La denatalità in Italia non si arresta e i nuovi dati lo confermano. Nel 2025 le nascite continuano a diminuire e il numero medio di figli per donna scende ancora. Il quadro che emerge dal report Istat sugli indicatori demografici racconta un Paese in cui si fanno sempre meno figli e sempre più tardi. Il saldo naturale resta fortemente negativo. A mantenere stabile la popolazione è soprattutto la dinamica migratoria.

Denatalità in Italia: nascite in calo del 3,9% nel 2025

Nel 2025 in Italia si registrano 355mila nascite, in diminuzione del 3,9% rispetto al 2024. Il calo conferma un trend ormai consolidato negli ultimi anni e che non riesce ad essere arginato.

Nello stesso periodo, i decessi sono 652mila, con una lieve flessione dello 0,2%. Nonostante questa stabilità, il divario tra nascite e morti resta molto ampio.

Il saldo naturale, cioè la differenza tra nati e deceduti, è pari a circa -296mila unità. Si tratta di un peggioramento rispetto al 2024, quando il saldo era di -283mila.

Questi numeri descrivono la portata della denatalità in Italia, un fenomeno che pare inarrestabile e che di recente ha portato la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia a calcolare che, nel nostro Paese, l’ultimo bambino nascerà nel 2225.

Il calo delle nascite non è compensato da una riduzione significativa dei decessi. Il risultato è una perdita naturale di popolazione sempre più marcata.

Sempre meno figli per donna: la fecondità scende a 1,14

Il numero medio di figli per donna continua a diminuire. Nel 2025 il tasso di fecondità scende a 1,14, rispetto a 1,18 nel 2024.

Si tratta di un valore molto lontano dalla soglia di sostituzione generazionale, fissata intorno a 2 figli per donna. Il calo riguarda l’intero territorio nazionale e si inserisce in una tendenza comune a molti Paesi europei.

Nonostante questo, l’Italia resta tra i Paesi con la più alta speranza di vita. Nel 2025 si attesta a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne.

Questo significa che la popolazione vive più a lungo, ma si rinnova sempre meno. Un equilibrio che contribuisce all’invecchiamento complessivo del Paese.

Si diventa madri più tardi: cresce l’età media al parto

Un altro dato significativo riguarda il momento in cui si diventa madri. Nel 2025 l’età media al parto sale a 32,7 anni, rispetto ai 32,6 anni del 2024.

L’aumento è uniforme su tutto il territorio nazionale, anche se emergono differenze tra le aree geografiche.

Il Centro Italia si conferma l’area in cui si fanno figli più tardi, con un’età media di 33,1 anni. Nel Nord l’età media è di 32,8 anni, mentre nel Mezzogiorno si scende a 32,4 anni.

Il rinvio della maternità è una delle caratteristiche più evidenti della denatalità. Le scelte riproduttive si spostano sempre più avanti nel tempo, con effetti diretti sul numero complessivo di nascite.

Differenze tra regioni: dove si fanno più figli e dove meno

Il calo della fecondità è diffuso, ma presenta differenze territoriali.

Il Centro registra il valore più basso con 1,07 figli per donna (era 1,11 nel 2024). Seguono il Nord con 1,15 (da 1,19) e il Mezzogiorno con 1,16 (da 1,20).

A livello regionale, la Sardegna si conferma per il sesto anno consecutivo la regione con la fecondità più bassa. Nel 2025 il dato scende a 0,85 figli per donna, in calo rispetto allo 0,91 del 2024.

Seguono Molise con 1,02 e Lazio con 1,05.

All’estremo opposto, il Trentino-Alto Adige resta la regione con la fecondità più alta, con 1,40 figli per donna. Seguono Sicilia con 1,23 e Campania.

Le coppie con figli costituiscono il 28,4% delle famiglie, quelle senza figli il 20,2%

Saldo naturale negativo e ruolo delle migrazioni

A fronte di un saldo naturale fortemente negativo, la dinamica migratoria svolge un ruolo decisivo.

Nel 2025 le immigrazioni dall’estero sono 440mila, in lieve calo rispetto al 2024 (-2,6%). Le emigrazioni sono invece 144mila, in forte diminuzione (-23,7%, pari a 45mila in meno).

Il risultato è un saldo migratorio positivo di +296mila unità, in crescita di 33mila rispetto all’anno precedente.

Questo saldo riesce a compensare quasi completamente la perdita dovuta alla dinamica naturale. Senza il contributo delle migrazioni, il calo della popolazione sarebbe molto più marcato.

Popolazione stabile ma sempre più anziana

Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente in Italia è pari a 58 milioni 943mila persone. Il dato risulta sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente (-636 unità).

Il tasso di crescita è vicino allo zero, ma in miglioramento rispetto al -0,5 per mille del 2024 e al -0,4 per mille del 2023.

Dal punto di vista territoriale emergono differenze nette. Il Nord cresce del 2,2 per mille, il Centro resta stabile, mentre il Mezzogiorno continua a perdere popolazione (-3,1 per mille).

Le regioni con la crescita più marcata sono Trentino-Alto Adige (+4,2 per mille), Emilia-Romagna (+3,4 per mille) e Lombardia (+3,2 per mille).

I cali più consistenti si registrano in Basilicata (-9,0 per mille), Molise (-6,5 per mille) e Sardegna (-5,1 per mille).

Italiani in calo, stranieri in aumento: come cambia la popolazione

Al 1° gennaio 2026, la popolazione straniera residente è pari a 5 milioni e 560mila persone, in aumento di 188mila unità (+3,5%). L’incidenza sul totale raggiunge il 9,4%.

La crescita è dovuta soprattutto al saldo migratorio positivo con l’estero (+348mila), a cui si aggiunge un saldo naturale positivo (+36mila).

Le acquisizioni della cittadinanza italiana sono 196mila, e rappresentano una riduzione solo formale della popolazione straniera.

La popolazione di cittadinanza italiana scende invece a 53 milioni 383mila unità, con un calo di 189mila persone.

Il saldo naturale degli italiani è fortemente negativo (-333mila), a cui si aggiunge un saldo migratorio con l’estero negativo (-53mila).

Il calo più marcato si registra nel Mezzogiorno, con 118mila residenti italiani in meno.