«Ma cosa devo fare? Passare tutto il tempo a dire che do il mio consenso?». Questa domanda mi è stata posta un paio di settimane fa, a cena, da una donna che è madre di un giovane maschio. Secondo la signora, il dibattito sul consenso ha inibito l’iniziativa virile e ha aggiunto confusione a un rapporto di per sé complicato, come può essere quello tra maschile e femminile.

Il consenso è alla base di qualsiasi relazione

Ho fatto un respiro profondo e ho provato a rispondere in una maniera che non fosse ideologica, ma che riportasse il discorso sul piano pratico delle nostre vite. Le ho rammentato che le relazioni – di qualunque natura siano – si basano sulla comunicazione, e che imparare a comunicare è essenziale per non arenarsi negli equivoci, nella conflittualità, nell’abuso. Questo vale dentro e fuori dal letto.

Basta imparare a parlare

A letto, poi, è questione di esercizio, di buona pratica. Si tratta di imparare a chiedere, a parlare, ad accogliere e rispettare le risposte. Non è spoetizzante, e se lo consideriamo un attentato alla mascolinità, forse dovremmo domandarci cosa significhi per noi “mascolinità”. Interrogare il desiderio dell’altra persona, invece, permette di esprimere un consenso chiaro, verbale, libero e reversibile, legato cioè a quel momento preciso.

Il consenso dev’essere reversibile

Sì, reversibile, perché chiunque può cambiare idea, e chiunque deve accettare che l’altra persona abbia cambiato idea. Anche se può dispiacere, deludere, rovinare i piani. Anche se eri già pronto sulla rampa di lancio. No significa no, in qualsiasi momento, perché tutte e tutti abbiamo il diritto di volere, di non volere, di cambiare idea, di fermarci, di riconoscere che qualcosa che ieri (o un’ora fa) era giusto o desiderabile, oggi, ora, qui, non lo è più. Non ci fa stare bene. Ci mette a disagio.

È liberatoria una sessualità fatta di rispetto

Non è forse liberatorio immaginare una sessualità fatta di rispetto, ascolto attivo, presenza, nella quale non esistano uomini che non devono chiedere mai, e i comportamenti predatori non siano lo standard, e nessuno debba dire “Sì” per paura delle conseguenze, o per senso di colpa, o per sfinimento?