«Dobbiamo proteggere i nostri figli da un Far West digitale senza regole: la salute mentale dei ragazzi non è un bene negoziabile e la democrazia non può abdicare di fronte agli algoritmi».

Con questa sfida lanciata ai giganti della Silicon Valley ai primi di febbraio, il premier spagnolo Pedro Sánchez, con un nuovo atto di sovranità, ha annunciato il divieto di accesso ai social per i minori di 16 anni. La Spagna segue la Francia, che a gennaio ha approvato un progetto di legge che fissa il limite a 15 anni, dopo aver bandito il cellulare a scuola. Come Sánchez, il presidente Emmanuel Macron ha ammonito: «Il cervello dei nostri bambini non è in vendita». Mentre Madrid e Parigi sottoscrivono il manifesto di una resistenza che contagia l’Europa – il dibattito è acceso in molti Paesi, tra cui anche Germania e Portogallo – l’Australia da mesi fa scuola con una legge draconiana che prevede sanzioni fino a 50 milioni di dollari per le piattaforme che non rispettano l’obbligo di protezione.

In Italia divieto totale agli smartphone nelle scuole

In questo clima, anche l’Italia ha preso posizione: da settembre il ministro Giuseppe Valditara ha imposto lo stop totale agli smartphone nelle scuole. Scelta che mira ai terminali sensibili: i milioni di schermi portatili spalancati sul mondo tossico dei social. Quella dei divieti «sembra ormai la strada maestra imboccata dalle democrazie per arginare un’emergenza che non sappiamo più gestire» sostiene Carlo Verdelli nel suo libro-reportage Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino (Einaudi). Già direttore di Repubblica e della Gazzetta dello Sport, editorialista del Corriere della Sera, per Verdelli il proibizionismo suona come l’ammissione di una sconfitta educativa, ci costringe a guardare in faccia il demone che abita in noi, il cui riflesso occhieggia dalla scatoletta che è ormai la nostra estensione tecno-anatomica.

Smartphone: il genio digitale che esaurisce i desideri

L’autore la descrive come sintesi tra sogno e incubo: «È l’oggetto più straordinario mai inventato, una lampada di Aladino col turbo: se la strofini, anzi se la “scrolli”, il genio digitale esaudisce miliardi di desideri. Ma è anche la più pericolosa invenzione nella storia dell’umanità, trasformata in un carcere senza sbarre. Nessun’altra è riuscita in 15 o 20 anni a conquistare il mondo e a cambiarlo così profondamente e credo, anzi ne sono certo, irreversibilmente» spiega Verdelli. «Lo smartphone è l’oggetto con la distribuzione più capillare sul Pianeta, uno strumento che non conosce distinzione di censo». In Italia si contano oltre 46 milioni di utenti che accedono allo schermo ogni 6 minuti. Una pervasività che trascina l’umanità sull’orlo di una mutazione fisica e cognitiva, «quella dell’Homo curvus: una creatura dalla colonna vertebrale ripiegata sul visore, la cui capacità critica gradualmente si atrofizza, delegando memoria e pensiero all’algoritmo».

“Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino” di Carlo Verdelli (Einaudi) è un pamphlet-inchiesta che indaga sul modo in cui la rivoluzione degli smartphone stia modificando tanto gli adolescenti quanto gli adulti.

La dipendenza da social è un’urgenza civile

Cronista di razza, Verdelli ha raccolto molte testimonianze sul campo: «Ho messo insieme i pezzetti di un puzzle in cui le tesserine siamo tutti noi». Tasselli di una cronaca che si è fatta urgenza civile: la 12enne che per una challenge va a scuola con la vodka e finisce in coma etilico; il bambino che cade nella trappola del “gioco del paracetamolo” su TikTok riportando danni al fegato; la maestra morta in un incidente causato da un autista ipnotizzato dal display.

È il repertorio di danni collaterali di una rivoluzione che sposta il baricentro del rischio: il pericolo s’è insediato nelle nostre case, scava trincee tra adulti e ragazzi, blinda le stanze dei figli. Verdelli le definisce «camere dei segreti»: un tempo guscio protettivo, sono l’avamposto inaccessibile in cui si consuma – lo racconta bene la serie Adolescence – un “lost in translation” generazionale, attraverso un codice criptato di emoji e acronimi che spesso occulta attività di sexting o radicalizzazione.

Vietare i social è l’unica soluzione?

«Abbiamo disimparato la lingua dei giovani» ammonisce Verdelli. «Abbiamo smesso di parlare con loro. Bandi e divieti ci sembrano l’unica soluzione e ignoriamo di vivere accanto a bombe pronte a esplodere». Il paradosso è che in questo carcere digitale noi adulti, immigrati senza bussola, siamo spesso più sprovveduti dei ragazzi. I dati sono impietosi: gli italiani accedono ai propri dispositivi fino a 80 volte ogni ora. Oltre all’uso compulsivo, pesa l’incapacità dell’adulto di porsi come guida. Con brutale onestà, Verdelli parla di dipendenza: «Te ne accorgi solo quando provi a staccarti».

Over 65 modelli poco credibili

L’allarme investe anche gli over 65, «imbucati a una festa» che non li prevede. Soli e privi di strumenti, diventano prede di polarizzazione e fake news, usando lo smartphone come regolatore emotivo per colmare i vuoti. Francesca Barra, giornalista e conduttrice, col suo libro Il no che vorrei dirti. Smartphone, chat e social. Guida pratica per genitori smarriti (Giunti, in libreria dal 1° aprile) riafferma la necessità di una voce adulta consapevole.

«La tecnologia non è un destino, è un ambiente che possiamo ancora governare» rivendica. E denuncia la nostra incoerenza: «Finché siamo i primi a tenere la testa bassa, a scrollare compulsivamente e a confermarci come odiatori sui social, resteremo inascoltati. Siamo modelli poco credibili, la rovina della generazione dei giovani, perché abbiamo smesso di sedurli, di essere il ponte che li incoraggia a fare esperienze. Dobbiamo intervenire con regole più giuste, che trasmettano l’attenzione dei grandi nel coltivare la creatività».

“Il no che vorrei dirti. Smartphone, chat e social. Guida pratica per genitori smarriti” di Francesca Barra (Giunti, in uscita il 1° aprile) è una guida-manifesto che riporta al centro del dibattito su ragazzi e social il ruolo educativo degli adulti.

Non solo divieti ma buone pratiche condivise

Un percorso di cui il divieto legislativo è solo il primo passo. «Non si tratta di demonizzare lo strumento, ma di essere preparati. Bisognerebbe portare lo smartphone a scuola… per studiarlo» replica Verdelli, che suggerisce una serie di buone pratiche, come quella nata a Verbania tra scuole, forze dell’ordine e psicologi: un percorso formativo che coinvolge famiglie e istituzioni per insegnare ai ragazzi i rischi della Rete. Un patto di corresponsabilità in cui lo smartphone non è un diritto di nascita, ma uno strumento dato in prestito ai figli solo dopo averne studiato il funzionamento e sottoscritto regole su orari e trasparenza.

Anche Francesca Barra insiste: «Non bisogna mollare sul patto educativo». Madre di 4 figli, è convinta che la soluzione passi «attraverso un faticoso recupero del tempo condiviso, una riconquista degli spazi del fare – cucina, lettura, musica – strappati alla visualizzazione passiva. È un compito immane: dire no è faticosissimo, ma non possiamo arretrare. I like e i cuoricini sono “moneta falsa” rispetto al valore di un legame fisico. Se vogliamo tornare a essere guide, dobbiamo essere i primi a spezzare le catene digitali».