Il mogging è quel meccanismo stritolante del perfezionismo, non solo fisico, che porta soprattutto i giovani della Gen Z a una competizione continua, anche sul lavoro

Il termine non è nuovo, al contrario si usa da tempo. Ma nell’era in cui i social hanno invaso le nostre vite, il mogging è dilagante. Lo sa bene la Gen Z, che conosce la sensazione di passare del tempo online, semplicemente paragonandosi a qualcun altro: che siano cantanti, attrici, ma soprattutto influencer di vario genere e specializzazione. Il New York Times ha dedicato un focus al fenomeno, sottolineando come abbia contagiato anche Millennials e Gen X, ma soprattutto come ormai sia dominante anche in altri ambiti della vita, come il lavoro.

Cos’è il mogging

Il termine deriva dall’inglese to mog, ossia “paragonarsi, compararsi a qualcun altro”. Se fino a poco tempo fa era un fenomeno tipicamente circoscritto a una fascia di età (Gen Alpha e Gen Z) e a un ambito altrettanto limitato (le chat sui social), adesso sta segnando il comportamento di sempre più persone, anche fuori dal mondo prettamente digitale. Significa cercare non solo di essere “come” gli altri, ma anche “meglio” degli altri: più attraenti, specie per le ragazze, o più muscolosi, se si tratta dei ragazzi. Ma anche migliori in generale, per esempio nelle prestazioni sportive o nelle sfide con i videogiochi. Se poi si tratta di adulti, non c’è scampo neppure in ufficio con i colleghi e le colleghe.

Comportamento antico, ma con risvolti nuovi

«Il problema non è il confronto in sé, perché il mogging non descrive un comportamento nuovo: dà un nome — e quindi una legittimazione culturale — a un processo psicologico antichissimo, il confronto sociale. Già nel 1954 Leon Festinger ne formulò la teoria: valutiamo noi stessi misurandoci con gli altri, soprattutto quando mancano criteri oggettivi. È un meccanismo cognitivo normale e adattivo, ci serve per orientarci e calibrare le aspettative. Il problema, però, è la cornice in cui il mogging lo inserisce, trasformandolo in un verdetto sul proprio valore», chiarisce Alessandro Calderoni, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, fondatore del Centro clinico Psymind.

Il boom di perfezionismo, ipercompetitività e iperindividualismo

A preoccupare è quando il mogging si verifica in persone già predisposte. Come spiega Calderoni, infatti, «Uno studio cross-temporale di Curran e Hill (2019), su oltre 41.000 studenti, mostra che il perfezionismo è cresciuto in modo lineare dagli anni ‘80, specie quello “socialmente prescritto”: è aumentata, quindi, la percezione che gli altri pretendano da noi standard sempre più alti. Gli autori lo collegano esplicitamente all’individualismo competitivo. Il mogging, in questo senso, è la cristallizzazione linguistica di una cultura che i dati misurano in ascesa da quarant’anni: iper-competitiva e iper-individualista».

Il fenomeno contrario: l’essere “moggato”

C’è poi anche un rovescio della medaglia: a chi tenta di competere sempre e comunque con gli altri o di essere all’altezza, fa da contraltare chi invece non riesce a raggiungere quei livelli o quei criteri ritenuti must e quindi semplicemente soccombe o – per dirla con un gergo più cool, “viene moggato”. Così, come spiega anche l’inglese The Guardian, al mogger o alla mogger corrispondono, all’opposto, gli outclass, cioè coloro che appaiono lontani dall’essere attraenti, privi di requisiti che li possano rendere leader o semplicemente lontani dal trend dominante. Ma gli effetti su chi si trova in questa posizione possono essere molto negativi, a livello psicologico.

Le conseguenze dell’essere outclass

I dati confermano le conseguenze della cosiddetta upward comparison (il confronto verso l’alto): «Una meta-analisi del 2026 (54 campioni con oltre 36.000 partecipanti) indica effetti come aumento dell’ansia e dei sintomi depressivi, minore autostima e minore benessere. Si innesca un circolo vizioso: chi sta peggio tende a confrontarsi di più verso l’alto, il che peggiora i sintomi», conferma Calderoni. Gli outclassed, quindi, provano «inadeguatezza cronica; vergogna, non senso di colpa (la differenza è clinicamente decisiva perché la colpa riguarda ciò che ho fatto mentre la vergogna riguarda ciò che sono, quindi è più pericolosa); ritiro ed evitamento, poiché per non perdere il confronto, si abbandona il campo».

La sofferenza maschile e i suoi segnali

«Sul corpo l’effetto è documentato e differenziato per genere. Nei ragazzi, l’esposizione a contenuti muscle-oriented è associata al dismorfismo muscolare (bigoressia): uno studio del 2025 su oltre 1.500 soggetti (Ganson et al.) mostra che è il tipo di contenuto, non il tempo passato davanti allo schermo, a predire il rischio, e una review del 2025 su The Lancet Child & Adolescent Health individua maschi adolescenti e giovani uomini come particolarmente vulnerabili. Le conseguenze non sono solo psicologiche: allenamento compulsivo, alimentazione disordinata, abuso di integratori e, nei casi peggiori, anabolizzanti», spiega lo psicoterapeuta.

Tra mogging e looksmaxxing

In questo il mogging ha tratti in comune con il looksmaxxing: li accomuna quella necessità continua di automiglioramento, che può diventare un’ossessione. Se si tratta di caratteristiche fisiche, infatti, entrambe le tendenze possono portare a sedute sfiancanti di esercizio fisico, a diete restrittive o sbilanciate o ad ore e ore di skincare particolareggiata, per raggiungere però ideali di presunta perfezione estetica, che spesso sono mutuati dai social, ma irreali e frutto di “ritocchi” con l’AI. «L’algoritmo sposta sempre l’asticella. Ogni nuovo confronto alza lo standard, ogni filtro restringe l’ideale. Chi parte cercando di “sentirsi abbastanza” trova il traguardo sempre più avanti. Una specie di confronto permanente da cui non si esce mai vincitori», osserva Calderoni.

Se il mogging invade il lavoro

Quando, però, il mogging contagia anche i più adulti, ecco che può invadere l’ambito lavorativo. Diventa, quindi, una competizione sfrenata per eccellere. Non a caso l’altra spiegazione del termine mog è come acronimo: man of god, letteralmente “l’uomo di dio”, quello superiore agli altri. Il rischio, quindi, è una corsa per la presunta “superiorità”, in una competizione continua che non risparmia spazi né tempi della vita quotidiana. «Il riferimento al man of god circola in rete, ma non è l’etimologia accertata: è una reinterpretazione successiva. È però rivelatrice, e per questo merita attenzione, perché ci dice che il fantasma sotteso al fenomeno è quello di una superiorità non relativa, ma essenziale. Un po’ come dire: non “sono andato meglio di te”, ma “sono di una categoria superiore”. Quando questo schema migra nel lavoro, smette di essere un gioco», dice l’esperto.

A caccia di autostima

«Il meccanismo è quello che Crocker e Park hanno chiamato, in una pubblicazione ormai classica (2004), il costoso inseguimento dell’autostima”. Quando il valore personale è agganciato alla prestazione — cioè quando io valgo perché performo — ogni riunione, ogni progetto, ogni promozione diventa un referendum sull’identità. Le conseguenze documentate sono stress cronico, burnout, erosione della cooperazione (se l’altro è un avversario da surclassare, non è più un collega con cui costruire) e quella che la letteratura chiama other-oriented perfectionism: l’imposizione di standard altissimi anche agli altri, con ostilità». Quel che è ancora peggio è che la competizione «non finisce con l’orario di lavoro, perché non è legata a un compito ma all’identità. E l’identità non stacca mai».

Se il mogging conquista anche le donne

Il problema, come sottolinea ancora The Guardian, è che ormai il termine e soprattutto l’atteggiamento del mogging non ha più limiti, neppure di genere. Sebbene sia nato nella cosiddetta manosphere, la sfera maschile, oggi coinvolge anche le donne. Fino a qualche tempo fa, infatti, aveva a che fare anche con un altro acronimo: Amog, cioè Alpha Male of the Group, l’uomo Apha del gruppo, che indica appunto il presunto leader. Nei forum misogini definiva colui che era più desiderabile in termini sessuali. Oggi travalica anche il mero ambito estetico o sessuale, per diventare sinonimo di chi eccelle in tutto. Da qui l’allarme degli psicologi per quello che è definito il constant sense of competition.

Dai teenager agli adulti: in competizione continua

Interrompere questo circolo vizioso non è semplice: «Dire a qualcuno “smettila di confrontarti” è inutile: il confronto è automatico. L’obiettivo clinico è cambiare ciò a cui è agganciato il valore di sé. Una ricerca di Neff e Vonk (2009), su oltre 2.000 partecipanti, ha mostrato che la self-compassion — trattarsi con la stessa cura che riserveremmo a un amico in difficoltà — predice un’autostima più stabile e meno contingente rispetto all’autostima globale, ed è associata a livelli più bassi di confronto sociale, autoconsapevolezza pubblica e ruminazione. È, a oggi, il miglior “ammortizzatore” conosciuto contro il confronto continuo», spiega lo psicoterapeuta.

Puntare sulla self-compassion

«In psicoterapia si lavora su cinque leve. La prima: ristrutturare il confronto, cioè prenderlo come un dato, non come una sentenza, tanto meno sul valore. La seconda: spostare il confronto da sociale a temporale, cioè non rispetto agli altri ma rispetto a me stesso sei mesi fa. Terza leva: allenare la self-compassion, cioè consapevolezza più gentilezza, per non aggiungere autocritica al fallimento percepito. La quarta: igiene dell’attenzione, cioè ridurre l’esposizione a contenuti che inducano il confronto verso l’alto. Infine: ancorare l’identità ai valori, non alle metriche. Cioè chiedersi che persona voglio essere e non come sono posizionato in classifica».

Perché si cerca l’approvazione costante degli altri?

Come osserva infine Calderoni, «La domanda di fondo — perché cerco approvazione costante? — ha quasi sempre la stessa radice: la convinzione di non essere “abbastanza” così come si è. Il mogging promette di colmare quel vuoto vincendo», riflette l’esperto, che però arriva a una conclusione chiara: «Purtroppo è una promessa strutturalmente non mantenibile, perché il confronto non ha un traguardo: ha solo il prossimo round».