Sabato 19 settembre Blu notte – Misteri italiani torna su Rai 3 e riporta l’attenzione anche sulla storia di Antonella Di Veroli. Un caso che appartiene alla cronaca di oltre trent’anni fa, ma che nel 2026 ha vissuto un nuovo, amaro capitolo.

La Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta riaperta l’anno precedente. Le moderne tecniche investigative avevano fatto sperare che vecchi reperti potessero finalmente restituire qualche risposta. Non è accaduto. E così resta ancora aperta la domanda che accompagna questa storia dall’aprile del 1994: chi ha ucciso Antonella?

Chi era Antonella Di Veroli e cosa accadde nel 1994

Antonella Di Veroli aveva 47 anni ed era una commercialista. Viveva a Roma, nel quartiere Talenti, in un appartamento di via Domenico Oliva. È lì che venne uccisa nell’aprile del 1994.

Secondo quanto ricostruito dalle indagini, l’omicidio risale al 10 aprile. Antonella si trovava nella sua camera da letto e aveva assunto un farmaco che l’aveva fatta addormentare. L’assassino le sparò alla testa, ma i colpi non furono mortali.

A provocarne la morte fu invece l’asfissia. Il corpo venne poi nascosto nell’armadio della camera da letto, con la testa avvolta in un sacchetto di plastica. L’anta fu sigillata con del mastice.

La scena che si presentò a chi entrò nell’appartamento lasciava intuire che qualcosa fosse accaduto. La casa, normalmente molto ordinata, appariva in disordine. Antonella non rispondeva al telefono e non si era presentata al lavoro. Per due giorni, però, nessuno riuscì a capire dove fosse.

Il ritrovamento del corpo nell’armadio di casa

Il corpo di Antonella Di Veroli venne scoperto il 12 aprile, due giorni dopo l’omicidio. I familiari si erano allarmati perché non riuscivano a mettersi in contatto con lei.

La sorella Carla era già andata nell’appartamento il giorno precedente senza trovarla. Anche Umberto Nardinocchi, ex compagno e socio della donna, si recò nella casa insieme al figlio e a un conoscente appartenente alla polizia.

Fu soltanto con una ricerca più approfondita nell’abitazione che l’attenzione si concentrò sull’armadio della camera da letto. Una delle ante era stata sigillata. Una volta aperta, all’interno venne trovato il corpo della commercialista.

Nella stanza c’erano anche altre tracce di quanto era successo. Vicino al letto furono trovati biancheria macchiata di sangue e un cuscino danneggiato dai proiettili. Le indagini stabilirono successivamente che Antonella non era morta per i colpi d’arma da fuoco, ma per asfissia.

Quell’armadio sarebbe diventato l’immagine più immediatamente associata al caso. Ma dietro un dettaglio così impressionante iniziò un’indagine molto più complessa, destinata a proseguire per anni senza arrivare all’individuazione di un colpevole.

Le prime indagini e il processo

Gli investigatori si concentrarono inizialmente su persone che facevano parte della vita di Antonella. Tra queste c’era Umberto Nardinocchi, suo ex compagno e socio professionale. La sua posizione venne però archiviata al termine dell’istruttoria.

L’attenzione si spostò anche su Vittorio Biffani, fotografo con il quale Antonella aveva avuto una relazione. Tra i due c’era stata anche una questione economica: la commercialista gli aveva prestato 42 milioni di lire, che non le erano stati restituiti.

Biffani venne rinviato a giudizio nel 1995. Due anni dopo arrivò l’assoluzione. La decisione venne confermata nei successivi gradi di giudizio, fino alla Cassazione. Tra gli elementi che contribuirono a far cadere l’accusa ci furono problemi legati agli accertamenti effettuati all’epoca e un’impronta trovata sull’armadio, attribuita a una persona diversa.

È un passaggio fondamentale nella ricostruzione del caso. Le persone coinvolte nelle vecchie indagini non possono essere presentate oggi come responsabili dell’omicidio: Nardinocchi fu prosciolto e Biffani assolto.

Rimaneva però quell’impronta. Una traccia appartenente a una terza persona che non era stata identificata e che, a distanza di decenni, avrebbe alimentato nuovamente la speranza di arrivare a una svolta.

Antonella Di Veroli, perché il caso è stato riaperto dopo 31 anni

Il 22 luglio 2025 arriva una notizia che sembra poter cambiare la storia dell’indagine. La Procura di Roma riapre il fascicolo sull’omicidio di Antonella Di Veroli dopo l’istanza presentata, su richiesta della famiglia, dall’avvocato Giulio Vasaturo.

A coordinare la nuova indagine è la pm Valentina Bifulco, mentre gli accertamenti vengono delegati ai carabinieri. L’obiettivo è tornare sui reperti raccolti nel 1994 utilizzando strumenti che allora non erano disponibili. È un meccanismo che riguarda diversi cold case tornati sotto la lente degli investigatori grazie a nuove tecniche d’indagine. DNA, impronte e altre tracce possono, infatti, essere riesaminati con strumenti molto più avanzati rispetto a quelli disponibili al momento del delitto.

Tra il materiale da riesaminare nel caso di Antonella Di Veroli ci sono i reperti balistici e le impronte. Le nuove tecnologie permettono infatti di cercare tracce invisibili o troppo difficili da analizzare con gli strumenti utilizzati oltre trent’anni prima.

Per la famiglia è una possibilità che sembrava ormai lontana. Carla Di Veroli aveva continuato a chiedere che sulla morte della sorella si cercasse ancora la verità. Alla notizia della riapertura aveva espresso fiducia e gratitudine per il nuovo lavoro degli inquirenti.

L’indagine si allarga molto. Nella nuova inchiesta vengono iscritte nel registro degli indagati 25 persone, tra vicini e conoscenti. Una scelta investigativa che consente di svolgere accertamenti e comparazioni, non un’indicazione di responsabilità.

La speranza è che la scienza riesca finalmente a far parlare quelle tracce rimaste mute dal 1994. Non è un’eventualità così rara: anche la riapertura delle indagini sul delitto di Garlasco ha riportato al centro dell’attenzione il peso che nuovi accertamenti e nuove tecniche investigative possono avere a molti anni di distanza dai fatti.

Non c’è un responsabile

Gli esami riescono effettivamente a recuperare nuovi elementi. Vengono individuati tre frammenti di impronte digitali: uno sull’anta dell’armadio, uno sulla custodia di un orologio e un altro sul telefono fisso. Le ultime due tracce non erano state rilevate durante la precedente indagine.

Non emerge invece DNA utilizzabile dai reperti analizzati.

Il RIS di Roma confronta le impronte con quelle delle persone coinvolte negli accertamenti. Ma nessuna comparazione permette di attribuire le tracce a un possibile responsabile. Anche le intercettazioni ambientali disposte durante la nuova indagine non producono elementi decisivi.

Il tempo trascorso diventa esso stesso un ostacolo. Alcune delle persone da sottoporre agli accertamenti sono ormai molto anziane. In determinati casi, le impronte risultano difficili da leggere a causa delle modificazioni della pelle legate all’età.

Il 23 giugno 2026 arriva così la richiesta di archiviazione della Procura di Roma. Secondo gli inquirenti, quanto raccolto non permette di formulare ragionevoli previsioni di condanna. La famiglia decide di non opporsi. Carla Di Veroli esprime amarezza, ma riconosce il rigore del lavoro svolto nella nuova indagine.

Trentadue anni dopo l’omicidio, quindi, non c’è un nome al quale attribuire la morte di Antonella Di Veroli.

La storia di Antonella Di Veroli non è l’unico caso italiano in cui il trascorrere dei decenni non ha cancellato la ricerca di una risposta. Anche l’omicidio di Nada Cella è tornato al centro di nuove indagini a quasi trent’anni dal delitto, mostrando quanto possano essere lunghi e complessi i percorsi giudiziari dei casi irrisolti.