Le case a 1 euro tornano a far parlare di sé, ma questa volta il fenomeno assume una dimensione più ampia e strutturata. Nelle Piccole Dolomiti vicentine, un progetto che coinvolge più Comuni ha attirato oltre 500 richieste di informazioni e si è tradotto in 78 proposte concrete di acquisto. Non si tratta solo di un’iniziativa immobiliare, ma del segnale di un cambiamento più profondo: sempre più persone stanno guardando alla montagna come a una possibile nuova casa, non più soltanto come rifugio temporaneo.
Case a 1 euro in montagna: i numeri del progetto nelle Piccole Dolomiti
Come riporta Il Corriere della Sera, il progetto nasce all’interno dell’Unione montana Pasubio Piccole Dolomiti e coinvolge un territorio ampio, nel nord della provincia di Vicenza. L’obiettivo è chiaro: contrastare lo spopolamento attraverso la riqualificazione di edifici abbandonati, rimettendoli in circolo a un prezzo simbolico.
Su 385 immobili inizialmente mappati come inutilizzati, solo 24 sono stati effettivamente messi in vendita. Si trovano in tre Comuni: Recoaro Terme, Posina e Valli del Pasubio. Recoaro, in particolare, ha avuto il maggior numero di edifici disponibili, con 20 immobili sul mercato.
Alla scadenza del bando, fissata al 16 aprile, sono arrivate 78 offerte. Di queste, nove provengono dall’estero e cinque da cittadini non italiani residenti in Italia. Nei mesi precedenti, le richieste di informazioni avevano superato quota 500, includendo anche l’interesse di una cordata di imprenditori israeliani.
L’iniziativa si inserisce nel programma del Pnrr «Green Communities», che promuove modelli di sviluppo sostenibile nei territori locali. In questo caso, la particolarità è che il progetto coinvolge più Comuni contemporaneamente, un elemento ancora poco diffuso in Italia.
Perché sempre più persone scelgono di vivere in montagna
Dietro questi numeri c’è una trasformazione che riguarda lo stile di vita. Dopo gli anni della pandemia, molte persone hanno iniziato a interrogarsi sul proprio rapporto con il tempo, lo spazio e il lavoro. La montagna, con i suoi ritmi più lenti e il contatto diretto con la natura, è diventata per alcuni una risposta possibile.
Secondo quanto emerge dal progetto vicentino, non si tratta solo di convenienza economica. Come sottolinea il presidente dell’Unione montana, Mosè Squarzon, «è un investimento di vita», più che finanziario. L’idea è quella di riportare presenza umana e relazioni in luoghi progressivamente svuotati dalla ricerca di maggiore comfort urbano.
Anche a livello locale si osservano segnali concreti. A Posina, ad esempio, viene segnalata una crescente «fuga dalle città» dopo il Covid. A Valli del Pasubio, invece, si racconta il caso di un giovane che lavora da remoto e ha scelto di trasferirsi stabilmente, trovando un equilibrio diverso tra lavoro e qualità della vita.
La possibilità di lavorare a distanza, infatti, rende oggi più accessibili territori che fino a pochi anni fa sarebbero stati difficili da scegliere per ragioni professionali.
Non solo opportunità: cosa significa davvero trasferirsi
Se il progetto suscita entusiasmo, le amministrazioni locali invitano però a una valutazione realistica. Vivere in montagna comporta anche rinunce e adattamenti.
Lo sottolinea chiaramente chi lavora sul territorio: non è una scelta adatta a tutti. Si perdono alcune comodità tipiche della città, come la vicinanza ai servizi o la facilità negli spostamenti. Allo stesso tempo, si scoprono nuovi aspetti della quotidianità, legati alla natura e a una dimensione più essenziale.
L’immagine evocata è semplice ma efficace: aprire la finestra al mattino e sentire solo i suoni dell’acqua e degli animali. Un’esperienza che può rappresentare un valore, ma che richiede anche una predisposizione personale.
Dal punto di vista immobiliare, inoltre, si tratta spesso di edifici in condizioni critiche. Il prezzo simbolico di un euro implica interventi di ristrutturazione importanti, con costi e tempi da valutare con attenzione.
Il ruolo dei Comuni e la sfida contro lo spopolamento
Alla base dell’iniziativa c’è anche una strategia amministrativa precisa. Per convincere i proprietari a mettere in vendita gli immobili, è stata utilizzata una leva concreta: la pressione fiscale sugli edifici inagibili, che rappresenta un costo senza ritorno.
In molti casi, infatti, i proprietari avevano già rinunciato a vendere sul mercato tradizionale, proprio per lo stato degli immobili. La vendita simbolica diventa così un’opportunità per liberarsi di un peso e contribuire, allo stesso tempo, al rilancio del territorio.
Non tutti i Comuni hanno però aderito allo stesso modo. Nei centri più grandi e meglio collegati, come Valdagno, la fiducia nel mercato immobiliare tradizionale resta più alta. Questo spiega perché, nonostante il numero elevato di immobili disponibili, nessuno sia entrato nel progetto.
Il tema centrale resta quello demografico. In molti di questi territori, la popolazione è sempre più anziana. A Valli del Pasubio, ad esempio, circa 800 abitanti su 3mila hanno più di 65 anni. L’arrivo di nuovi residenti, soprattutto giovani, può favorire uno scambio tra generazioni e contribuire a mantenere viva la comunità.