«Pilar ha questo carisma bello e pulito, l’aria rassicurante dell’eroina da commedia sentimentale. E ha quegli occhi… Così inquieti: in quell’inquietudine ho scelto di immergermi». Con queste parole Ludovica Rampoldi, sceneggiatrice che ha firmato alcune tra le più intense storie degli ultimi anni (da Il ragazzo invisibile a Gomorra – La serie, da Esterno notte a I leoni di Sicilia), spiega perché, al suo esordio dietro la macchina da presa con Breve storia d’amore, presentato alla Festa del Cinema di Roma e nelle sale dal 27 novembre, ha voluto Pilar Fogliati al centro del quadro.

Pilar Fogliati è Lea in “Breve storia d’amore”

È la presenza luminosa e perturbante della 32enne attrice a regalare sguardi e ombre a Lea, giornalista, compagna e madre che, scoperto l’adulterio del partner, sceglie di non abbandonarsi alla collera né alla tentazione di mandare tutto all’aria: una giovane donna che rifiuta di riconoscersi nel ruolo di vittima e abita quella ferita come un’occasione d’esplorazione. Lo fa, come la storia a cui dà vita, senza giudizio, scivolando in un vertiginoso gioco delle coppie – animato da un cast perfetto, tra Adriano Giannini, Andrea Carpenzano e Valeria Golino – che mette alla prova i confini del desiderio e della verità. In quest’anatomia del tradimento che forza gli argini e scompagina geografie intime.

Pilar Fogliati e Andrea Carpenzano nel film “Breve storia d’amore”, diretto da Ludovica Rampoldi. Nel cast anche Valeria Golino e Adriano Giannini.

Lea gioca la carta della seduzione, improvvisandosi dark lady, ma il suo animo romantico la precipita a capofitto in un’altra relazione, tra bar anonimi e malinconici alberghi. «Mi attirano i personaggi che cedono alle tentazioni, non controllano gli istinti, sbagliano» ammette Fogliati, che rivedremo a inizio 2026 nella terza stagione della serie Rai Cuori. «Lea non è un’eroina. Chi le vuol bene le consiglierebbe di lasciare il fedifrago, di essere superiore. E invece no: si tuffa in un folle gioco di ruoli, per comprendere la natura del tradimento, indagare su come lavora la mente quando è ostaggio dell’amore… E quando si parla, come qui, di errori, ossessioni, inciampi, non resta che empatizzare».

Forse Lea è fin troppo superiore…

«È vero, porta il conflitto su un piano più alto. Sublima ciò che le accade giocando a fare la femme fatale, senza esserlo davvero. La verità è che sceglie di non subire, di condurre le danze da protagonista della vicenda che si trova suo malgrado ad attraversare».

In un vorticoso congegno che, tra sceneggiatura e regia, tiene insieme dramma e commedia.

«La sceneggiatura è una botte di ferro: tiene avvinti fino alla fine. La regia, attentissima ai dettagli e alla ricerca psicologica, è popolata di riferimenti simbolici che tornano come segni di realtà, si respira una sorta di malinconia per un’idea di tradimento novecentesca, che si intreccia a una riflessione sulle relazioni contemporanea, sofisticata. Qui non è il senso del tradimento a fare il film, ma la visione matura e spregiudicata di Ludovica Rampoldi».

Pilar Fogliati fotografata da Roberta Krasnig
Giacca cardigan Max Mara. Gioielli Pomellato. Foto di Roberta Krasnig – styling di Cristina Nava. Ha collaborato Chiara Sarelini. Make-up Fulvia Tellone per Simone Belli Agency. Hair Vincenzo Panico @vickyhairfusion.

Rampoldi ci invita a prendere le distanze dai cliché benpensanti: come ha reagito il pubblico della Festa del Cinema di Roma?

«Mi ha colpito. Non avevo previsto che il film potesse risultare anche divertente. Oltre a giocare con l’ironia, mescola i generi, oscillando tra la commedia sentimentale e il thriller. Ci mette di fronte a una vicenda che apre inevitabilmente discussioni, ci scomoda, invitandoci a uscire dai “mai” pronunciati per riflesso, dalla polarità claustrofobica tra monogamia e poligamia, fedeltà e coppia aperta. È questo che mi piace del cinema».

Che generi dibattito?

«E riverberi lo spirito del tempo. Come i libri, come in genere l’arte, il cinema non è costretto a occuparsi di morale. Nei film inseguiamo vite che spesso assomigliano alle nostre: sbagliate, incartate, fuori rotta. Breve storia d’amore ricrea uno spazio sicuro dove, come nello studio di uno psicologo, puoi guardare senza giudicare, tirare fuori senza vergogna l’orrore, lo schifo, i pensieri brutti, qui evocati dalle formichine impazzite del terrario di Giannini, che a un certo punto va in pezzi, liberando uno sciame nero sul parquet immacolato. Allo stesso modo, il film porta il tradimento fuori dallo stigma sociale e borghese, pur ambientandolo in un contesto molto borghese. Certo: tradire non è una condotta esemplare. Certo: subirla fa male. Ma cosa impariamo se proviamo ad alzare l’asticella?».

Per esempio, che può rivelarsi una boccata d’ossigeno.

«Sì, un movimento di vitalità, non certo di morte. Che non riguarda solo l’altro: quando tradisci, tradisci il noi, cioè te stesso, perché sei incluso in quel patto. Questo film ci insegna che talvolta quando una relazione è asfissiante, si arriva a tradire anche solo per ricavarsi, egoisticamente, uno spazio di identità. E allo stesso tempo che è puerile e vittimistico accampare alibi, sostenendo, per esempio, che tradiamo perché ci manca qualcosa».

Camicia in popeline di cotone e shorts, tutto Max Mara. Gioielli Pomellato. Foto di Roberta Krasnig – styling di Cristina Nava. Ha collaborato Chiara Sarelini. Make-up Fulvia Tellone per Simone Belli Agency. Hair Vincenzo Panico @vickyhairfusion.

Ludovica Rampoldi ci libera dai pregiudizi, ma non s’azzarda a sciogliere l’eterno dilemma: meglio confessare, in nome della trasparenza, od omettere, per non ferire?

«È vero: non consegna sentenze o verdetti, non chiarisce se sia giusto analizzare e sviscerare l’adulterio, come fa Lea, o se sia meglio far finta di niente. Però apre il quesito. Il mio augurio è che una coppia esca dal cinema e, davanti a una pizza, possa scaturire un bello scambio umano. Questo film non consegna verdetti, non chiarisce se sia giusto sviscerare il tradimento, come fa il mio personaggio, o se sia meglio far finta di niente. Però apre il quesito».

E lei si è data una risposta?

«Sto ancora lavorando su quello spazio di identità. Stai bene nel “noi” quando hai un’identità ben delineata, ma si tratta di un lavoro lunghissimo, che s’impara a tentoni, commettendo inevitabilmente qualche sciocchezza. È un po’ il paradosso dell’amore: ci vuole tempo per conoscere se stessi e saper stare con gli altri, ma nel frattempo l’amore lo devi vivere, non puoi aspettare i 70 anni».

Il fattore tempo ricorre nella dialettica tra generazioni: a confrontarsi sono due coppie, una di 30enni e l’altra di 50enni.

«A un certo punto, Giannini rimprovera a noi “giovani” di essere fissati con il romanticismo e la purezza. È la maturità, forse, che ci porta a vedere le cose con un po’ di cinismo, o di sano realismo, non so. Sono curiosa di scoprire come la Gen Z affronterà il tema, è la prima generazione davvero sensibile al tema della salute mentale: ha sdoganato lo psicologo e si interroga sul proprio benessere. Noi Millennial siamo a cavallo, schiacciati tra i sogni ereditati dai genitori – “Ti sposi, fai famiglia” – e la modernità che soffia nell’orecchio».

Cardigan di lana e cashmere, shorts a costine, tutto Max Mara. Gioielli Pomellato. Foto di Roberta Krasnig – styling di Cristina Nava. Ha collaborato Chiara Sarelini. Make-up Fulvia Tellone per Simone Belli Agency. Hair Vincenzo Panico @vickyhairfusion.

Questa è anche una delle rare storie di tradimento che mette in scena una sorta di alleanza femminile.

«Nel film Valeria Golino sarebbe la mia antagonista, ma tra lei e Lea matura una stima autentica, simile a quella che io provo davvero per questa grande attrice, che è anche una strepitosa regista. Mi avevano avvisato: “Ti innamorerai di Valeria”. E avevano ragione: è attraente, intelligente, divertente. Irresistibile su tutti i piani».

Nel suo esordio da regista, Romantiche, l’amore era già un campo minato.

«Gliel’ho detto: indago sempre sui personaggi femminili che sognano e sbagliano. Romantiche che guardano le stelle e ci sbattono la testa. Mi parlano ogni giorno».

D’amore, ovviamente.

«Di cos’altro? Ha ragione Lea, che si ostina a scrivere libri sentimentali e rivendica che “l’amore è importante”. Con tutte le sue sfumature e storture, sta dietro a tutte le cose fondamentali, compresa l’arte. Sembra una frase da Bacio Perugina, ma rassegniamoci: l’amore muove il mondo».