Ho conosciuto tardi Barbara Alberti. Non in un talk show né in un talent, ma tra le pagine: dell’unico suo libro che ho letto, Tremate, tremate, ho scritto: “Non sono d’accordo con molto, tendenzialmente con niente. Eppure è stato un libro necessario”. Commenterei forse così anche il suo talk, di gran lunga il più amato al Riviera Film Festival, a cui è seguito un firmacopie di più di un’ora. Ascoltarla è necessario, soprattutto quando dice cose che non vogliamo sentire, che non dice più nessuno, che ci hanno insegnato a non pensare nemmeno.

Cose come che la gelosia è insita nell’amore, che per difenderci dalla violenza di genere dobbiamo imparare a menare gli uomini, che dobbiamo difenderci da sole. Forse non dovremmo pensare niente di tutto questo. O forse ci dà fastidio pensare che un fondo di verità c’è, eccome, e che stiamo tutti fingendo di essere molto più avanti di quanto non siamo.

Barbara Alberti non parla per slogan, le frasi sarcastiche e perentorie – geniali – le vengono naturali, e non fa sconti a nessuno. Quando mi incontra, pensa che io sia una studentessa: «Sembri una del Ginnasio!», dice. E così cominciamo a parlare di rughe – quelle che io temo e lei sfoggia come un accessorio – di Botox, di giovinezza. «Ti dico una cosa», comincia. «La vecchiaia è una malattia dei giovani, una paura del prima. Quando arriva, è molto meglio di come la dipingono. Comunque, c’è sempre la vita, e non ti toglie proprio nulla».

Intervista a Barbara Alberti, Gelosia al RIFF 2026

Lei è qui per il libro…

«No io non sono qui per il libro, quella è solo una gentilezza che mi hanno fatto!»

Cosa l’ha spinta a scrivere di gelosia?

«Sa, non so mai da dove arrivano i miei libri. Penso che sulla scrittura la si faccia lunga in una maniera incredibile. Ci sono tutti questi pensatori e questo “dramma della pagina bianca”. Ma se non riesci a riempire la pagina bianca, fatti una passeggiata! Insomma, non voglio dire agli altri quello che devono fare, ma per me non è mai stato un problema. Quando l’idea viene, viene, è un dono. È un divertimento, una gioia soprattutto. Immagino che per alcuni ci sia anche il tormento, ognuno scrive a modo suo. Per me è una gioia perché sono da un’altra parte, è un grande riscatto rispetto alla vita: te ne fai un’altra!».

Non si è mai tormentata per nessun libro?

(ride di gusto). «No, proprio no. Una volta ho scritto un libro, ormai quasi 30 anni fa. E allora ero molto spaventata della vecchiaia. Ho fatto un esorcismo proprio, credo, o comunque mi è sembrato così. Ho scritto una storia di due ragazzi in collegio che scopano come pazzi, si chiama Deliri».

«Lui è un maniaco sessuale, un miserabile: mi ha fatto ridere scriverlo perché ha i pensieri più miserabili del mondo, mi sono lasciata andare pensando a questo essere ignobile, falso, ipocrita, cattivo, che però fa ridere. E quando scappano dal collegio si scopre che non erano giovani per niente, ma due anziani scappati dal ricovero. Avevano 70 anni, che ai miei tempi era il massimo della vecchiaia. I vecchi che ancora facevano certe cose venivano derisi, una cosa tremenda. Oggi invece sembra che sia una nuova giovinezza».

È vero.

«E io non lo trovo vero. È il mercato che comanda, perché ovviamente quando ci si allontana dall’età feconda, anche le energie e i bisogni cambiano. Hai meno voglia di mangiare e anche meno voglia di scopare. La natura ti allontana dalla vita».

In Gelosia comunque dice che questo sentimento ha un rapporto con l’amore. Secondo lei, di che tipo?

«Purtroppo, io credo che sia inevitabile. La mia generazione è stata vittima di uno dei tentativi più intensivi di riscrittura dei sentimenti. Quello che volevamo era fare il contrario dei nostri genitori. E ci credevamo. Intraprendevamo queste storie a due, a tre, e finivano sempre in mazzate. È naturale avere questo sentimento, è proprio insita nell’essere umano la paura di perdere, la paura che persino con uno sguardo ci si possa tradire. Non c’è niente da fare».

Ha parlato del Sessantotto anche nel talk. Secondo lei c’è una somiglianza tra la nostra generazione che un po’ riprova a fare “riscritture” e quella che era la sua?

«No, perché voi siete meno fortunati. Ai nostri tempi queste rivoluzioni erano molto facili. Potevamo semplicemente scappare di casa. Voi siete nel capitalismo avanzato, bisogna per forza avere tanti soldi. Nel 1936 c’era una canzone popolare che faceva ‘Vincerà il capitale, vincerà il capitale’. Ecco, cent’anni dopo quasi, penso che sia andata così».

Nemmeno nelle battaglie per i valori? È rimasta solo l’illusione?

«Sì, penso così. Qualcosina l’abbiamo vinta, certo, ma troppo poco. Quando poi il costo della vita ti schiaccia, la tua libertà è molto limitata. Voi siete disgraziati in questo senso. Io ho avuto dei figli quasi per caso: non erano previsti, ma sono stata felice di accoglierli. Oggi questo non sarebbe possibile senza una famiglia alle spalle, una madre disoccupata che li tiene. Mi sembra che adesso stiamo peggio eppure ci sia quest’illusione per cui dobbiamo dirci che è tutto perfetto».

«Il cinema, l’arte, è l’unico antidoto a questi tempi»

Come diceva, lei è qui per il cinema. Che rapporto ha con la Settima Arte?

«Il cinema per me è beato. Una forma d’arte straordinaria, meravigliosa, che non deve morire assolutamente. Il cinema dona una grande libertà, mi mette paura vedere le sale chiudere».

Ha conosciuto anche i ragazzi dietro ai film in proiezione questi giorni?

«Sì, una in particolare si chiama Giulia Grandinetti, lei mi ha molto colpita. Ho visto dei lavori che ha fatto, li ho trovati straordinari. Ma ognuno dei giovani in gara, tutti under 35 per i film, è stato bravissimo. È stato molto difficile per noi giudici scegliere».

Conosceva già il Festival prima di partecipare?

«Francamente no, l’avevo sentito nominare, ma non gli avevo mai posto attenzione. Invece è un’iniziativa serissima, soprattutto oggi. Viviamo uno dei momenti più pericolosi della storia del mondo, un uomo truce come Trump governa in America, e questi ragazzi reagiscono con l’arte più pura. È l’unico antidoto contro questa fine del mondo: i grandi – che guarda caso sono tutti dei vecchi – si comportano come i satrapi. Sai come facevano i satrapi? Quando morivano, facevano uccidere le amanti, i cani, i servi e i cavalli, così che nessuno potesse dire che erano morti. Loro stanno facendo lo stesso: devono morire e vogliono portarsi il mondo con loro».

Lo scambio con i ragazzi della GenZ

E in questo contesto, un Festival come questo è ancora più importante?

«Questo Festival è una forma di resistenza. Fa il lavoro del pensiero, il lavoro dell’arte. In tempi come questo, è l’unico antidoto: possiamo solo sperare che il pensiero, l’invenzione, l’immaginazione, insomma i sogni vincano in qualche modo. Ogni opera di creatività che noi facciamo è un’opera di pace per definizione».

I ragazzi sono protagonisti qui e c’è un continuo scambio. C’è qualcosa che invidia alle nuove generazioni?

«No! Noi vecchi possiamo solo dire ‘Grazie Dio sono vissuto allora, quando i giovani contavano!’. Ai nostri tempi, gli adulti ci chiamavano, ci volevano, ci mandavano avanti. Oggi noi vi freniamo, ecco».