Ancora me lo ricordo, saranno più di dieci anni fa, il giorno che a una riunione di redazione qualcuno propose un pezzo sugli hikikomori. Hikiko-che? fu il commento dei colleghi. Era una parola che non avevamo mai sentito e, una volta spiegata, fu subito chiaro che si trattava dell’ennesima follia di quello strano Paese del Sol Levante, in cui le macchine non fanno rumore e le ragazze si vestono come i manga.

Chi sono gli hikikomori?

Hikikomori significa in giapponese “stare in disparte” e indica quelle persone, per lo più giovanissime, che si ritirano dal mondo, rinunciando a ogni forma di contatto sociale. Si entra nella patologia quando l’autoreclusione si protrae per più di 6 mesi e causa conseguenze nella vita di tutti i giorni, come l’abbandono della scuola, la parziale o totale interruzione delle relazioni con gli altri, se non tramite device, la riduzione delle interazioni in famiglia, il progressivo isolamento. Una cosa che, allora, non ci riguardava.

Alle origini del fenomeno, quando tutto è cominciato

I primi casi si sono verificati intorno agli anni ’70, ma solo nel 1998 lo psichiatra giapponese Saito Tamaki ha dato un nome a questa strana forma di clausura volontaria, cominciando a stilare un identikit delle persone colpite: per lo più maschi, in un’età compresa tra i 18 e i 27 anni, quasi sempre provenienti da famiglie benestanti, che riversano su di loro aspettative alte, ma che possono anche permettersi di mantenerli a oltranza.

Dal Giappone all’Italia: una solitudine globale

Come mai il fenomeno è nato in Giappone? Perché la sua cultura è fortemente competitiva e ha poca dimestichezza con il fallimento. Oggi sono oltre un milione e mezzo i giovani giapponesi che soffrono di questa sindrome, che è uscita dai confini nazionali e miete vittime anche in Occidente. Da noi la stima è di oltre 120.000 casi, ma il numero è destinato a crescere. L’esplosione è avvenuta dopo la pandemia, quando i ragazzi sono rimasti chiusi a casa senza la possibilità di uscire, svagarsi, incontrare gli amici. Una volta debellato il virus e crollati i divieti, molti di loro sono rimasti impigliati nel perimetro delle loro camerette. Come se si sentissero impreparati a rientrare nel mondo che, dopo l’ennesima “catastrofe”, appariva ai loro occhi troppo pericoloso e provvisorio per farli sentire al sicuro.

Il prezzo delle nuove generazioni in un mondo instabile

Il Covid, com’è noto, è stato un detonatore di paure e disagi che, molto probabilmente, già covavano da tempo sotto traccia. E di cui le nuove generazioni hanno pagato il prezzo più alto, non essendo abbastanza attrezzate ad affrontare una realtà che ha visto via via sfaldarsi le sue granitiche certezze. Pensiamo al crollo dei valori e delle grandi ideologie, alla crisi climatica, alla instabilità economica, alla precarietà nel lavoro e nelle relazioni. In questo terremoto globale, anche la famiglia, rifugio e incubatore di futuro, in molti casi non ha retto. Lasciando tanti ragazzi privi di un baricentro solido a cui aggrapparsi. Senza dimenticare l’angoscia e lo sgomento dei genitori, impreparati ad affrontare questo male nuovo e ancora in Italia poco documentato. Un male che azzera il desiderio e la volontà, svuotando i giovani di ciò che da sempre è la loro forza propulsiva, il loro motore nello sfidare l’ignoto. Lasciandoli apatici e senza sogni, del tutto privi di entusiasmo e di speranza.

Hikikomori e il coraggio di vivere: il ruolo degli adulti

Come aiutarli? Prima di tutto non scambiando quella condanna “ai domiciliari” che si autoinfliggono come un capriccio o una scappatoia per evitare la fatica di crescere – lasciando gli studi, schivando il lavoro – ma sforzandosi di stare in ascolto.

C’è sicuramente in loro la paura di mettersi alla prova, ma non per furbizia o per accidia, bensì per il timore di essere realmente inadatti alla vita, incapaci di fare qualsiasi cosa

Perché là fuori ci si aspetta troppo. Non solo di fare o di essere qualcosa, ma di farlo e di esserlo al meglio. Spesso non è neanche la famiglia a pretenderlo, ma il sistema, quella cultura della performance che ha fatto della prestazione e del successo l’unico metro di giudizio. Schiacciando attitudini e aspirazioni. Generando una generazione di insicuri. Qual è la cura? Ricostruire la fiducia. In se stessi e nel mondo. Un lavoro lento e paziente di cui devono farsi carico innanzitutto gli adulti. Sono loro che devono imparare ad abbassare ansie e proiezioni e a vedere i figli come altro da sé. Non sempre brillanti e modello, ma impacciati e imperfetti. E amarli così come sono. Non malgrado, ma soprattutto per quello.