Nudi alla meta. In riva al mare, ma non solo. Anche sulle sponde di un lago, lungo un sentiero di montagna, al bordo di una piscina. Perché la meta è relativa, ognuno ha la sua, le strade per raggiungerla invece si somigliano tutte, fatte della voglia di infrangere certi tabù eppure accidentate e scomode.

Questa, almeno, è l’idea che ci si fa parlando con chi ha scelto di muoversi nel mondo senza vestiti, i naturisti, persone convinte che eliminando le barriere di stoffa tra sé e gli altri si possa entrare realmente in contatto con l’ambiente e con chi lo occupa. Daniele Bertapelle, presidente dall’associazione eco-naturista delle Tre Venezie 3VeNat a questa scoperta ci è arrivato per caso, entrando in una sauna tedesca. «Erano tutti svestiti tranne me. Dopo un imbarazzo iniziale, ho cominciato a chiedermi perché mi vergognassi di qualcosa tanto naturale come il mio corpo». Da lì, dice, ha iniziato a praticare il naturismo.

La storia del naturismo

Per spiegare il suo mondo parte dalle parole. «Si usa spesso la parola nudista che non è sbagliata, ma racconta solo un pezzo della storia. Nudista può essere chiunque va nudo su una spiaggia, sulla riva di un fiume, su un prato. Il naturismo è un modo di vivere caratterizzato dalla pratica della nudità comune per favorire il rispetto di se stessi, degli altri e dell’ambiente» dice. Detta così, sembra semplice ma Daniele spiega che in Italia la vita dei naturisti è un percorso a ostacoli tra divieti, strutture che mancano, sguardi bigotti, fraintendimenti di chi associa la nudità al sesso.

«Il naturismo è arrivato nel nostro Paese tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, spinto dalla voglia di trasgressione. Il desiderio di nudità era un tentativo di sottrarsi agli obblighi, ai sacrifici e alle rinunce che la cultura dominante imponeva. Certi tabù oggi dovremmo averli superati e invece siamo ancora lì a “nascondere le vergogne”. Noi italiani non riusciamo a fare il passo avanti che si è visto altrove. In Austria, in Croazia, in Germania, in Francia sono state create delle strutture ricettive e aperte delle spiagge. Anche nella cattolicissima Spagna in molti luoghi convivono senza problemi persone vestite e persone in libertà. Da noi sono state fatte moltissime proposte di legge, ma nessuna è andata a buon fine».

Il naturismo in Italia, tra ostacoli e assenza di autorizzazioni

In assenza di regole, ottenere un’autorizzazione per la pratica del naturismo è una faccenda complicatissima. «Nel 2011 con la nostra associazione abbiamo avuto una autorizzazione ufficiale alla pratica del naturismo nella spiaggia della Laguna del Mort, vicino a Jesolo», racconta Bertapelle. «L’abbiamo ripulita dalla sporcizia e dagli esibizionisti. Sognavamo di far nascere nelle vicinanze un campeggio naturista e invece l’anno successivo è cambiata l’amministrazione e il sindaco nuovo non ha voluto saperne. Questo è un caso singolo, ma indicativo di come funzionano le cose da noi: le spiagge autorizzate sono poche, le strutture dedicate al turismo naturista ancora meno e chi vuole godersi le vacanze con questo tipo di libertà finisce per andare all’estero».

A dirlo sono i numeri. In Europa si calcolano circa 25 milioni di praticanti del naturismo, negli Usa oltre 40 milioni e altri 40 milioni nel resto del mondo. Un bacino di turisti potenziale a cui l’Italia ha scelto di rinunciare. «Anche gli italiani per lo più vanno in vacanza all’estero. In Francia ci sono 250 strutture ricettive per il turismo naturalista, da noi 12, prevalentemente di piccola entità, di cui solo una sul mare. Spiagge autorizzate ce ne sono una dozzina al massimo, la maggior parte sulla costa tirrenica e nelle isole» spiega Daniele Bertapelle.

Molte di più, dice, sono quelle dove si pratica il naturismo senza un’autorizzazione ufficiale, soprattutto al Sud, posti poco frequentati dal turismo di massa in cui per chilometri non si incontra nessuno. Con un quadro così, non c’è da stupirsi che i numeri dei naturisti italiani sulla carta siano pochi. «La federazione internazionale conta nel mondo circa 500.000 iscritti, di cui oltre 300.000 in Europa. In Italia sono 5.000. I praticanti però sono molti di più». A tracciare il perimetro dei praticanti è Gabriele Rossetti, presidente Fenait (Federazione Naturista Italiana). «In Italia le persone che praticano il naturismo sono tra le 500 e le 600 mila, numeri importanti che però restano prevalentemente sommersi».

Una pratica ancora malvista

In pratica, che si sia vecchi o giovani, il naturismo si fa ma non si dice. «C’è ancora molta paura di venire allo scoperto. Insegnanti che temono di essere oggetto di critica, per esempio. Genitori che praticano all’insaputa dei figli e viceversa. Non è un caso che tanti scelgano località straniere. Contattano le associazioni per iscriversi e si raccomandano di spedire le tessere in buste anonime per evitare che i vicini o i familiari capiscano. Una cosa molto spiacevole».

La discriminazione degli altri è reale? «A tratti sì. Io ho 70 anni e nel mio percorso ho visto tante persone allontanarsi. Molto dipende da dove vivi. In Lombardia, per dire, non ci sono zone autorizzate. C’è stato chi ha pensato di chiedere un’autorizzazione per il Parco Nord di Milano, ma non ha mai ottenuto risposta» I pregiudizi, dice Rossetti, sono forti. «La gente pensa che quelli che si mettono nudi siano tutti esibizionisti, sporcaccioni. Ma è un errore. È vero, ogni tanto sulle spiagge autorizzate si vede gente che ha rapporti o che fa atti di esibizionismo. Ma i primi infastiditi siamo noi naturisti. E capita perché qui il naturismo non è ancora normalizzato come si dovrebbe».

Sulle ragioni per cui si pratica, dice, non ci sono risposte valide per tutti: ognuno ha la sua. «C’è chi lo fa per curiosità, chi per adrenalina. Per me fare naturismo è come andare in moto: mi permette di entrare davvero dentro al posto in cui viaggio. La nudità mette a contatto con la natura. E non solo. In realtà, fa diminuire anche l’attenzione sul corpo. Ho imparato a parlare con una donna, magari anche carina, guardandola negli occhi, lo sguardo sulla scollatura non cade più. Quando ci si spoglia dei vestiti, si tolgono anche delle barriere non fisiche, diventa più facile manifestare chi siamo, comprese le nostre debolezze. Nessuno nota i difetti, le cicatrici, i peli, le disabilità. E neppure il bello».

Mappa naturalista dell’Italia

In assenza di una legge che regoli la pratica del naturismo sul territorio nazionale, la discrezione è lasciata in mano alle amministrazioni comunali, per lo più indifferenti alla questione. Infatti, le spiagge in cui nudismo e naturismo sono autorizzati in Italia sono poche, una dozzina appena. Sulla costa adriatica, ritirata l’autorizzazione alla spiaggia della Bassona vicino a Ravenna, meta naturista dagli anni ’50, resta solo la spiaggia del Lido Punta Le Morge, a Torino di Sangro (Chieti). Va meglio invece sulla costa tirrenica, dove se ne contano 10, la maggior parte in Toscana (nell’Isola d’Elba ce ne sono due, la spiaggia degli Acquarilli e la spiaggia delle Tombe, tre in provincia di Livorno, una in provincia di Lucca) e Lazio, tra Fiumicino e Ostia. A queste si aggiungono le isole.

Cinque in Sardegna: Porto Ferro, in provincia di Sassari, Is Benas in provincia di Oristano, Baia delle Ninfe ad Alghero, la meravigliosa spiaggia delle dune di Piscinas sulla costa sudoccidentale e Feraxi a Muravera, nella costa sudorientale; due in Sicilia: la spiaggia di Bulala a Gela e la spiaggia di San Saba a Messina. E il Sud: con la spiaggia di Stignano in Calabria e quella della Commenda in Puglia, in provincia di Taranto, in attesa di autorizzazione. Ben maggiore è l’offerta delle spiagge dove il naturismo si pratica senza autorizzare (ma senza tutele): il sito della Federazione Naturista Italiana, fenait.org, ne segnala più di 30, dalla Liguria a Pantelleria.