«Are you Dead?» «Sei morto?». No, non si tratta di un (macabro) scherzo telefonico, ma è il nome di una App che ti chiede se sei morto, che sta spopolando in Cina e che, guarda caso, è diventata anche tra le più scaricate a Singapore, Hong Kong, in Australia e persino negli Stati Uniti e in Spagna. Chissà se arriverà anche in Italia. E soprattutto: a cosa serve e perché migliaia di giovani della Gen Z sono disposti a pagare pur di averla?
Cos’è Are you Dead? la App che ti chiede se sei morto
Il funzionamento è semplice e, come si intuisce dal nome, serve a capire se la persona che si sta cercando è ancora viva o meno. Una domanda superflua, per un boomer, un Gen X o Millennial, che forse si limiterebbe a fare una chiamata al destinatario per sincerarsi della sua salute. Ma tra i Gen Z, abituati a ricorrere allo smartphone e alla rete per ogni esigenza, è più comodo utilizzare una App appositamente pensata per contattare gli amici in caso di emergenza o se l’altro/a non dà segni di interazione (e quindi di “vita” digitale) da qualche tempo.
Come funziona la App Are you Dead?
La App, che è la più scaricata sui device a Pechino e dintorni, ha un costo irrisorio e questo ha senz’altro contribuito a renderla popolare: appena 1 euro al mese, pari a 8 yuan. Anche per questo è balzata in cima alla classifica delle applicazioni a pagamento in Cina nella prima settimana di gennaio. Si tratta di uno strumento pensato per chi vive da solo, per verificare che tutto sia sotto controllo quando non si hanno notizie di una persona cara da qualche tempo. Il modo per tranquillizzare chi sta dall’altra parte della rete è semplicissimo: basta cliccare su una grande icona verde che caratterizza la App stessa. La vera caratteristica, però, è che permette un monitoraggio costante.
Un alert ogni due giorni di silenzio
Il sistema, infatti, prevede che se non si fornisce alcun riscontro per due giorni consecutivi, sotto forma di “check in”, venga generata una email automatica a quello che, in fase di registrazione, viene indicato come contatto (anche più di uno, volendo) di emergenza dall’utente. L’idea che al figlio o all’amica del cuore sia successo qualcosa, che si sia sentito male o che sia in pericolo, quindi sorge spontanea e porta alla fatidica domanda: «Are you Dead?”” Una domanda che, tra l’altro, in cinese suona come «Si-le-ma» e ha una certa assonanza con «E-le-ma» (Hai fame?), il che contribuirebbe a renderla familiare rispetto ai numerosi servizi di delivery utilizzati dai giovani.
Chi ha inventato il servizio
A ideare il servizio non potevano essere, dunque, che altri giovani Gen Z, in particolare tre sviluppatori under 30, residenti nella provincia di Henan, in Cina. Lanciata lo scorso maggio, ha già fruttato enormi guadagni ai tre che, per evitare critiche riguardo alla scelta del nome che poteva essere giudicato troppo provocatorio, hanno definito la App come una sorta di “compagnia di assicurazione” digitale. Insomma, il vero obiettivo non è generare ansia, ma al contrario tranquillizzare chi non riceve notizie dai propri contatti per qualche tempo (o ora).
Una risposta a una società sempre più sola
D’altro canto per gli esperti si tratta di una App che ha intercettato un reale bisogno di tante persone che vivono sempre più connesse in rete, ma sole e isolate nella quotidianità “reale”. In Cina sarebbero almeno 125 milioni e questo giustifica il successo della applicazione, registrata come Demumu. Anche Oltreoceano, negli Stati Uniti, sarebbe usata soprattutto da utenti cinesi trasferitisi per motivi di studio o lavoro. Certo è che, per definire il concetto di vita solitaria (con relativo rischio di morte senza che nessuno se ne accorga), proprio in Cina esiste un termine specifico: kodokushu.
Non solo hikikomori
Il fenomeno «potrebbe far pensare che i maggiori fruitori di questa App possano essere persone in ritiro sociale, i cosiddetti “hikikomori”, ma così non sembrerebbe. I fattori che possono spingere a scaricare una applicazione di questo tipo possono essere molti: la curiosità, ma anche la voglia di apparire o il bisogno di compensare un vuoto esistenziale», osserva la professoressa Stefania Capogna, Fondatrice e Direttrice del Centro di Ricerca DiTES (Digital Technologies, Education & Society) della Link Campus University. «Di certo mi viene da pensare che ci sia comunque una radice comune: la solitudine e la crisi della relazione umana», aggiunge Capogna.
La crisi della relazione umana e sociale
«Pur non volendo ridurre la tendenza a una sola parola, penso che ad accomunare chi scarica app di questo genere sia proprio la perdita della capacità di incontro tra persone “in carne e ossa”, tra soggetti che siano in grado di guardarsi negli occhi e di comprendersi in modo empatico, tramite lo sguardo e i gesti. Temo che, a livello generale, sia lo specchio del fatto che stiamo vivendo una profonda crisi dell’umano», sottolinea la professoressa, che però indica anche un altro fenomeno generazionale.
Perché non chiamare al telefono?
A chi non appartiene alla Gen Z, infatti, verrebbe spontaneo telefonare a un’amica, amico o familiare, se si teme per la sua sorte. Ma così non è, evidentemente, tra le generazioni native digitali: «Non è una novità, lo vediamo anche con la messaggistica: invece che telefonare si inviano messaggi, soprattutto vocali, ritenuti più veloci, salvo poi durare anche diversi minuti. A chi appartiene a una generazione o due precedenti verrebbe invece più naturale chiamare al telefono. Per questo parlo della crisi dell’incontro. Noi siamo animali sociali, che però vanno educati a essere sociali e umani: occorre, quindi, valorizzare questi aspetti, che comprendono anche talenti o criticità e debolezze, che sono ciò ci rende unici», conclude Capogna. Il contrario, quindi, di un algoritmo o una App, strutturati per dare risposte asettiche e standardizzate.