Altro che luoghi sconosciuti, originali e avventurosi: le vacanze sono sempre più all’insegna del ricordo, del passato, delle proprie radici, soprattutto per la Gen Z. A dirlo sono le nuove tendenze, secondo cui sempre più giovani in vacanza scelgono di tornare là dove hanno trascorso la propria infanzia. Ma guai a chiamarla (solo) “operazione nostalgia”.
In vacanza nei luoghi dell’infanzia
Per oltre 7 persone su 10 le vacanze coincidono con un ritorno al passato, seppure momentaneo o limitato. Alcune ricerche, infatti, indicano che il 73% di chi viaggia in estate punta a tornare nei paesi d’origine e non solo per ritrovare i parenti che magari ancora ci vivono. Vale anche, infatti, per i luoghi di villeggiatura dell’infanzia. A colpire, però, è il fatto che la percentuale arriva persino all’82% nel caso dei giovani. «Non mi meraviglia. La nostalgia non è una questione di età, è una risposta alla discontinuità: si attiva quando si cambia troppo, troppo in fretta. E oggi la fase più discontinua della vita sono i vent’anni», spiega Alessandro Calderoni, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, fondatore e direttore del centro clinico Psymind e del servizio di sollievo rapido Relief.
Alla riscoperta del passato (o di se stessi)
Poco importa, dunque, se quei luoghi nel frattempo sono cambiati, almeno quanto chi ci torna: come spesso accade, tutto appare ridimensionato nelle misure, negli spazi, oppure semplicemente cambiato: talvolta un po’ più abbandonato, in altri casi invece mutato perché quei negozi (o bar o sale giochi) non ci sono semplicemente più o sono stati sostituiti da altri. Oppure perché quei campi o prati dove si giocava da bambini oggi ospitano nuove case o strutture ricettive e sportive. Ciò che rimane, però, è spesso un sentimento di riscoperta del passato o di se stessi.
Perché si cerca la propria identità
«Quando il presente è denso di richieste e di pressioni, la mente cerca un punto fermo. È come cercare una continuità del Sé, cioè la sensazione che il me di oggi sia ancora lo stesso di allora: non è un obiettivo che si raggiunge una volta per tutte, ma più una costruzione narrativa che va manutenuta e i luoghi sono il modo più economico ed efficace per farlo. Un posto che non è cambiato fa da prova materiale del fatto che la nostra storia tiene – sottolinea Calderoni – Un posto che un po’ è cambiato, invece, ci insegna che anche noi lo siamo».
La ricerca di un luogo sicuro
Al contrario di quanto si possa pensare, dunque, i più affascinati dai luoghi dell’infanzia non sono gli adulti o gli anziani, ma i giovani. Come conferma lo psicologo Constantine Sedikides, profondo studioso del concetto di nostalgia, il desiderio di tornare al passato diventa più forte soprattutto nei momenti di incertezza nel presente. Quando si vive una fase di cambiamento, dunque, o quando il futuro è quantomai imprevedibile, è come se scattasse il bisogno di sicurezza che solo un posto dove si è cresciuti o dove si è trascorso un periodo di vita felice può dare. Pur evolvendo, infatti, ciascuno percepisce l’esigenza di “ritrovarsi”, di sentire che la propria identità non è del tutto cambiata.
La trappola della nostalgia
La ricerca di un luogo sicuro, dunque, è «centrale. Non torniamo davvero in un luogo: torniamo davanti a una versione di noi. La casa dei nonni, la spiaggia, il cortile funzionano come device di memoria autobiografica: il posto è rimasto lì, uguale o quasi, e diventa il metro con cui misuriamo quanto ci siamo mossi e quanto si è spostato il mondo. È un confronto che può essere dolce o scomodo – avverte Calderoni – Il rischio è l’idealizzazione. Se il passato diventa il posto in cui le cose funzionavano e il presente quello in cui non funzionano più, la nostalgia smette di essere una risorsa e diventa una forma di ritiro. Quindi sarebbe interessante chiedersi, al ritorno, se quei “cari e vecchi” luoghi ci hanno rimesso in moto o ci hanno ha dato un alibi per immobilizzarci».
Il pessimismo sul futuro
C’è anche un altro rischio: accentuare il pessimismo sul futuro. «Circa metà degli italiani ha una visione pessimistica sulla propria situazione e la quota di chi si dichiara nostalgico del passato è cresciuta di sei punti in sei mesi. La vacanza identitaria è la versione turistica di questo bisogno. Da clinico aggiungo una cosa: non chiamiamola regressione. È un rifornimento. Serve a ricaricare il senso di appartenenza e di identità per poi rientrare nell’incertezza con qualcosa in mano», sottolinea Alessandro Calderoni.
Luoghi instagrammabili vs luoghi del cuore
Ma se si cerca se stessi, che fine fa l’immagine pubblica, social, insieme alle foto dai luoghi instagrammabili? «Rispondono a due domande diverse. Il luogo instagrammabile risponde a “Come mi vedono?”. Il luogo delle radici risponde a “Chi sono?”. Il primo è autopresentazione, il secondo è autoverifica. Sono due bisogni distinti e possono convivere nella stessa persona, anche nella stessa estate», spiega il direttore di Psymind. Quello che è cambiato è il peso relativo. Dopo anni di mete replicate all’infinito, lo sfondo perfetto si è svalutato: se ce l’hanno tutti, non dice più niente di me. Il borgo dove passavo agosto da bambino, invece, non è replicabile — è mio, e quindi mi distingue. In un certo senso la radice è diventata l’ultimo contenuto e il meno copiabile».
I luoghi autentici sono anche sui social
«Detto questo, anche il ritorno alle oostalrigini viene raccontato, e sui social esiste già un’estetica del “posto autentico”, del borgo, della cucina della nonna. Il rischio è trasformare l’identità in un altro format. La differenza la fa l’ordine dei fattori: se il viaggio serve prima a me e poi eventualmente al feed, funziona. Se è il contrario, siamo di nuovo al punto di partenza con un filtro più caldo», conclude Calderoni. Insomma, il rischio di perdere autenticità (e identità personale) è ancora dietro l’angolo.