Una tragedia annunciata. Mirko Moriconi è stato ucciso dal padre a 24 anni, insieme alla madre, Kety Andreoni, in una frazione di Camaiore, in provincia di Lucca. Il padre non sopportava il fatto che il ragazzo fosse omosessuale, ma la cosa era risaputa. Michelangelo Andreoni, che sui social usava il cognome della madre – e già questo la dice lunga sui rapporti con il padre – nel 2022, quando aveva solo 20 anni, scriveva nel suo profilo Instagram da 12mila followers: «Brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay». E mentre usava il cognome della madre, sul braccio aveva tatuato il nome del padre che poi l’avrebbe ucciso: perché Mirko l’amava, quel padre.

Mirko Moriconi ucciso insieme alla mamma

Per questa giovane persona, che pare avesse iniziato il processo di transizione, la mamma era un punto di riferimento fondamentale, un’alleata imprescindibile che l’ha sempre difeso, fino all’ultimo: «La mia complice di vita, la mia migliore amica, la mia forza, Mia madre tvb» scriveva Mirko concludendo con un cuoricino. E la mamma, 52 anni, rispondeva inondando di cuori.

Mamma e figlio, complici nella vita, sono morti insieme. Come riporta l’Ansa, Piero Moriconi, 63 anni, operaio edile, li ha uccisi a colpi di fucile, prima uno poi l’altro. E ha atteso l’arrivo dei carabinieri seduto su un muretto. Il figlio Mirko lavorava come cameriere ma il suo sogno era fare il cantante. Aveva anche inciso un brano rap.

«In famiglia gli davano noia»

Il cognato, Giovanni Mallegni, ai cronisti ha detto che in famiglia «gli davano noia. Lui era un bonaccione – ha sostenuto l’uomo – lo dicono tutti» ma «non ne poteva più». Di cosa non è ben chiaro. In quella casa, ha solo aggiunto il cognato, «urlavano, lo volevano anche picchiare», «quando a volte veniva a casa mia si vedeva che c’era qualcosa che non andava e anche mia moglie mi diceva ‘Speriamo che Piero non combini qualcosa’».

Femminicidio e figlicidio non sono semplici fatti di cronaca nera

Piero qualcosa l’ha combinato. Si è reso autore di femminicidio e figlicidio. Una tragedia annunciata che, come sottolinea l’associazione D.i.Re, non è soltanto una tragedia familiare, né un semplice fatto di cronaca nera. È un fatto politico che deve interrogare l’intera società e chiama in causa la persistenza di una cultura patriarcale, autoritaria che continua a considerare le relazioni affettive e familiari come spazi di controllo, possesso e subordinazione. «Quando un padre ritiene di poter decidere chi un figlio debba essere, come debba vivere e chi debba amare, fino ad arrivare ad annientarne la vita perché non conforme alle proprie aspettative, non siamo di fronte a un gesto inspiegabile o isolato» dichiara Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza.

«Siamo di fronte all’espressione più estrema della violenza patriarcale: quella che nasce dalla convinzione che l’autorità maschile possa prevalere sulla libertà e sull’autodeterminazione degli altri. E quando a essere colpita è anche una madre che ha scelto di stare dalla parte del figlio, di proteggerlo e riconoscerne la dignità, emerge anche il carattere profondamente misogino di questa violenza, che punisce le donne quando rifiutano il ruolo loro imposto di custodi dell’ordine patriarcale».

Ancora troppi i rifiuti da parte delle famiglie

Ma questa è una tragedia annunciata anche perché, al di là di questo fatto specifico, per molte persone gay, lesbiche, transessuali, è ordinaria amministrazione ricevere dalla famiglia reazioni violente di incomporensione, negazione, rifiuto, aspettative di cambiamento. Spiega Massimo Prearo, ricercatore
universitario in Scienza Politica all’università di Verona: «La violenza di un padre e marito omicida è l’altra faccia della violenza omofoba e transfobica che porta tanti figli a tentare il suicidio. Figli magari in un’età molto fragile, in cui non esistono le risorse per far fronte al rifiuto e alla negazione della propria identità. Un rifiuto che oggi si esprime ancora al momento del coming out, quell’esperienza che oggi non è per nulla scontata. Spesso quella rivelazione è ancora una tragedia per molte famiglie».

La non accettazione è trasversale

Ma la non accettazione è trasversale. Non è legata ad ambienti specifici: «Siamo ancora in un contesto in cui per la società le persone Lgbtq+ sono il target di un discorso politico che stigmatizza i Pride, i matrimoni tra persone omosessuali, le transizioni. Tutto ciò è stigmatizzate quotidianamente nel discorso politico» prosegue il dottor Prearo. «Poi la violenza si declina a seconda dei contesti ma, dietro, sappiamo che c’è un problema più grande che interroga politica e istituzioni».

Quella stessa politica che di facciata appoggia le azioni anti discriminatorie ma che poi, di fatto, non fa nulla. «L’Italia, come molti altri Paesi, sulla carta ha una strategia nazionale Lgbtq+ contro la violenza e la discriminazione che ricalca quella europea, approvata dal governo Draghi e sottoscritta nel 2025 dal governo Meloni. L’obiettivo della strategia europea è fare ciò che si è fatto per le politiche di genere, cioè rendere mainstreaming anche il contrasto alla violenza contro le persone Lgbtq+, lavorare per prevenire la violenza in tutti gli ambiti, dalla scuola alle istituzioni e alla sanità in modo integrato e trasversale. Peccato che questo insieme di attività poi, nei fatti, non venga implementato. Una foglia di fico, insomma, dietro cui nascondersi».

Il pensiero va a Mirko, alla sua vita spezzata e a tutte le persone che ancora oggi subiscono discriminazioni o rifiuto a causa del proprio orientamento sessuale. E va anche alla sua mamma e al suo femminile, dentro cui Mirko aveva scelto di radicarsi.