Stasera, martedì 22 luglio, la Nazionale di calcio femminile, prima dei goal che tutti ci aspettiamo, ha già segnato un traguardo storico: essere riuscita a farsi guardare su Rai1, la rete ammiraglia della Rai, in chiaro insomma, in diretta, per la precisione alle ore 21. Era successo solo una volta, nel 2019, per un movimento che ha vissuto anni di indifferenza, arroganza e discriminazione.
Il calcio femminile è spettacolare
Eppure la bravura delle atlete, l’abilità, le capacità tecniche, non hanno nulla di diverso da quelle dei colleghi maschi. Anzi, forse proprio per sopperire a certa potenza, le donne puntano su abilità e virtuosismi. E già anche i commentatori maschili se ne stanno accorgendo o, perlomeno, hanno il coraggio di ammetterlo, sfidando un tabù. La partita contro la Norvegia, con cui la squadra guidata dalla leader Cristiana Girelli è arrivata in semifinale, è stata epica: due goal (di cui uno al 90esimo) proprio di Girelli, la calciatrice italiana più titolata di sempre. La tensione, il ritmo e la generosità di quel calcio sono stati spettacolari: basta averlo guardato per essersene resi conto.

Anni di discriminazione per il calcio femminile
Già, a poterlo guardare. La verità è che anche solo parlarne diventa un successo per questo movimento, dopo decenni di stereotipi, bullismo ed emarginazione, come ricorda Luisa Garribba Rizzitelli, fondatrice e presidente di Assist, Associazione Nazionale Atlete, che dal 2000 si occupa di diritti collettivi delle atlete e dello sport femminile. «Otto anni fa, nel pieno della nostra campagna “Azzurre su Rai uno” – a cui risposero due milioni di utenti social – io stessa mi sentii rispondere da chi doveva rappresentare i diritti delle atlete, che non era il caso di appoggiare questa iniziativa, che dopotutto il livello tecnico era basso e sarebbe stato un boomerang» dice la presidente di Assist. «Quello che sfuggiva allora era che una squadra che indossa la maglia Azzurra e arriva a una competizione internazionale ha il diritto di mostrarsi attraverso il Servizio Pubblico. E, soprattutto, quello che la miopia patriarcale proprio non digerisce, è che un movimento in crescita, soprattutto se femminile in un feudo totalmente maschile, ha bisogno di iniziare per ottenere consenso, seguito, sponsor ecc… Sostanzialmente è come se alle donne si chiedesse di essere direttamente delle campionesse del mondo dando però loro quello che agli uomini nella stessa disciplina viene concesso ai campionati primavera».
Senza interesse non c’è crescita
Sempre la solita storia che noi donne dobbiamo dimostrare di più, a parità di competenze. Il fatto è che, però, la visibilità vuole dire soldi: senza visibilità, non c’è interesse, quindi non arrivano sponsor, non vengono coinvolte le società sul territorio, non si stimola un cambiamento che altrimenti sarebbe naturale. Una pesante discriminazione, tra le tante. «Quando abbiamo iniziato a darci da fare con Assist, i racconti che ci arrivavano dalle calciatrici ci lasciavano letteralmente senza parole. Con poche donne coraggiose, tra cui non possiamo non citare Carolina Morace e Patrizia Panico da sempre in prima linea su questi temi, abbiamo iniziato a denunciare quello che nei consigli federali nessuno si azzardava a dire. Alcuni esempi: le calciatrici azzurre dovevano restituire a fine competizione la loro divisa. Sì, avete capito bene: restituire tuta, pantaloncino, calzettoni e anche la maglia nonostante vi fosse scritto il nome dell’atleta. Mentre gli uomini avevano la Play station in camera e hotel a 5 stelle, alle donne della Nazionale italiana non veniva lasciata la divisa e, come se non bastasse, se qualcuna non obbediva, la diaria di qualche euro al giorno, veniva decurtata del valore».
La discriminazione sul calcio femminile vale soldi (di meno)
Ancora oggi, la diaria – il compenso per l’uscita – delle donne è diversa da quella degli uomini, eppure il sudore è lo stesso. «Quando parliamo di Nazionale, i compensi dovrebbero essere uguali per tutti. Certo, se entriamo nel territorio del privato, è evidente che chi gioca nella Juventus possa avere un compenso maggiore di chi gioca in squadre meno prestigiose. Ma la diaria per le partite disputate nella Nazionale dovrebbe essere la stessa». Non è facile capire quanto vengano pagate le uscite con la Nazionale. «Sappiamo che una top player di calcio femminile può arrivare a guadagnare anche 150mila euro all’anno, ma si tratta di pochissime atlete» dice la presidente di Assist. Cifre neanche paragonabili a quelle del settore maschile.
Almeno le calciatrici sono professioniste (le uniche)
Un primato però il calcio femminile ce l’ha: è l’unica disciplina, tra le 50 Federazioni esistenti in Italia, a vantare il professionismo per le donne. In tutti gli altri sport, le donne sono e restano dilettanti, anche se competono ai massimi livelli, anche se si allenano quanto i colleghi uomini, anche se portano successi e medaglie. E questo è il risultato della lotta per i diritti di tante donne che hanno sfidato un retaggio di stereotipi e pregiudizi, ancora resistenti. «Milena Bertolini, tra le capitane coraggiose di mille battaglie per i diritti, raccontò qualche anno fa a Bologna in un convegno che, per allenarsi (ovviamente di sera, dopo che tutte le squadre di sesso maschile possibili e immaginabili avevano avuto la loro seduta) la sua squadra di serie A doveva posizionare le auto con i fanali direzionati verso il campo, perché il custode a una certa ora spegneva le luci» racconta Garribba Rizzitelli. «E come non ricordare l’uscita di Belloli a capo della Lega Dilettanti, incluso il movimento femminile che, in pieno consiglio, dice “Basta dare i soldi a queste 4 lesbiche”? In quella occasione (correva l’anno 2015) solo una enorme esplosione internazionale mediatica del caso, sempre a cura di Assist, costrinse i vertici del calcio italiano ad accompagnare il signor Belloli alla porta».
Nuove role model per le nostre bambine
Stereotipi, misoginia e lesbofobia da sempre ammantano il calcio giocato dalle donne. Ma oggi, grazie alla nuova visibilità sulla Rai, le donne della Nazionale stanno entrando nei nostri cuori, con le loro storie, le loro vite al di fuori del calcio, ma soprattutto con il loro esempio: «Se la semifinale è già stata un traguardo, la storia vera scritta da queste atlete è quella che deve garantire a tutte le bambine del nostro Paese di non vedersi negare il diritto a giocare a calcio senza essere rispettate» commenta Garribba Rizzitelli. «Al talento di Cristiana Girelli, Elena Linari, Barbara Bonansea oggi possono far riferimento migliaia di bambine e scoprire, con i propri genitori, il diritto di non dover elemosinare per essere ciò che si vuole. Una calciatrice, per esempio, o semplicemente una donna libera di scegliere».