Girl in the Attic, in onda questa sera su Rai 2, racconta la storia di Kelsey, una giovane donna rapita e rinchiusa nella soffitta del suo sequestratore. La sua lotta per la sopravvivenza si trasforma in una corsa contro il tempo grazie all’aiuto inatteso della madre dell’uomo.

Pur non raccontando una vicenda realmente accaduta, il film richiama un filone narrativo ispirato a casi di cronaca che hanno sconvolto il mondo. Negli ultimi decenni, infatti, diverse donne sono state tenute prigioniere per anni, vittime di violenze fisiche e psicologiche. Le loro storie continuano ancora oggi a interrogare l’opinione pubblica e a ispirare libri, documentari e film. Quello che colpisce, però, non è soltanto la brutalità di questi episodi. Molte delle donne sopravvissute hanno trovato la forza di raccontare ciò che avevano vissuto, trasformando un’esperienza estrema in una testimonianza capace di aiutare altre vittime.

Girl in the Attic: trama e cast del film su Rai 2

Girl in the Attic segue la storia di Kelsey, una ragazza che cerca di elaborare il dolore per la perdita della madre partecipando a una maratona benefica. Per condividere il suo percorso pubblica aggiornamenti sui social network, senza immaginare che quei contenuti attireranno l’attenzione di Billy, un giovane che svilupperà nei suoi confronti una pericolosa ossessione.

Dopo averla rapita, Billy la rinchiude nella soffitta della casa in cui vive insieme alla madre Debbie. La donna, inizialmente ignara di quanto accade sopra la sua testa, finirà per scoprire la verità e diventerà l’unica possibilità di salvezza per Kelsey.

Il film affronta temi molto attuali, come i rischi della sovraesposizione online, lo stalking, la manipolazione psicologica e il controllo esercitato sulle vittime. Al centro della storia, però, c’è soprattutto il rapporto che nasce tra le due donne, unite dal desiderio di sfuggire allo stesso carnefice.

Nel cast figurano Sophia Carriere nel ruolo di Kelsey, Keenan Tracey in quello di Billy e Jean Louisa Kelly nei panni della madre Debbie. Girato in Canada, il film è diretto da David Weaver, regista specializzato in thriller televisivi.

Girl in the Attic è tratto da una storia vera?

È la domanda che molti spettatori si pongono dopo aver letto la trama del film. La risposta è no, almeno non nel senso stretto del termine.

Girl in the Attic non racconta la storia di una persona realmente esistita né ricostruisce un singolo fatto di cronaca. Kelsey è un personaggio di fantasia e anche gli eventi narrati sono frutto della sceneggiatura.

Il film, però, appartiene a quel filone di thriller che prende ispirazione da vicende realmente accadute. Rapimenti, lunghi periodi di segregazione, controllo psicologico, isolamento e tentativi di fuga sono elementi che, purtroppo, ricorrono in diversi casi di cronaca internazionale.

Per questo, guardando Girl in the Attic, è inevitabile pensare a donne come Colleen Stan, Jaycee Dugard, Natascha Kampusch o Elisabeth Fritzl, sopravvissute a lunghissimi periodi di prigionia. Si tratta di storie molto diverse tra loro, ma accomunate dalla capacità dei sequestratori di esercitare un controllo quasi totale sulle vittime.

Colleen Stan, la «ragazza nella scatola» sopravvissuta a sette anni di prigionia

Tra le storie vere che più ricordano l’atmosfera di Girl in the Attic c’è quella di Colleen Stan, conosciuta negli USA come la «Girl in the Box».

Era il maggio del 1977 quando la ventenne decise di fare autostop per raggiungere un’amica in California. A fermarsi fu una coppia, Cameron e Janice Hooker, con un bambino piccolo a bordo. La presenza della famiglia la convinse a fidarsi. Pochi minuti dopo iniziò invece un incubo destinato a durare oltre sette anni.

Colleen venne rinchiusa nella casa dei sequestratori e sottoposta a violenze fisiche e psicologiche. Per lunghi periodi fu costretta a vivere all’interno di una scatola di legno grande poco più di una bara, nascosta sotto il letto dei suoi carcerieri. Trascorreva lì fino a ventitré ore al giorno, al buio, senza sapere quando sarebbe stata liberata.

A rendere ancora più terribile la prigionia fu la manipolazione mentale. Cameron Hooker riuscì a convincerla dell’esistenza di una misteriosa organizzazione criminale, chiamata «The Company», pronta a uccidere lei e la sua famiglia se avesse tentato di fuggire. Una minaccia completamente inventata, ma sufficiente a impedirle di chiedere aiuto anche quando, in alcune occasioni, le concessero di uscire dalla casa.

La svolta arrivò nel 1984 grazie a Janice Hooker, moglie del sequestratore. Dopo anni trascorsi nel silenzio, la donna trovò il coraggio di raccontare a Colleen che la misteriosa organizzazione con cui il marito la terrorizzava non era mai esistita. Fu quella rivelazione a convincerla che una fuga era davvero possibile.

Dopo essere tornata libera, Colleen Stan dovette affrontare un lungo percorso di ricostruzione personale. Negli anni ha scelto di raccontare pubblicamente la propria esperienza per aiutare a comprendere quanto la manipolazione psicologica possa diventare una forma di prigionia potente quanto le catene. La sua vicenda continua ancora oggi a essere studiata da psicologi e criminologi proprio per i meccanismi di controllo esercitati dal sequestratore.

Sylvia Likens, la ragazza che non riuscì a salvarsi

Molto diversa, ma altrettanto sconvolgente, è la vicenda di Sylvia Likens, considerata una delle pagine più drammatiche della cronaca americana.

Nel 1965 Sylvia aveva sedici anni quando i genitori, artisti itineranti, affidarono lei e la sorella minore alle cure di Gertrude Baniszewski, una donna dell’Indiana che si era offerta di ospitarle in cambio di un piccolo compenso.

Quella che sembrava una sistemazione temporanea si trasformò rapidamente in un incubo. Nel giro di poche settimane Gertrude iniziò a isolare Sylvia, privandola del cibo e sottoponendola a violenze sempre più gravi. Alle aggressioni finirono per partecipare anche alcuni dei figli della donna e diversi adolescenti del quartiere.

Per circa tre mesi Sylvia visse completamente segregata all’interno dell’abitazione, senza che nessuno riuscisse a fermare gli abusi. Morì il 26 ottobre 1965 a causa delle gravissime lesioni riportate. L’autopsia documentò circa 150 ferite sul corpo della ragazza.

Il processo che seguì ebbe un’enorme risonanza in America e contribuì ad aprire un dibattito sul tema della responsabilità collettiva davanti agli abusi sui minori. Negli anni la sua storia è stata raccontata in numerosi libri e film, tra cui An American Crime e The Girl Next Door. Ancora oggi il suo caso è ricordato come uno dei più gravi episodi di violenza su una minore mai arrivati davanti a un tribunale americano.

Da Jaycee Dugard a Elisabeth Fritzl: altre donne sopravvissute alla segregazione

Le storie di Colleen Stan e Sylvia Likens sono tra le più note, ma purtroppo non sono le uniche. Negli ultimi decenni altri casi hanno mostrato come rapimenti e lunghi periodi di prigionia possano trasformarsi in tragedie che segnano interi Paesi.

Jaycee Dugard aveva appena undici anni quando fu rapita nel 1991 mentre stava andando a scuola in California. Rimase segregata per diciotto anni in una serie di capanni nascosti nel giardino dei suoi sequestratori, Phillip e Nancy Garrido. Durante la prigionia diede alla luce due figlie.

La sua liberazione arrivò nel 2009 grazie a un controllo della polizia che fece emergere le contraddizioni nelle dichiarazioni del rapitore. Oggi Jaycee Dugard è impegnata nel sostegno alle vittime di violenza e rapimento. Nel 2011 ha pubblicato il memoir A Stolen Life, diventato un bestseller internazionale, nel quale racconta il difficile percorso verso una nuova quotidianità. Attraverso la sua fondazione sostiene progetti dedicati alle persone sopravvissute a traumi e sequestri.

Anche la storia di Natascha Kampusch ha avuto un’enorme eco internazionale. Rapita a Vienna nel 1998, quando aveva dieci anni, venne rinchiusa in una piccola stanza sotterranea costruita sotto l’abitazione del sequestratore Wolfgang Priklopil. Dopo oltre otto anni riuscì a fuggire approfittando di un momento di distrazione dell’uomo, che poco dopo si tolse la vita.

Negli anni successivi Kampusch ha scelto di esporsi pubblicamente con grande equilibrio, raccontando il proprio percorso di guarigione senza lasciare che il sequestro definisse completamente la sua identità. Ha scritto libri autobiografici, condotto programmi televisivi e continua a intervenire nel dibattito sul trauma e sulla resilienza.

Tra i casi più noti degli ultimi anni c’è anche quello di Amanda Berry, Michelle Knight e Gina DeJesus, rapite tra il 2002 e il 2004 da Ariel Castro a Cleveland. Le tre giovani rimasero prigioniere nella stessa casa per un periodo compreso tra i nove e gli undici anni, fino al maggio 2013, quando Amanda Berry riuscì a chiedere aiuto ai vicini e a dare il via alla liberazione di tutte.

Impossibile, infine, non ricordare la vicenda di Elisabeth Fritzl. Nel 1984 il padre Josef la rinchiuse nel bunker sotterraneo costruito sotto la casa di famiglia ad Amstetten, in Austria. Elisabeth vi rimase per ventiquattro anni, dando alla luce sette figli durante la prigionia. Il caso venne scoperto solo nel 2008 e fece il giro del mondo. Da allora Elisabeth Fritzl ha scelto di vivere lontano dall’attenzione mediatica. Le autorità austriache hanno sempre cercato di proteggerne la privacy, permettendole di costruire una nuova vita insieme ai figli.