Nicole Kidman, durante una conferenza a San Francisco, ha rivelato di voler diventare una “death doula”, una persona cioè che accompagna gli altri nei loro ultimi giorni di vita. La decisione sarebbe maturata negli ultimi momenti di vita della madre, mancata nel 2024: «Mamma si stava spegnendo e si sentiva sola, e la famiglia poteva prendersi cura di lei solo fino a un certo punto». Anche in Italia ci sono persone che si stanno formando come Doule della morte.
Tutti noi infatti facciamo queste riflessioni di fronte alla sofferenza di una persona cara. Io, per esempio, con mia mamma 88enne non faccio altro che parlare di come se ne andrà, di cosa potrebbe accadere, a lei e a noi figli. Di come gestire le sue cose. Di cosa ci aspetta tutti quanti. A casa mia da tempo non abbiamo paura di parlare della morte: e non perché siamo religiosi. Per noi, dopo la scomparsa prematura del papà, è normale credere che la morte sia qualcosa con cui ci si debba confrontare sempre, e non solo all’ultimo momento.
Il primo corso per diventare Death Doula, Doula della morte
Per questo, il primo corso per diventare Doula della morte (sì, proprio quelle donne che sono vicine alle mamme in gravidanza, nel parto e nel post parto), e la nascita della prima associazione di Doule della morte in Italia, mi sembrano i lembi di un cerchio perfetto che finalmente si chiude, mentre si apre al futuro, con tanto di sito web (douledellamorte.it) e pagina Instagram (doule_della_morte_italia), che io naturalmente ho iniziato subito a seguire.

La Death education, da strumento formativo a urgenza culturale
Scopro così che questa declinazione della professione, che sta mettendo radici anche in Italia, viene da esperienze decennali nei Paesi anglosassoni e riflessioni consolidate sulla vita e sulla morte, che nel nostro Paese si sono concretizzate per la prima volta nel 2007 nel progetto culturale Il rumore del lutto (www.ilrumoredellutto.com), il primo Festival italiano (che si tiene ogni anno) dedicato al dibattito su vita e morte attraverso il colloquio interdisciplinare e trasversale tra ambiti diversi.
La figura di una persona specializzata che accompagni chi muore e i suoi familiari in questa fase cruciale della vita umana, carica di bisogni emotivi, fisici e spirituali, si inserisce nella Death education, quello strumento pedagogico e formativo finora riservato ai sanitari, e che oggi ci si auspica possa essere esteso fin dai primi anni di scuola. Il movimento – che personalmente non conoscevo – punta a informare sulla morte, dando alle persone una consapevolezza e una comprensione che può aiutarle a ridurre i livelli di ansia e angoscia, tanto più elevati quanto meno il fine vita entra nella nostra quotidianità.
La Doula della morte (End of life Doula) è un segno dei tempi
In una cultura, come la nostra, che esercita una vera e propria congiura del silenzio sul fine vita, che rimuove sistematicamente l’idea della morte, che la occulta per consentirci di vivere serenamente, che la privatizza delegandola alla medicina e gestendola in luoghi di cura appositi, allontanandola così dal luogo dei vivi, l’arrivo di questa figura è un segno di civiltà. Ma è anche un segno dei tempi. Sono infatti i cambiamenti sociali a rendere urgente un tema così tanto assente dalla nostra ruotine del pensiero, eppure ormai pervasivo nelle vite di tutti noi visto l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche e degenerative, e il crescente dibattito pubblico su eutanasia, accanimento terapeutico e diritto a una morte dignitosa. Se infatti la medicina ha compiuto progressi tecnici straordinari, spesso fatica a rispondere ai bisogni emotivi ed esistenziali delle persone.
Il primo corso a Genova
La Liguria – forse perché è la Regione più vecchia di’Italia – è così diventata pioniera in questa vera e propria rivoluzione del vivere, in cui morire bene, con dignità e accompagnati, diventa un diritto concreto, e non un’utopia. Il primo corso biennale di alta Formazione si è infatti concluso a Genova nel giugno 2025 e un altro biennio è appena iniziato. Questo corso è il primo nel suo genere in Italia: non solo per la sua impostazione olistica e scientifica, ma anche per il riconoscimento istituzionale ottenuto.
Si è svolto con l’alto patrocinio dell’ICB (International Chair in Bioethics – Department of One Heatlh, Bioethics and Tecnological Research), è stato accreditato dagli Ordini professionali di psicologi, medici, infermieri e assistenti sociali e dall’Università di Genova (UNIGE) per la formazione sanitaria continua delle professioni sanitarie, e ha ricevuto il sostegno dell’Istituto Italiano di Bioetica e della Lega Italiana per la Lotta ai Tumori (LILT).
L’approccio integrato alla morte
Il corso, voluto dalla So.Crem – Società Genovese di cremazione, ente del Terzo settore – e promosso dal Centro Studi Edoardo Vitale, ha coinvolto psicologi, medici palliativisti, filosofi, infermieri, antropologi, giuristi ed esperti in etica, e ha proposto un approccio integrato alla morte e al morire. Le studentesse (Doule, o comunque già impiegate in professioni di cura) hanno affrontato temi come l’assistenza al dolore fisico e alla sofferenza esistenziale, la comunicazione in contesti di crisi, il lutto e la sua elaborazione, le cure palliative, i diritti dei pazienti e le dimensioni culturali e spirituali della fine della vita.
Un nuovo spazio culturale e professionale
Si sta aprendo quindi uno spazio culturale, sociale e professionale in cui il fine vita entra a pieno diritto nelle nostre esistenze. Mi piace guardare alla figura della Doula del fine vita come a un amuleto contro la solitudine del morente e il terrore verso l’ignoto. Come la testimone di una nuova umanità. Un’umanità capace di guardare alla morte non più solo come una sconfitta, ma come una fase importante della vita, da attraversare con rispetto, presenza e cura.
Per informazioni, scrivere a So.Crem Genova: [email protected], tel 0105504806.