«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via». Così ragionava Cesare Pavese in La luna e i falò, storia di un uomo che rientra al suo villaggio dopo 20 anni per scoprire che quel luogo è cambiato. Lui stesso ormai è un’altra persona e ciò che cerca forse non è mai esistito, se non nei ricordi. Un paradosso difficile da scrollarsi di dosso, per chi da tempo le proprie origini se le è lasciate alle spalle senza tanti rimpianti per studio, lavoro, claustrofobia o progetti ambiziosi. E per chi un borgo in cui tornare non ce l’ha, ma può facilmente barattare l’idea con una contrada urbana (le poche che resistono alla gentrificazione), un’enclave che condivida lo stesso dialetto, una compagnia di amici affiatata e tenace.

Fuggire e ritornare alle radici

Elena Ferrante ha costruito un’intera saga attorno a questa tensione: la sua Lenù fugge dal rione per emanciparsi e diventare scrittrice. Eppure per i quattro volumi di L’amica geniale non fa che tornare laggiù e alla sodale Lila. E Massimo Troisi, nel 1981, ci aveva ricamato sopra una commedia malinconica e pungente, Ricomincio da tre, su un irriducibile napoletano emigrato a Firenze.

Possedere un’ àncora emotiva che ci difenda dal vuoto e ci dia allo stesso tempo il diritto di fuggire è il bisogno umano descritto da Pavese, accompagnato dalla certezza che, ovunque andiamo, qualcosa di noi resterà ad aspettarci: la geografia di riti che ci hanno plasmato quando eravamo lavagne pulite o una comunità che custodisca la matrice integra dei nostri sogni prima che, realizzati o dirottati, evaporassero.

La metropoli da madre a matrigna

Abbiamo tutti necessità di radici da rinnegare o rivendicare al bisogno, una linea di partenza per sondare la distanza percorsa nei momenti in cui fatichiamo a riconoscerci allo specchio. Io quel centro di gravità non ce l’ho. Non così definito. Sono nata in una metropoli e per anni ho creduto che la sua popolazione brulicante bastasse a fare le veci di un’appartenenza. Poi la grande città, per come la conoscevo, ha cominciato a implodere. La speculazione immobiliare ha sostituito i negozi storici coi temporary store, sfilacciando il tessuto sottile di riconoscimento reciproco che umanizzava il cemento. Da madre, la metropoli è diventata matrigna: respingente, costosa, indifferente.

Così ho attraversato il confine, traslocando nel Comune più vicino, appena fuori dall’anello della tangenziale, dove ho ricostruito da zero un baricentro e una piccola grammatica quotidiana. Ho capito di avercela fatta quando il vigile che veglia sulle strisce pedonali davanti a scuola mi ha salutata per nome. Una cosa da niente, per me una vertigine. Ora la considero una misura identitaria, come scendere sotto casa per l’aperitivo il venerdì e ritrovare le facce di sempre o litigare sulle elezioni del sindaco con la stessa gente con cui poi fai comunella nell’area cani o nelle feste di piazza.

I numeri della doppia appartenenza

I dati Istat certificano che non si tratta di un idillio privato: a fronte di 3,5 milioni che in 20 anni hanno lasciato i borghi per i grandi centri, 3,3 milioni hanno percorso quel viaggio al contrario. Il saldo è negativo, ma il controesodo è massiccio, molto più di quanto l’immaginario collettivo suggerisca. Nel solo biennio 2023-24 quasi 3 milioni di italiani hanno cambiato Comune di residenza. Numeri che raccontano una mobilità inquieta, avviluppata a quella che la psicologia sociale chiama “doppia appartenenza”: la condizione di chi non taglia il filo ma lo dilata e in quella dimensione flessibile trova una bussola per non perdersi.

La scelta di Cécile

Intercetta le stesse frequenze Allora balliamo, l’opera prima di Amélie Bonnin dal 18 giugno al cinema: la protagonista Cécile, interpretata dalla cantautrice Juliette Armanet, è una chef di talento sul punto di realizzare il sogno di un ristorante gourmet tutto suo a Parigi. L’infarto improvviso del padre la costringe a frenare e a tornare al paesino d’infanzia in una provincia senza pretese, a un amore adolescenziale mai sbiadito e ad amici e compaesani che la costringono a fare i conti col suo passato e la divorante ambizione che l’ha portata a tradirlo.

I protagonisti del film "Allora balliamo" sorridono in una scena
Juliette Armanet (sopra, a destra) è Cécile, la protagonista della commedia francese Allora balliamo. In sala la prossima settimana distribuito da Fandango, il film diretto da Amélie Bonnin viene presentato a Fandango Live – Cinema, libri, storie, a Lecce fino al 14 giugno

La forza del film sta nel proporsi come una sorta di musical-karaoke che alimenta il senso di appartenenza attraverso una playlist di hit intramontabili che il pubblico (francese) non può non cantare coi protagonisti. E in un finale che, per evitare spoiler, lasciamo in sospeso: Cécile sceglierà di rimettere le radici in paese o ripartirà per Parigi?

È la stessa oscillazione, lacerante e cruciale, che si muove dietro i destini delle tre donne di cui abbiamo raccolto le storie.

Allora balliamo

Anna, da Torino alla Valle d’Aosta

Salvando il negozio di famiglia ho salvato me stessa

Ho vissuto 14 anni a Torino lavorando nella comunicazione, poi una separazione e la diagnosi di Alzheimer di mia madre hanno cambiato tutto. Dopo la morte di mio padre, il negozio di sci e attrezzature sportive di famiglia nel mio paesino in Valle d’Aosta – quattro generazioni di storia – rischiava di chiudere. Tornare quassù, da madre separata, è stata una scelta obbligata, ma oggi i miei due figli piccoli crescono su queste montagne, frequentano la scuola del paese, parlano il patois con i compagni.

E qui c’è una rete di protezione: persone che mi hanno vista crescere e sanno come mi sento senza che io debba spiegarlo. Pensavo di rientrare solo per salvare l’attività, invece ho capito che stavo salvando me stessa. In un angolo del locale ho ricavato una piccola wunderkammer con foto d’epoca, attrezzi agricoli e costumi tradizionali: ci vengono le scolaresche, i turisti e gli anziani a riconoscersi. Mia madre guarda quegli oggetti e a volte ricorda. E questo per ora mi basta. Anna, 43 anni, nata in Valle d’Aosta

Sara, da Milano alla Basilicata

Non so come definire questo “nucleo di ritorno”, ma oggi sento di aver fatto la scelta giusta

Dalla fine della pandemia lavoro da remoto per una serie di aziende nordeuropee. Tre anni fa sono tornata nella casa di famiglia nel borgo in cui sono nata, in Basilicata. La vera rivoluzione è stata convincere Luca e Giovanna, amici d’infanzia dispersi tra Milano e Berlino, a fare lo stesso salto. Oggi siamo una micro-comunità di tre famiglie: condividiamo un orto, due auto, una baby sitter. All’inizio la gente del posto non ci riconosceva, ci guardava con diffidenza – tre famiglie di 30-40enni coi computer e le call su Zoom – poi col tempo abbiamo iniziato a farci amare.

Luca ha aperto un laboratorio di ceramica e collabora con le scuole, Giovanna lavora in smart working e tiene un doposcuola per i bambini del paese, la sera mangiamo insieme senza che serva un’occasione. Il paese mi ha restituito la sovranità sul mio tempo. A Milano ero costantemente di rincorsa, in ritardo su tutto, mi affannavo senza sapere verso cosa, qui ho imparato a essere addirittura puntuale. Due, tre volte l’anno salgo al Nord per pochi giorni, ma sono sempre felice di tornare. Stiamo diventando una cosa nuova. Non so ancora come chiamarlo un nucleo di ritorno che si sostiene a vicenda, ma sento che è la cosa giusta. Sara, 39 anni, nata in Basilicata

Rossana, da Roma alla Sicilia

Qui, dove sono nata, ritrovo il mio baricentro

Ho trascorso 10 anni cercando di affermarmi come attrice a Roma, tra provini e porte in faccia, con la frustrazione di sperare in un successo che non dipendeva da me. A 35 anni sono tornata a casa in provincia di Agrigento, ho affittato un magazzino nel centro storico del paese e ho aperto una scuola di teatro. Siamo partiti con tre allievi, ma presto il cortile si è riempito di ragazzini e 4 anni fa abbiamo lanciato un festival indipendente, che negli anni si è ingrandito e ha trovato una buona risonanza. Vedere la piazza centrale piena, grazie alle mie idee, è stato un riscatto enorme, ma la provincia ridimensiona presto i sogni: per finanziare il festival e trovare partner, oggi sono di nuovo costretta a passare 5 mesi l’anno a Roma, a caccia di fondi e di bandi.

Questo elastico è la mia condanna e insieme la mia bussola. Non ho fallito e non sono scappata. Prima la metropoli era il mio orizzonte statico, ora è diventata lo strumento per nutrire il mio paese, che è il posto in cui ritrovo il baricentro e do voce alla passione. Rossana, 42 anni, nata in Sicilia

Vieni a vedere con noi Allora balliamo

Abbiamo preparato una sorpresa per voi. La deliziosa commedia musicale Allora balliamo, primo lungometraggio della regista francese Amélie Bonnin. Il film, che ha inaugurato tra gli applausi il Festival di Cannes del 2025 e ha ricevuto quattro candidature ai Premi César, gli Oscar d’Oltralpe, arriva al cinema il 18 giugno.

Le lettrici di “Donna Moderna” possono vedere il film in anteprima il 16 giugno.

Dove e quando? All’Anteo Palazzo del Cinema di Milano alle 21.30 e al Cinema Eden di Roma alle 20.30. Basta cliccare qui, verificare le disponibilità e seguire le istruzioni. Buona visione!