Ti è mai capitato di visualizzare l’ennesima notifica a quella newsletter a cui ti eri iscritta con tanto entusiasmo e roteare gli occhi al cielo? Se la risposta è sì, c’è una brutta notizia per te: potresti essere stata colpita dalla subscription fatigue. Per tua (o dovrei dire nostra) fortuna, non è una malattia pericolosa. Si tratta di una sensazione tra l’angoscia e la sopraffazione che proviamo ogni volta che realizziamo che non riusciremo mai a godere e usufruire davvero di quella mole di abbonamenti e iscrizioni varie che sottoscriviamo online con le nostre migliori intenzioni: tenerci aggiornati, nutrire interessi specifici, ampliare la nostra cultura. Ma qualcuno ha trovato una soluzione. Sta nella gioia della disiscrizione: ammettersi con sincerità che non ci stiamo dietro a tutte quelle notifiche che si accumulano e cliccare su “disiscriviti”. Sicuramente un modo per alleggerire i nostri dispositivi, ma vale anche per il nostro sistema nervoso?
La tua mente ti manda segnali, ascoltali
Prima di rispondere a questa domanda incresciosa, facciamo un passo indietro. Non puoi accogliere la gioia della disiscrizione se prima non hai realizzato di avere un piccolo problema. Come lo capisci infatti di provare la subscription fatigue? Risponde Alice Avallone, docente e ricercatrice presso la Scuola Holden, direttrice dell’osservatorio di antropologia digitale Be Unsocial, ora in libreria con Dati Sensibili. Il lato umano e consapevole dei numeri (Damiani Editore):
«È impossibile fare una diagnosi netta. Ce ne accorgiamo a causa di una serie di sensazioni, anche fisiche. Magari apriamo la casella di posta e sentiamo una micro contrazione perché la curiosità è sostituita da un fastidio. Oppure, vediamo 20 newsletter a cui ci siamo iscritti e pensiamo che anche oggi non riusciremo a leggerle. Quindi mettiamo la stellina come si fa con i contenuti importanti e andiamo avanti con i nostri doveri».
È così che vivere nell’era dell’abbondanza di informazioni smette di essere un privilegio, ma una pressione. E come tale ha un’escalation. «La fase finale si realizza quando cancelliamo senza neanche leggere: è come se il nostro sistema nervoso ci chiedesse di smetterla con gli input. Ma in tutto questo c’è anche un aspetto identitario. Infatti, ogni iscrizione risponde a un nostro interesse rispetto a un tema su cui vogliamo essere aggiornati (cultura, geopolitica, femminismo): quando si moltiplicano non è una pura questione numerica, stiamo sostenendo più versioni ideali di noi stessi e questo spesso stanca».
Se anche i nostri interessi personali diventano un peso
Probabilmente a cestinare i contenuti senza neanche aprirli siamo in tanti. A me capita, e ogni volta non posso fare a meno di chiedermi come sia possibile sentirsi perseguitati dalle email che restano in grassetto. «Il punto è che quando abbiamo iniziato a iscriverci alle newsletter o seguire profili social con contenuti verticali, il gesto aveva un potere culturale. Perché sceglievamo con cura e ci sentivamo parte di un mondo quasi selezionato. Poi, questo modello di subscription è diventato un unico sistema digitale da dover in qualche modo mappare.
Ci ha messo di fronte a troppe scelte. Ogni creator ha la sua newsletter, ogni giornale ha il suo abbonamento premium, insomma ogni piattaforma ha più livelli. Sono cambiate anche le notifiche: sono progettate per riattivarci emotivamente, per dirci che ci stiamo perdendo qualcosa. È come se instaurassero un linguaggio affettivo. La conseguenza è che non siamo più a noi cercare le informazioni, ma loro a venire da noi. Così, abbiamo tantissime piccole relazioni quotidiane e ci sentiamo tirati da una parte all’altra. Ovviamente, il nostro sistema nervoso è sovrastimolato».
Se la gioia sta nella disiscrizione vivere nell’era dell’abbondanza non è davvero un privilegio
Ora, non si tratta di fare i passatisti e affermare che era meglio quando non c’era internet a contenere tutto lo scibile umano. Chiaramente ha i suoi vantaggi avere così tanti saperi a portata di click. Indubbiamente, però, a venire meno è il piacere della scoperta di argomenti davvero nuovi e curiosi. Perché come afferma Avallone, «la fatica che ne deriva ha un valore simbolico. Prima se volevi consultare un libro raro dovevi andare in una biblioteca, o in una libreria indipendente per trovare una rivista speciale. Se a tutto questo hai accesso immediato, si abbassa la soglia di cosa puoi desiderare».
Se ogni cosa è disponibile subito non c’è più il tempo dell’attesa e la gratificazione si appiattisce. Quindi, paradossalmente abbiamo una grande quantità di contenuti a portata di mano che sono fin troppo coerenti con noi, troppo su misura: ci saturano, ci chiudono ma non ci ampliano.
No, non serve tornare all’analogico
Ebbene, l’equazione è facile. Se internet non è il mezzo con cui arricchire il proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze, meglio provare a fare un passo indietro e riscoprire il mondo dell’analogico. Tuttavia, le scelte radicali non hanno mai giovato a nessuno: il rischio è tirarsi fuori dalla realtà.
«Disiscriversi da tutto dà un brivido di gioia e una sensazione di liberazione, ma il minimalismo digitale non credo sia la soluzione: essere troppo estremisti porta a squilibri. Il sollievo arriva quando smettiamo di considerare le iscrizioni come un obbligo. Gli abbonamenti che sottoscriviamo sono un invito, non un dovere. Per esempio una newsletter la si può archiviare e recuperare dopo qualche settimana. Non è importante leggere tutto. Inoltre, serve tornare a scegliere i contenuti non per FOMO (fear of missing out) ma per profondità e con consapevolezza», sostiene Alice Avallone. E aggiunge:
«Il punto non è chiedersi che cosa ci stiamo perdendo, ma se quello di cui usufriamo ci nutre, se ha davvero un senso, qualsiasi esso sia. E bisogna accettare di perdersi qualcosa. Credo che la subscription fatigue sia anche una crisi di onnipresenza, tuttavia stare dentro a tutto significa non esserci davvero. Staremo meglio quando sentiremo che il tempo non è in un abbonamento, che il nemico non è internet, ma l’automatismo. Disiscriviamoci dall’idea che anche la nostra curiosità sia una performance».