Il senso di colpa, si sa, è distillato insieme all’istinto materno ma, quando la mia amica Betta mi ha raccontato con finta ironia (la conosco, era davvero in ambascia) l’ultima uscita di suo figlio 28enne, ho pensato: saltiamo una generazione di madri e di progeniti e passiamo direttamente alla prossima. Il bravo figliolo pare abbia polemizzato: «Ecco, tutti i miei amici hanno una casa di vacanza, voi perché non ve la siete comprata? Così non mi sbattevo».

A nulla è servito ricordarle (sì, io a lei) che, mentre i suoi amici erano spiaggiati in Liguria a setacciare telline nei secchielli, il povero ragazzo aveva già visitato quattro continenti insieme a mamma e papà che, mannaggia a loro, avevano il pallino dei viaggi estivi per fargli scoprire il mondo.

Dietro l’irriconoscenza tipica di alcuni soggetti della Gen Z, però, si nasconde un tema vero: oggi il plus è avere una seconda casa da scroccare a nonni o genitori, la stessa in cui magari si veniva trascinati da piccoli e che verso i 14 anni si è iniziato a criticare, poi a boicottare, infine a usare come merce di scambio: «Vuoi mandarmi in vacanza in Inghilterra? E allora non vengo più giù». Dove “giù”, ovvio, è il paesello che all’estero farebbero a gara per abitare, meglio ancora se a 1 euro, mentre i tuoi ragazzi fino a ieri ci vedevano solo una piazza, una chiesa, due ruderi e nessuno da rimorchiare.

villeggianti nella piazza di un borgo italiano
Peter Thomas / Unsplash

La vera fortuna della Gen Z? Una seconda casa da ereditare (o da scroccare)

La teoria della “casa giù”, d’altronde, si appresta a diventare il tormentone dell’estate 2026 grazie al trio Levante-Brancale-Delia, che su questa nuova e vecchia necessità ha ricamato la hit Al mio paese, un motivetto che fa: “Incominciano le ferie quando torno al mio paese, le madonne nelle chiese quando torno al mio paese, per l’amore e per la fede torni sempre al tuo paese”.

Insomma, ci siamo capiti: il coltello nella piaga della mia amica Betta, e già me la vedo lì a sfogliare annunci immobiliari. Se non fosse per la diatriba generazionale un po’ ruffiana, l’invito a rivalutare le seconde case chiuse perché troppo lontane, declimatizzate e soprattutto adatte a chi apprezza lo stile granny sarebbe da cogliere al volo.

Ombrelli contro l’incertezza carburante, parafulmini per i forzati dello smart working estivo, custodi di dolci ricordi d’infanzia sepolti sotto il logorìo della vita moderna, i bilocalini in Romagna spuntati come funghi negli anni ’60 così come i duplexini di montagna in remote stazioni sciistiche dove oggi si riprogetta lo slow living vivono un secondo revival per la felicità del signor Airbnb.

Bagnanti italiani in spiaggia a Cefalù
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Ho affittato una casa per un anno: la mia personale rivoluzione delle vacanze

Ne so qualcosa pure io, maestra delle vacanze imperfette, in modalità “ferie trovi-quel-che-trovi” da almeno tre lustri. Quest’anno ho dato prova di una sospetta abilità di travel planning che ha stupito i più accaniti sostenitori della mia incompetenza: ho affittato una casa per 12 mesi.

Sì, farò il giro del calendario trovando i miei vestiti nell’armadio e le ciabatte ogni volta che ritorno: alla mia età, ci vuole poco per essere felici.
Non è che sono diventata ricca, ho solo messo insieme domanda e offerta: la mia naturale laziness nel cercare un approdo estivo e la disponibilità di case a prezzo modico in una località turistica un tempo abbastanza charmant per i milanesi e oggi in totale ribasso.

Polenta, zanzare e tornanti: la mia idea di vacanza

Vivo l’amarcord, i tempi che furono, mi accontento di passeggiare dove – si racconta – una volta venivano i vip al circolo del tennis e nell’unico albergo del paese ha dormito persino l’Alberto Tomba (è vero, ci credo, c’è la foto).

Confido nella speranza che nessuno transiti di qui per instagrammare quel delizioso santuario immerso nei boschi pieno di ex voto di gente salva da un burrone per miracolo, che staresti lì un mese intero solo a scriverci un libro.

Vorrei mangiare ancora per un po’ polenta e salamella nel piatto di plastica che si fonde, sotto i gazebo della Pro loco, farmi divorare dalle zanzare del cinema all’aperto del campo sportivo, trovare sempre lo stesso cartello “Benvenuti a…” alla fine del 50esimo tornante dove i ciclisti ti fanno il dito medio. Diciamola: per un paio di settimane, qui mi sembra tutto una figata.

donna villeggiante degli anni 60 in Italia
Secondo l’ultima ricerca di Airbnb, quasi 1 italiano su 2 considera la vacanza un’opportunità per conoscere luoghi e tradizioni locali in modo più spontaneo e reale. E, per farlo, famiglia
e amici sono i compagni ideali: per il 60% degli intervistati, l’estate è prima di tutto un’esperienza da condividere. Foto Stocksy

Quando le persiane si chiudono e l’estate se ne va

Mi faccio prendere dalla coolness del piccolo borgo mentre scrollo gli aperitivi on the beach di gente che non so perché non ho ancora cancellato dai contatti.

Mi godo il fresco e l’atmosfera da ancien régime sapendo che tutto questo prima o poi finirà.
Il cittadino, qui, è tollerato a piccole dosi, se va e poi ritorna, se si accomoda da viandante, senza chiedere o aspettarsi di più.

Un sentimento di diffidenza reciproca che capisci dall’aria che tira quando le persiane delle seconde case si chiudono, i pullman dei ritiri sportivi sgasano verso la metropoli, l’aria si fa più frizzante, i locals preparano le valigie per l’ultimo sole di settembre, ovviamente il più bello.

La malinconia di fine stagione che sa di casa chiusa

Se nessuno ti ha ancora reclamato in città, finalmente qui arriva la quiete dopo la tempesta. La stessa “situa” malinconica che da bambina ti prendeva quando dovevi lasciare la casa del mare (sì, ne ho avuta una anche io) con quel suo odore di chiuso che ti portavi nelle narici fino al casello di Melegnano, insieme all’ultimo ricordo della tua memorabile vacanza: quel mezzo chilo di sabbia infilato proprio lì, nelle mutande. Ognuno ha la madeleine che si merita.