proprio destino, il proprio percorso unico di realizzazione; Hillman lo interpreta come il compito della vita che “chiede” di essere vissuto, un’espressione unica dell’anima. Quando un figlio si trova sotto l’ombra di un genitore celebre, può sentire la propria voce interiore soffocata dal confronto esterno, dai paragoni sociali e mediatici – spiega l’esperta – La scelta di percorsi indipendenti, come quella di Sting verso i figli, diventa un atto che facilita la fedeltà al proprio daimon. Questo favorisce la costruzione di un’identità autonoma e autentica, libera dalle aspettative esterne».

L’inizio di una controtendenza?

Ma se in passato i figli di personaggi famosi, soprattutto nel mondo dello spettacolo, erano numerosi e di parlava persino di casta e nepotismo (da cui, appunto, i termini “baby nepo”/”nepo babies”), oggi sembra di assistere a una controtendenza, ossia allontanarsi dalla carriera dei genitori, per costruirsi un percorso di vita più discreto, ma soprattutto autentico. «Sì, è una tendenza sempre più riconosciuta. Non lasciare l’eredità economica può essere, paradossalmente, un dono: obbliga i figli a confrontarsi con il mondo, a sviluppare resilienza, autonomia e creatività. Anche Gibran, con la sua metafora dell’arco e delle frecce, ci ricorda che il compito dei genitori è dare radici per la sicurezza e ali per il volo. Il percorso “riservato”, quindi, non è fuga, anonimato, ma un’affermazione del cammino scelto contro la pressione del paragone», conferma Vandini.

Evitare critiche e invidie

D’altro canto adottare stili di vita più low profile o addirittura un (quasi) anonimato aiuta anche a evitare di attirare inevitabili invidie, specie sui social: «L’effetto può essere duplice: sul piano sociale, riduce le occasioni di critica, invidia o conflitto con lo status dei genitori. Sul piano interiore invece, può essere letto come un modo per rispettare la propria unicità e non farsi inglobare da un destino imposto dall’altrui fama o ricchezza», sottolinea Vandini.

L’arma dell’ironia

C’è poi anche ha scelto l’arma dell’ironia, come Tallulah Willis, figlia di Bruce Willis e Demi Moore, che tempo fa ha indossato una t-shirt con scritto: All my sisters are nepo babies (“Tutte le mie sorelle sono nepo babies”). «Sul piano sociale, uscire dall’etichetta di “figlio di” o “genitore di” richiede tre movimenti: costruire competenze riconoscibili indipendentemente dal cognome, differenziare il proprio posizionamento pubblico (anche con ambiti o linguaggi distinti) e gestire la narrazione – talvolta con ironia, talvolta con discrezione – trasformando lo stigma in consapevolezza» spiega l’esperta. «Si tratta, in altre parole, di onorare la propria origine senza farne l’unico elemento identitario». A quanto pare qualcuno e qualcuna ci riesce.