Un giorno non sarà più necessario. Sarà un lontano ricordo, una tradizione di cui forse rideremo, arcaico come le cerimonie per la perdita della verginità. Parlavamo così del coming out anni fa, almeno noi ragazzi. Partecipavamo ai nostri primi Pride con cartelli, slogan e una genuina speranza nei confronti del progresso. Erano gli anni in cui un’altra generazione vedeva in questo rito moderno una nuova moda, visto che improvvisamente nessuno lasciava più dubbi sulla sua vita privata. Tutti confessavano, piangevano, entravano nel dettaglio raccontando di scoperte ed esperienze tabù fino a pochi anni prima. Sui social – la nostra generazione ha pianto insieme a Troye Sivan, Conan Grey, Guglielmo Scilla, Elliot Page – ma anche per radio, sui giornali, nei modi più tradizionali – quando fu il turno di Tiziano Ferro la notizia si commentava persino tra gli anziani nelle piazze.

Poi è sembrato che il coming out tornasse a scomparire: questa volta non perché la moda era finita, ma perché eravamo arrivati a non averne più bisogno. Un cantante comincia a vestirsi cross-gender, un’altra canta di amanti di sessi diversi, nessuno offre spiegazioni e tutti restiamo a guardare, senza chiedere nulla di più. Oggi invece qualcosa si è spezzato: guardo i commenti sotto ai post di Elodie, di Rosalía, di Marco Mengoni. Vedo una rabbia che arriva dalla stessa comunità, richieste che proprio chi ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza di imparare piano piano a conoscersi dovrebbe considerare inopportune. Pretese, critiche, insulti. Per l’assenza di quel coming out che speravamo di poterci lasciare alle spalle, un giorno. A quanto pare quel giorno non è oggi, ma perché? Cos’abbiamo sbagliato, se stiamo tornando indietro invece che andare avanti?

Se un personaggio pubblico fa coming out, lancia un messaggio

«Forse oggi a molti sembra necessario tornare alla battaglia, alle necessità dell’attivismo», riflette insieme a me Francesca Vecchioni, fondatrice e presidente della Fondazione Diversity, che da anni si occupa di rappresentazione della diversità. «Perché rischiamo di tornare indietro sui diritti, specie quelli legati alla comunità LGBTQ+. C’è una svolta radicale reazionaria che arriva da Oltreoceano ma si intravede anche qui e la risposta è, soprattutto da parte dei più fragili, un desiderio di tornare a fare attivismo. Di richiedere aiuto e protezione». Negli ultimi anni, infatti, in particolare la comunità Trans negli Stati Uniti sta subendo attacchi costanti. Si moltiplicano le leggi che minano i loro diritti, gli spazi in cui vengono “confinati”, gli omicidi. Da subito è nato un movimento, con lo slogan Protect The Dolls, che ha avuto forte risonanza anche in Italia, ma gli sforzi sembrano vani. E mentre i ceti privilegiati sembrano vivere in una sfera di intoccabilità, i più fragili continuano a lottare contro discriminazioni sempre più istituzionalizzate ogni giorno.

Una situazione che Francesca conosce bene: lei è stata una delle prime persone a “metterci la faccia”, in un’Italia con un contesto culturale molto arretrato rispetto agli Stati Uniti e ad altri paesi europei. Al tempo del suo coming out, il termine lesbica sembrava una parolaccia, qualcosa di sconosciuto. Poi sono arrivate le interviste, le copertine, l’impegno da sempre costante per i diritti e la rappresentazione che ha portato alla nascita della Fondazione Diversity.

Tutto il privato deve, sempre, essere pubblico?

Oggi l’Europa è uno degli ultimi baluardi di resistenza e tutela della comunità LGBT+, anche se anche qui le tutele diventano sempre più fragili. «È normale che davanti a episodi del genere si torni a voler ricordare l’importanza di tutelare i diritti. In questo momento, forse, una parte della comunità ha bisogno che i più privilegiati si espongano: è una cosa bella secondo me», spiega. «L’aggressività è sempre da condannare, ma quello che vedo mi sembra una richiesta d’aiuto, molto legittima, da parte di chi non ha voce».

Non riesco, però, a non vederci un’arma a doppio taglio. Se chi entra a far parte della Comunità deve diventare per forza attivista, dove si traccia la linea tra privato e politico? «L’atto di essere sé stessi, e farlo pubblicamente, è già un atto politico, specialmente per i membri delle comunità marginalizzate. Quando si dice che non importa quello che avviene tra le mura di casa, in realtà un po’ si mente: perché se una coppia eterosessuale si mostra pubblicamente non desta scalpore mentre una coppia omosessuale deve tenerselo per sé? È ovvio che il diritto di vivere una vita pubblica debba essere di tutti, e per forza per le persone marginalizzate serve ancora dover pretendere, esplicitamente, di essere riconosciuti».

Ripensare il coming out, e farlo insieme

Quello che a me sembrava un “tornare indietro”, dopo la chiacchierata con Francesca, forse è un indice di cambiamento da giudicare con meno severità. A volte fare un passo nella direzione opposta a quella percepita come progresso serve a cambiare prospettiva: è quello che dovremmo cercare di fare oggi, se davvero serve riportare in auge il coming out pubblico.

«L’atto del coming out è associato alla comunità LGBTQ+, ma in realtà è qualcosa di più ampio. Ogni volta che ci autodeterminiamo, che comunichiamo chi siamo, facciamo coming out», continua Francesca. «La differenza sta nella scelta: per i membri della Comunità, essere gay o trans non è una scelta ma un modo di essere, è così e basta e finalmente si trova il coraggio di viversi senza nascondersi. Mentre il coming out più in generale può anche voler dire comunicare la propria vocazione, la scelta di un lavoro piuttosto che un altro».

Riprendere il coming out, ripensarlo, significa renderlo un rito condiviso. In un’epoca in cui ogni tipo di diversità è sotto attacco – corpi non conformi, sessualità fluide, non binarismo di genere – ritrovare il tempo per dichiarare chi si è con fierezza è un bel modo per ricordarsi di avere un valore, un potere, meritare spazio e ascolto. «Il coming out altro non è che affermazione di sé, e serve a tutti quelli che hanno i diritti a rischio, penso anche alle donne, ai disabili, a chiunque ne sentisse il bisogno».