Ti è mai capitato di trovarti a ripensare a una questione politica dopo una cena con il tuo partner? O di notare che, dopo mesi passati con un gruppo di amici, alcune tue posizioni si sono ammorbidite, spostate, trasformate quasi senza accorgertene?

Echo chamber, algoritmi personalizzati, fake news: siamo convinti che la polarizzazione nasca lì, negli spazi digitali dove passiamo ore e ore ogni giorno. E se invece fossero le persone con cui condividiamo la vita a cambiare le nostre idee, molto più di qualsiasi contenuto virale? È quello che emerge da una ricerca condotta dall’Università di Trento sugli Stati Uniti, pubblicata su PNAS Nexus: le opinioni politiche degli americani si formano e si trasformano molto più nelle interazioni fisiche quotidiane che attraverso i contenuti online.

I social contano (ma non come pensavamo)

Da anni ci preoccupiamo degli algoritmi che ci mostrano solo contenuti in linea con le nostre idee, dei troll che avvelenano le conversazioni, delle fake news che circolano incontrollate. E giustamente: questi problemi sono reali e hanno conseguenze concrete. Basti pensare al controllo che i proprietari delle grandi piattaforme esercitano sull’informazione: la moderazione dei contenuti, i filtri che vengono tolti o implementati, le scelte editoriali che avvengono dietro le quinte.

Ma forse abbiamo sopravvalutato il peso diretto di questa esposizione nel modificare le nostre opinioni individuali. La ricerca dell’Università di Trento mostra che le interazioni fisiche con persone con cui abbiamo una relazione significativa hanno un impatto maggiore nel predire le scelte di voto rispetto alle connessioni online. «Non parliamo di un rapporto di causa-effetto», ha precisato Marco Tonin, dottorando in Sociologia e primo autore dello studio. «Ma c’è una correlazione chiara: i contatti che abbiamo nella vita di tutti i giorni, con colleghi, amici o familiari, spiegano meglio come si vota rispetto alle amicizie sui social».

«Negli ultimi anni si è parlato tantissimo dell’impatto dei social sulle elezioni e sulla diffusione delle fake news», ha osservato il professore Michele Tizzoni, supervisore del progetto. «Ma spesso si dimentica che le persone costruiscono la propria opinione anche, e forse soprattutto, attraverso le relazioni quotidiane». Mentre discutiamo di come regolamentare le piattaforme digitali, dunque, forse sottovalutiamo l’influenza delle nostre cerchie sociali offline. Eppure è lì che avviene una negoziazione politica profonda e spesso invisibile.

Come funziona l’influenza offline

Non si tratta di conversazioni esplicite in cui qualcuno cerca di convincerci a votare per un partito piuttosto che un altro. È un processo continuo di esposizione e negoziazione. Quando condividiamo la vita con qualcuno (un partner, un amico stretto, un familiare) non discutiamo solo esplicitamente di politica. Negoziamo valori, priorità, modi di vedere il mondo attraverso mille piccole conversazioni. Commentiamo una notizia a colazione, esprimiamo un giudizio per strada, reagiamo emotivamente a un evento sul divano.

Secondo uno studio promosso da Sanbittèr, in Italia il 49% delle persone parla di politica durante l’aperitivo (seconda solo al calcio). E il 57% considera il bar un luogo dove può esprimere liberamente le proprie opinioni. Sono conversazioni che avvengono in un contesto rilassato ma presente, dove il confronto è diretto. L’ipotesi è che questa esposizione ripetuta, continuativa ed emotivamente carica pesi molto più di un post che leggiamo distrattamente mentre facciamo altro, anche se perfettamente profilato.

La forza del corpo e delle emozioni

Quello che sui social non mi sfiora mai perché c’è l’algoritmo ad “avvolgermi”, nella vita vera magari mi travolge. Con la voce di un’amica, con l’opinione di una collega. Le relazioni offline sono, in qualche modo, un antidoto alle bolle digitali. E poi c’è il tono della voce, l’espressione del viso, il linguaggio del corpo. C’è la fiducia costruita nel tempo, l’affetto, la stima reciproca.

Nelle relazioni offline non possiamo “scrollare via” o bloccare chi dice qualcosa che non ci piace. Dobbiamo negoziare, trovare punti di incontro, elaborare il disaccordo. E serve anche impegnarsi per costruire una discussione che sia libera e civile. Quando qualcuno che amiamo esprime un’opinione diversa dalla nostra, non è solo un’informazione che riceviamo. È una parte di loro che ci viene mostrata, un pezzo della loro identità che dobbiamo integrare nell’immagine che abbiamo di un partner, di un genitore, di una sorella. E questo inevitabilmente modifica anche il nostro modo di pensare.

Cos’è la “polarizzazione affettiva”?

Ogni volta che scegliamo con chi costruire intimità, stiamo anche compiendo una scelta che ha implicazioni politiche. Non necessariamente in modo consapevole. Questo spiega il fenomeno della cosiddetta “polarizzazione affettiva“: la tendenza delle persone di un’area politica a diffidare e provare antipatia verso chi appartiene all’altro schieramento. Non si tratta più solo di divergenze su politiche pubbliche o programmi elettorali, ma di una distanza emotiva. Una difficoltà crescente a costruire relazioni intime con chi ha valori politici diversi.

Il giurista Cass Sunstein ha coniato il termine “partyism“: una forma di pregiudizio in cui l’appartenenza al partito di una persona diventa l’elemento dominante che ne influenza i giudizi, le percezioni e i comportamenti. L’animosità di parte diventa così forte da assomigliare a forme di pregiudizio identitario, simili al razzismo o al sessismo. Secondo Sunstein, il “partyism” contribuisce alla disfunzione politica, rendendo difficile il compromesso e la cooperazione, aggravando la polarizzazione sociale e l’inattività legislativa.

Amore e relazioni sono un laboratorio politico

I dati raccolti quest’anno dal dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università Bocconi mostrano che il 51% degli elettori di Pd e AVS si dichiara contrario a una relazione sentimentale con un partner di destra. E che il 38% degli elettori di centrodestra disapproverebbe una relazione con un partner di sinistra. Secondo lo studio dell’osservatorio Monitoring democracy sulla “Affective polarization”, curato da Vincenzo Galasso e Maria Carreri, 2 italiani su 5 disapproverebbero se il proprio figlio o la propria figlia avesse una relazione sentimentale con una persona che vota per il partito che loro disprezzano di più.

«La polarizzazione – scrivono gli autori – travalica la politica ed entra nei rapporti personali e nella vita sociale. Gli americani hanno gruppi di amici politicamente sempre più omogenei. Il partito di appartenenza è sempre più importante anche nella sfera romantica. Questa bolla di familiari, amici, vicini e colleghi della stessa area politica intensifica la polarizzazione affettiva. Entrare in contatto con punti di vista diversi diventa difficile. I social media amplificano ulteriormente questa dinamica perché i loro algoritmi fornisco all’utente esattamente le informazioni che vuole sentire, senza contraddittorio. L’effetto finale è una divisione in fazioni che ricorda il tifo da stadio».

Nelle app di dating, le preferenze politiche sono diventate un criterio di selezione quanto l’età o gli interessi. Alcune persone lo dichiarano esplicitamente nel profilo: “Se voti X, swipe left”. Per alcuni è chiusura mentale, per altri è aver capito che le relazioni intime modellano le nostre idee. Se so che condividere la vita con qualcuno significa essere esposta quotidianamente al suo modo di vedere il mondo, allora la sua visione politica diventa rilevante.

Le bolle che costruiamo (anche) offline

Il dilemma è reale e complesso. Da un lato, c’è il desiderio legittimo di condividere valori fondamentali con le persone che amiamo. Dall’altro, c’è il rischio di costruire cerchie sociali così omogenee da diventare vere e proprie bolle: non digitali, ma relazionali.

I social restano strumenti potenti e i loro effetti reali sulla società meritano tutta l’attenzione che ricevono. Ma forse dovremmo guardare con altrettanta attenzione alle nostre cerchie sociali offline. Con chi passo davvero il tempo? Quanto sono omogenee le mie relazioni? Ho ancora nella mia vita persone che la pensano diversamente da me? Esistono le cosiddette “relazioni ponte“: persone che connettono mondi diversi, che hanno amici con opinioni variegate, che ti fanno conoscere cose di cui non avevi mai sentito parlare. Hanno un ruolo cruciale nel mantenere vivo il dialogo, ma quante ne abbiamo ancora?

La tentazione, soprattutto in un clima sempre più polarizzato, è di ritirarsi nella comfort zone di chi la pensa come noi. È umano. Ma se le relazioni offline sono uno spazio cruciale di formazione politica, la qualità del nostro tessuto relazionale riguarda il tipo di società che stiamo costruendo, oltre che la nostra felicità personale.

Una responsabilità diversa

«I social contano, ma le opinioni si formano ancora intorno a un tavolo, in ufficio o al bar. È lì che si decide, più di quanto immaginiamo, come votiamo», ha detto il professor Tizzoni. La formazione delle nostre opinioni passa attraverso scelte quotidiane: con chi decidiamo di passare il tempo, a chi diamo accesso alla nostra intimità, quali voci lasciamo entrare nella nostra vita. È una responsabilità più faticosa. Del resto è più facile indignarsi per un post che confrontarsi con un’amica che la pensa diversamente. Più comodo bloccare un account che negoziare con il partner opinioni divergenti. Ma la politica non è solo ciò che succede nelle istituzioni o sui social, è anche il modo in cui scegliamo di stare insieme. O chi invitare a cena.