Contro stalking, molestie e revenge porn ci si sente impotenti, ma difendersi è possibile. Ci sono strumenti a nostra disposizione, anche online, come il portale telematico della Polizia di Stato e il pedinamento informatico, al servizio delle vittime, quasi sempre donne.
Alla vigilia dell’8 marzo, arrivano le parole di Matilda De Angelis sulle responsabilità maschili nelle violenze: «Gli uomini devono essere i primi a educarsi al rispetto e al rifiuto. Ci sono uomini, e questo mi stupisce, che contemplano l’idea di passare la loro vita in una cella del carcere piuttosto che accettare il no di una donna». Un no che spesso li spinge ad agire senza il consenso della donna, che diventa vittima. Proprio il mancato consenso è il filo conduttore delle storie raccontate dall’avvocata Marisa Marraffino nel libro Senza consenso (Zolfo Editore), che spiega anche come difendersi. Ad esempio, con il pedinamento informatico o il portale telematico a cui denunciare gli stalker.
Il portale telematico che aiuta a snellire i tempi
Pur rimanendo tante e troppe le storie di abusi e violenze, ai danni donne e anche minori, oggi la sensibilità è comunque cambiata e qualche piccolo segnale positivo arriva. Ad esempio, è possibile contare su metodi di indagine e poi di denuncia più rapidi, che sono spesso fondamentali. «Tramite il portale telematico noi avvocati possiamo non solo sporgere denuncia, ma anche allegati documenti, atti, memorie, persino file che fino a poco tempo fa eravamo costretti a portare in formato cartaceo presso i commissariati», sottolinea Marraffino, che ricorda come la Polizia postale abbia anche attivo il portale a cui possono rivolgersi soprattutto ragazze e ragazzi (https://www.help4u-project.eu/),«che rappresenta un servizio molto utile per ricevere aiuto».
La storia di Serena, da OnlyFans a Telegram
A volte diventa difficile prevedere le conseguenze dei propri comportamenti, per ingenuità o per fragilità. Come accaduto a Serena, «lunghi capelli neri, lisci, e due occhi di un marrone profondo, come terra bagnata dopo un temporale: vivi, espressivi, ma anche un po’ tristi. Doveva aver pianto tutte le lacrime che aveva prima di sedersi di fronte a me», racconta Marraffino. Radiologa, 27 anni si era trasferitasi dalla Sicilia a Milano 10 anni prima e per pagarsi le spese si era iscritta a OnlyFans. Diventata popolare sulla piattaforma, le era anche capitato di essere riconosciuta per strada e questo non la disturbava. Anzi: «Serena era un bancomat di ossitocina e questo la esaltava», spiega Marraffino. Fino a che qualcosa è cambiato.
Quando lui si trasforma
Da quando aveva aperto il profilo su OnlyFans Serena si sentiva appagata, desiderata, quasi realizzata. «Fino a quando i suoi video non erano stati condivisi su Telegram, e chissà su quale altra piattaforma – spiega l’avvocata – Serena sentiva addosso il peso delle condivisioni incontrollate. A fermarla per strada non era più il suo pubblico di OnlyFans, ma erano sconosciuti aggressivi, volgari, che la additavano anche sul tram. “Per la prima volta”, mi disse, “mi sono sentita sporca e in pericolo”». Dopo una serie di indagini, ha avuto conferma che a divulgare quei filmati era stato il suo ex fidanzato, a cui lei aveva dato le password di accesso al suo account su OnlyFans.
Le tante vittime di revenge porn
«La pornografia è sempre esistita e così anche lo stigma che la accompagna. Internet ha reso democratico anche l’accesso al porno, ma di fatto lo ha pure volgarizzato», osserva Marraffino, che ha aiutato Serena a trovare il coraggio di far condannare chi aveva commesso il reato e così a rifarsi una vita. «La condivisione illecita di immagini o video sessualmente espliciti (il cosiddetto revenge porn) è un reato. Non importa che quei video siano già stati condivisi su altre piattaforme, quello che conta è il consenso specifico per quella relativa finalità. Il consenso di chi si iscrive a OnlyFans è limitato a quella community virtuale, non vale certo per le altre piattaforme», ricorda l’avvocata.
Attente all’assedio virtuale
In altri casi le donne diventano vittime di un “assedio digitale”, sempre senza il loro consenso. «È una forma di controllo digitale che nasce in tanti modi diversi. Può essere una forma di cosiddetti atti persecutori (stalking) oppure in altri casi è la vittima stessa ad accettarla, giustificando chi la esercita, per la paura di rimanere sole, di non farcela, di non bastarsi. Si inizia controllando lo stato WhatsApp per vedere se l’altro è online per poi nascondere registratori o geolocalizzatori in auto per scoprire tradimenti. Altre volte, soprattutto le donne, inviano contenuti intimi al partner cedendo alla cosiddetta “prova d’amore”. Se non li invii non ti fidi di me, è il ricatto sotteso. La fragilità e la paura di rimanere sole sono il tratto comune di tutte le storie», spiega Marraffino.
Come ci si protegge: il pedinamento informatico
Ma difendersi è possibile, anzi doveroso. Tra gli strumenti meno conosciuti c’è il cosiddetto pedinamento informatico: «In gergo si chiama così la tecnica investigativa che consente agli inquirenti di identificare chi si muove dietro nickname o chi geolocalizza o spia le vittime a loro insaputa. A volte si utilizza anche nei casi di stalking quando l’autore non è noto, ma tormenta la vittima con decine di messaggi al giorno con contenuti minatori oppure ossessivi», spiega Marraffino. In un caso raccontato da Marraffino, la vittima, Elisa, aveva prima denunciato l’autore della persecuzione informatica, ma il caso era poi stato archiviato.
Non esiste il “delitto perfetto”
Col pedinamento informatico disposto dal magistrato, invece, si era risaliti al responsabile, nonostante spesso i «delitti digitali sembrino quasi perfetti», dice l’avvocato: «Quasi, perché spesso chi li attua usa delle reti VPN o indirizzi IP dinamici ai quali si può arrivare proprio tramite il pedinamento informatico: ciononostante può commettere errori ed è lì che può essere identificato. Il pedinamento informatico permette, infatti, di leggere messaggi, email e di geolocalizzare un dispositivo». Utilizzare app di controllo, inoltre, non è sempre lecito: «Scaricarle è legale perché possono avere finalità innocue o addirittura doverose, come quella di geolocalizzare i figli minorenni per ragioni di sicurezza. Gli spyware, programmi spia, sono invece illeciti se installati all’insaputa del fruitore per monitorarne gli spostamenti».
I consigli dell’esperta
«Nei casi più gravi, quando ad esempio il controllo è costante e genera ansia nella vittima, può integrarsi anche il reato di atti persecutori (cosiddetto stalking). Per accorgersi se il nostro cellulare è monitorato, occorrerà verificare periodicamente la lista delle app installate e fare attenzione a segnali sospetti, come la batteria che si scarica molto velocemente senza motivo oppure il telefono che si surriscalda anche in standby. In caso di dubbio, sempre meglio rivolgersi a un tecnico per la cosiddetta bonifica del dispositivo», suggerisce l’esperta.
Donne sempre più vittime di estorsione sessuale
Eppure tante donne ancora oggi cadono nella trappola dell’estorsione sessuale e sono molte più di quanto non si immagini: «Per mia esperienza i casi sono in aumento e le vittime sono sempre più giovani. Mi sono capitate anche ragazze di 16 anni. A volte a filmare i rapporti erano compagni più grandi incontrati on line. Oppure giovani donne in procinto di sposarsi che mi hanno chiamata perché in passato avevano condiviso video intimi e continuano ancora a tormentarsi al pensiero che possano essere stati condivisi online».
Il venir meno dell’auto protezione
Se è vero che chi mette in pratica questi comportamenti è il principale responsabile e “colpevole”, anche le vittime spesso aprono la strada ad azioni illecite. Marraffino fa un esempio chiaro a proposito di una donna: magari quando va in bagno si chiude a chiave, ma dà la sua password al compagno per accedere ad account personali, persino di piattaforme come Onlyfans. «Ancora troppo spesso si condividono le password del cloud o degli account social perché è comodo oppure perché non si ha nulla da nascondere. Una volta una ragazza mi ha detto: lo faccio perché così lui vede subito le fotografie che scatto. Il controllo nasce dall’insicurezza e accettarlo fa parte di un disagio, a sua volta collegato alla mancanza di sicurezza in sé stessi».
Cos’è il portale telematico contro lo stalking
Anche quando la situazione sembra ormai fuori controllo, però, è fondamentale denunciare. Nel caso dello stalking, per esempio, «si procede a querela, da presentare entro sei mesi, o d’ufficio se il reato è commesso contro un minorenne o una persona con disabilità. Anche le offese reiterate sui social network possono integrare il reato di atti persecutori se generano nella vittima uno stato d’ansia e turbamento fino a costringerla a modificare le proprie abitudini di vita. In questo il portale telematico è fondamentale – sottolinea Marraffino – La legge non prevede un numero minimo di messaggi molesti ricevuti dalla vittima: dipende dal contesto e dal grado di turbamento che sono in grado di generare in chi li riceve».
Un’era pre e post internet: le sue insidie
«Esiste un’era prima e dopo i social», osserva Marraffino, che però ribadisce l’importanza a non rassegnarsi e a denunciare: «I social network, per la giurisprudenza, sono piazze virtuali pubbliche, per questo stalking e molestie possono essere configurabili anche se l’assedio è virtuale. Il portale telematico, per esempio, serve a noi avvocati per depositare le denunce e le querele. Possiamo depositare gli atti anche con urgenza e segnalare i casi da codice rosso. È importante che la vittima denunci, che ne parli con qualcuno e riesca finalmente a liberarsi dalla paura o dal giudizio che caratterizza spesso questo tipo di reati».