Quanto vorrei essere una di quelle persone che non rispondono ai messaggi. Togliermi dalla testa quell’istinto da Trilli, che mi fa pensare che dall’assenza di attenzioni derivi la mia sparizione. Durante il Liceo ci ho pensato spesso, ho riempito pagine su pagine di rabbia nei confronti di quelle amiche che semplicemente sparivano, si prendevano giorni per rispondere. Se ne infischiavano dei nostri inviti a uscire all’ultimo minuto, di eventuali richieste di aiuto per i compiti, e – quello che mi faceva soffrire di più – degli aggiornamenti su quello che stavamo facendo.
Oggi mi torna in mente questo psicodramma adolescenziale quando mi confronto con le colleghe che non usano i social e con le amiche il cui lavoro non richiede “personal branding”. Parlare della mia vita è diventato il mio lavoro, è anche una cosa che mi piace, eppure da quando è così difficile scindere tra ciò che devo condividere (per esistere, per non sparire, per farmi notare) e quello che voglio condividere? E, soprattutto, posso davvero semplicemente scegliere di cambiare, di tornare indietro?
Il digital detox, un sogno per molti ma una possibilità per pochi
Da Zoella a Emma Chamberlain, negli ultimi anni proprio quelle che per prime hanno sperimentato la democraticità dei social hanno dato inizio al movimento opposto, il digital detox. L’Italia, con Greta Menchi e più recentemente di Lara (@pupapeligrosa), non è rimasta indietro. Sono state proprio le ragazze che al mondo online devono tutto, che hanno saputo rendere l’interesse delle persone verso le vite degli altri un lavoro, le prime a tracciare i confini. Alcune direttamente a sparire.
I motivi condivisi sono svariati – dal sentirsi perse, al voler cambiare vita – ma si trattava soprattutto di un rinnovato bisogno di privacy. La sparizione di Emma Chamberlain è stata la più eclatante, considerata da molti una vera e propria “fine di un’era” (anche se non è durata molto). Tutto questo è servito soprattutto a farci riflettere sui danni di un’esposizione così costante. Su quello che ci stavamo perdendo anche noi, spettatori, della vita analogica.
È bastato, come spesso succede in epoche di cambiamenti sociali costanti come la nostra, a creare un bisogno. Poco prima, nessuno si interrogava sui danni dei social utilizzati come piattaforma per amplificare la propria voce. Si parlava di danni per i bambini, di dipendenze, non era ancora messa a fuoco l’era della sorveglianza, che è arrivata lentamente, in modo subdolo e sottile. Oggi Internet resta una piattaforma democratica e totalizzante, un luogo dove tutti possono creare la propria fortuna e trovare il proprio spazio.
Surveillance capitalism: il prezzo dell’esposizione
Il prezzo, come nota la giornalista Toni West, però, molto spesso è l’eliminazione del confine tra vita privata e vita performata. In uno degli ultimi capitoli della sua newsletter, Getting Serious, West parla di surveillance capitalism (capitalismo della sorveglianza). Piattaforme come TikTok e Substack permettono a sempre più persone di trovare la propria voce e la propria community, ma sono regolate da algoritmi che si alimentano con contenuti costanti e di (almeno percepita) qualità. Per chi vuole farsi conoscere, farsi sentire, trovare un lavoro o qualche collaborazione, sono letteralmente la Manna dal Cielo. Ma come si fa, quando si dipende dalla costante condivisione per sopravvivere, a tracciare i confini?
La verità è che, come scrive West, solo chi ha già una piattaforma, successo e stabilità ha la possibilità di scegliere. Chi non ha bisogno di piegare gli algoritmi a proprio favore per farsi ascoltare, chi può cercare lavoro nelle piattaforme selezionate, chi un certo grado di indipendenza lo possiede già. La privacy è un privilegio, e come tale è concesso ai pochi, ai primi, oppure va conquistato. Ma anche per chi, come West, ha trovato una sua stabilità è sempre più difficile “staccare la spina”.
La privacy è per pochi
Perché nel mondo di oggi ogni stabilità è precaria, ogni traguardo ottenuto ci rasserena solo fino a un certo punto. E alcuni lavori – quelli creativi in primis – dipendono unicamente dalla capacità di adattarsi, restare rilevanti, di fatto restare connessi. Rimanere indietro non significa più solo essere fuori moda, ma essere fuori dal mondo. In questo senso anche la disponibilità – rispondere a messaggi e chiamate, per esempio – diventa una moneta.
Chi può permettersi di ignorare tutto, compresi inviti, proposte, aggiornamenti che potrebbero diventare idee o occasioni di network, fa una scelta che di fatto è di classe. E chi di tutto questo ha bisogno – per sopravvivere o per continuare a crescere – non ha più aria, non ha più spazio, non ha più scelta.