Perché gli uomini fanno così fatica a parlare? Non a parlare di argomenti comuni (ok, in genere sono le donne quelle ritenute più “ciarliere”), ma in particolare ad affrontare il tema del malessere, delle difficoltà che anche loro si trovano a vivere, della salute mentale maschile: che si tratti di crisi di coppia o problemi professionali, in genere si chiudono in se stessi e pensano che chiedere aiuto sia uno“stigma”. La conferma viene da nuovi dati, ma il tema richiede forse anche un approccio nuovo: non mascherare la solitudine con un’immagine di forza da mostrare, sempre e a chiunque.

Uomini che si sentono soli (e si chiudono)

A risollevare il tema, che qualunque donna con un partner di lunga data conosce bene, è The Guardian, che racconta la storia di Jake, più o meno convinto (o costretto) dalla moglie Louise a rivolgersi a uno psicologo per superare delle difficoltà di coppia. Inutile dire che, se non fosse stato per la donna, lui dallo specialista non ci sarebbe andato. Ma una volta lì, ecco una risposta esemplificativa del suo stato d’animo: «Sono solo al mondo, tutti dipendono da me, non c’è ma nessuno a cui io possa rivolgermi». Parole che esprimo una solitudine – quantomeno percepita come tale – da parte di chi però non chiede neppure aiuto. Perché questo comporta vergogna ed è ritenuto uno stigma.

Gli uomini sono analfabeti emotivi: cosa significa

«La situazione in Italia è analoga, ma parola vergogna è incompleta. Quello che osservo in clinica è più simile a un analfabetismo emotivo culturalmente indotto: molti uomini hanno un vocabolario ridotto per definire ciò che provano e di fronte a un disagio tendono a tradurlo in problema tecnico (devo risolvere), non in esperienza da condividere. A questo si somma un copione identitario secondo cui il maschio è quello che ripara, non quello che chiede di essere riparato. Non è tanto paura di essere giudicati deboli dagli altri: è paura di sentirsi deboli di fronte a se stessi», Alessandro Calderoni, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, fondatore e direttore del centro clinico Psymind e del servizio di sollievo rapido Relief.

Il problema dell’autostigma: solo 1 uomo su 3 chiede aiuto

Come sottolinea ancora Calderoni, «l’autostigma pesa spesso più dello stigma sociale, perché è già interiorizzato, opera a monte, e ti fa rinunciare prima ancora di alzare il telefono». Il tema della salute mentale maschile, infatti, è poco affrontato: ciò che è noto è che sono soprattutto le donne a rivolgersi a uno specialista, ma in genere la spiegazione è che proprio le donne sono più propense a chiedere aiuto. Ai pochi uomini che lo fanno andrebbero sommati i tanti (troppi) che non ammettono di poter aver bisogno di parlare dei loro problemi. A confermarlo sono i dati recenti del NHS, il servizio sanitario britannico, secondo cui solo il 33%, cioè un terzo, della popolazione maschile segue una terapia psicologica. I pochi che entrano nello studio di un professionista, spesso ne escono molto velocemente per non ripresentarsi più.

La vulnerabilità maschile nascosta

«In Italia la quota è sovrapponibile a quella inglese. Un’indagine BVA Doxa dice che il 63% di chi rifiuta la psicoterapia è uomo e i dati sull’utenza della psicologia online confermano che circa 7 utenti su 10 sono donne», conferma Calderoni. Per questo gli esperti parlano di vulnerabilità maschile: il Guardian ricorda, ad esempio, come siano gli uomini ad avere livelli più bassi di soddisfazione nella vita, o come tre quarti dei suicidi siano commessi da uomini, che accusano maggiormente anche problemi di dipendenze.

Il paradosso di genere sulla salute mentale

«La chiamerei piuttosto vulnerabilità silenziosa, perché è mascherata. I numeri italiani sono inequivocabili: circa l’80% dei morti per suicidio è uomo (ISTAT-ISS), con un rapporto maschi/femmine che negli ultimi decenni è aumentato, non diminuito. Sul fronte alcol, l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità indica che il 21,8% degli uomini e il 9,1% delle donne beve in quantità tali da compromettere la salute. Qui emerge il paradosso di genere della salute mentale: alle donne vengono diagnosticati più disturbi di ansia e depressione, ma sono gli uomini a morirne di più. Non è che gli uomini soffrano meno, soffrono in modo esternalizzante — alcol, sostanze, rischio, aggressività — mentre le donne tendono a sintomi internalizzanti, forse più facilmente intercettati dal sistema sanitario», sottolinea l’esperto.

Più sensibilità e interventi necessari

«Il risultato è un doppio filtro che nasconde il disagio maschile: lui non lo dice e il sistema spesso non lo riconosce. Serve forse maggiore formazione ai medici di base per leggere l’irritabilità, il lavoro compulsivo, il consumo serale come possibili equivalenti depressivi», esorta Calderoni. Mentre cresce la sensibilità nei confronti della salute mentale maschile, c’è ancora molta riluttanza nell’affrontare l’argomento da parte dei diretti interessati, nonostante chi si rivolga a uno psicologo ne parli poi come di un’esperienza positiva.

Gli uomini e la paura di perdere il controllo

«Il drop-out maschile precoce ha una spiegazione semplice: molti uomini arrivano in terapia aspettandosi un pronto soccorso e si ritrovano in una palestra. Vogliono una diagnosi, una soluzione, un tempo definito. Quando capiscono che il lavoro terapeutico richiede di stare nella domanda invece che nella risposta, si ritirano. Aprirsi implica perdere temporaneamente il controllo e il controllo è esattamente la risorsa identitaria che hanno coltivato di più – osserva Calderoni – Il paradosso è questo: la forza performata produce solitudine reale. Se il tuo ruolo prevede che tu regga tutto, nessuno ti chiederà mai come stai perché il tuo benessere è dato per scontato. A tua volta, tu non lo chiederai a te stesso, perché farlo significherebbe ammettere di non essere all’altezza del copione».

La solitudine dietro la forza (solo mostrata)

L’uomo, quindi, rischia di ritrovarsi in un circolo vizioso: il suo non chiedere aiuto lo porta a una solitudine reale, spesso dolorosa: «In termini neuroscientifici, l’esclusione sociale attiva le stesse aree cerebrali del dolore fisico. Il problema è che per molti uomini “mi sento solo” è l’unica emozione socialmente ammissibile, perché suona meno compromettente di “ho paura”, “sono triste”, “non ce la faccio” – chiarisce Calderoni – Arriva spesso come segnale tardivo, quando altre emozioni sono state compresse per troppo tempo. In clinica mi è utile leggerla non come un sintomo da rassicurare, ma come una porta: dietro c’è quasi sempre altro e il lavoro è aiutare la persona a definirlo».

Qualcosa sta cambiando

Qualcosa, però, sta cambiando: «Sì, qualcosa si muove. Nei miei centri Psymind, nell’ultimo decennio, l’età dei primi accessi maschili si è abbassata in modo netto e gli under 30 parlano di terapia con una leggerezza che i loro padri non avevano», conferma lo psicologo, che spiega: «Una ricerca Doxa segnala che gli over 35 che rifiutano la psicoterapia sono il 4% in più rispetto ai più giovani e che tra gli uomini più giovani lo stigma si riduce soprattutto nei grandi centri urbani. Il cambiamento c’è, ma procede a due velocità: generazionale e geografica».

Potrebbe essere più facile online?

Forse l’approccio online potrebbe aiutare gli uomini ad accettare un aiuto: «L’online funziona perché riduce tre soglie che per molti uomini sono ostacoli concreti: la sala d’attesa (essere visto), la sincronicità rigida (dover ritagliare ore in orario d’ufficio) e la vergogna del setting (stare seduti davanti a una persona in ascolto). Un primo contatto via chat, un’app di self-monitoring, una consulenza breve in videocall sono porte più basse da varcare e per questo più percorribili – conferma Calderoni – Detto ciò, la psicoterapia online è comunque meno usata dagli uomini che dalle donne (dati Eurispes), quindi lo strumento da solo non basta. Può servire a far avvicinare all’esperienza terapeutica persone che altrimenti non l’avrebbero mai iniziata. Dopo, spesso, sono loro stessi a cercare anche il contatto in studio, geografia permettendo».