Sono giorni di caldo intenso, ma anche di studio intenso per 527mila studenti alle prese con la preparazione della prova orale dell’esame di Maturità. Di sicuro affrontarla con il supporto di amici, compagni o anche altri ragazzi e ragazze può risultare più leggero, anche se si tratta di sconosciuti. Proprio come permette di fare Study with me, una app che – tra le varie app per studiare – crea una sorta di “biblioteca” virtuale condivisa. Ecco come funziona.

Study with me, cos’è

Se le biblioteche sono un po’ meno affollate rispetto a qualche anno fa, oggi le App tentato di ricreare gli stessi spazi condivisi, seppure a distanza. È un po’ da questo concetto che è nata Study with me. Non si tratta di una new entry nel mondo delle applicazioni – inizialmente, infatti, era presente principalmente su YouTube e Twich – ma è solo adesso che sta spopolando, complice TikTok. Il funzionamento è semplice: dopo averla scaricata, si accede con lo smartphone e si punta la telecamera verso la propria scrivania. E si inizia a studiare, in silenzio, ciascuno per conto proprio. Per questo ricorda molto da vicino una normalissima (e tradizionale) aula studio.

Studiare da soli, ma in rete

Ma, allora, qual è lo scopo di questa App? Di fatto ciascuno si organizza in modo autonomo, non c’è la possibilità di chiedere aiuto, di interagire, di ripetere ad alta voce. Il vero scopo, ciò che piace, è l’idea di riuscire a concentrarsi meglio se si sa di essere in qualche modo “osservati”. Il che implica anche il fatto di non essere soli: anche se nella propria camera c’è solo una persona, in collegamento ce ne possono essere molte altre, tutti ragazzi e ragazze nelle stesse identiche condizioni di “studio forzato”. È proprio la necessità di connessione che sembra spingere a scaricare questa App.

La scansione del tempo

A questo si deve anche aggiungere che molte App come Study with me o simili, prevedono una scansione del tempo: «Questo è un fattore che viene molto apprezzato dai ragazzi. Lo vedo anche tra i miei studenti: l’applicazione indica, per esempio, una sessione di studio da 50 minuti e una pausa di 10, che di fatto è un metodo che viene fornito ai ragazzi, evitando loro il rischio di procrastinare, fornendo un obiettivo», conferma Elena Farinelli, docente di Social Media presso lo IED, l’Istituto Europeo di Design. «Chi appartiene alle generazioni precedenti quasi sicuramente si organizzava in modo autonomo, mentre oggi la Gen Z trova risposte soprattutto in rete. Poi subentra il passaparola e così alcuni fenomeni diventano virali», aggiunge l’esperta.

Più produttivi?

Un altro aspetto interessante, poi, riguarda la produttività: che si tratti di smart working o oppure di studio davanti a un computer (sono sempre più diffusi i testi digitali o libri di lettura condivisi su Classroom), uno dei rischi maggiori è la distrazione. Collegarsi con altri utenti, invece, permetterebbe di ritrovare l’attenzione richiesta. «Sia per gli studenti che per chi lavora da remoto perdere tempo è molto più che un rischio: davanti al monitor si cede alla tentazione di controllare anche altre finestre o i social, o controllare le notifiche. Accade soprattutto ai più giovane, ma neppure gli adulti sono esenti. In fondo una volta si andava in biblioteca proprio per stesso motivo, anche se la distrazione poteva arrivare soprattutto dalla tv. La verità è che ci vuole tanta autodisciplina, specie con il mondo digitale», osserva Farinelli.

Il fenomeno dei video Study with me

Come se non bastasse, però, Study with me si differenzia da altre App analoghe per i video registrati dagli utenti. Se altre applicazioni, molte delle quali provengono dalla Corea del Sud, si limitano a permettere di entrare in queste biblioteche virtuali, Study with me ha anche la possibilità di registrare e condividere filmati con sessioni di studio arricchiti da suoni rilassanti, che avrebbero lo scopo di favorire ancora di più l’apprendimento tramite una maggiore concentrazione da parte degli studenti. In questo ambito a fare scuola è il creator noto come @MerveStudyCorner, i cui video macinano decine di migliaia di visualizzazioni su YouTube. Tanto per dare un’idea concreta, uno dei suoi primi “prodotti”, lungo 3 ore e realizzato con uno sfondo di un panorama scozzese piovigginoso, ha totalizzato14 milioni di views.

Quali effetti positivi

La tendenza è tale che sul fenomeno di Study with me (l’originale e i vari Gongbang analoghi di provenienza asiatica), qualche tempo fa è stato condotto uno studio, intitolato How People Use Study with me Videos to Create Effective Studying Environments. Dopo aver analizzato una serie di video e aver rivolto questionari agli utenti, i ricercatori hanno dedotto che tra i motivi principali per cui queste App funzionano (o si ritiene che funzionino) è che permette a chi si collega di abbassare i livelli di pressione, anche solo osservando altri studenti nelle stesse condizioni. Si potrebbe pensare che non è necessario ricorrere a una App per sapere che c’è chi si trova “sulla stessa barca”, ma gli studenti intervistati hanno spiegato che la differenza sta nel ritenere che Study with me renda “controllabile” la pressione.

Meno pressione, ma si rischia la “dipendenza”?

Di fatto, collegarsi con altri utenti, osservarli mentre studiano e compiere gli stessi gesti allevia il peso dello studio. Con la possibilità, però, di interrompere la connessione o il video se si tratta di filmati registrati, in qualunque momento. Da qui l’idea di un maggior controllo. In realtà esiste anche un rovescio della medaglia: secondo molti osservatori, infatti, si potrebbe creare una sorta di dipendenza da uno strumento esterno per studiare. «Premesso che il mondo degli adulti è molto giudicante nei confronti del mondo digitale, va detto che le App che danno dipendenza non sono queste, ma TikTok o i videogiochi, che sfruttano meccanismi di ricompensa ormai noti», spiega Farinelli.

Il limite di uno standard unico

C’è poi un’ultima riflessione da parte di insegnanti, formatori e coach: ancora una volta si è in presenza – in particolare per i video che mostrano come studiano gli altri – di uno standard unico, di un modello di studio a cui uniformarsi, che però non tiene conto delle peculiarità dei singoli. C’è chi, per esempio, riesce a memorizzare meglio solo ripetendo ad alta voce, o chi ha necessità di prendere appunti e realizzare “mappe” cartacee e potrebbe non riuscire ad apprendere al meglio semplicemente leggendo i propri testi come fanno altri in collegamento con la App.

Il rischio di appiattimento

«Credo che il rischio di appiattimento su modelli unici ci sia, quindi di metodi che non tengano in considerazione né le singole caratteristiche né eventuali difficoltà, come nel caso di studenti con ADHD, per esempio. Può darsi che nel lungo periodo uno riesca a trovare “la scarpa per il suo piede”, quindi App idonee, però se non avviene c’è il pericolo concreto che adeguandosi a quanto fanno gli altri non si sia davvero performanti come si potrebbe essere seguendo le proprie necessità o inclinazioni, quindi se si scegliesse un sistema più su misura. Ma questo è un problema che vediamo anche nelle scuole, purtroppo», conclude la docente.