No risks, no stories. È questo il tema del Riviera Film Festival quest’anno, forse già di per sé una lezione per chiunque desideri lavorare nel cinema e in particolare in quello indipendente. Ogni storia che vuol essere qualcosa di nuovo, qualcosa di importante nasce dal rischio: lo sa Matthew Modine, che si è raccontato ai ragazzi all’ex Convento dell’Annunziata ricordando persino di quando aiutò Kubrick a scrivere il finale di Full Metal Jacket. E si è raccontato anche a noi, con una breve intervista concessa nel foyer del cinema dove aveva appena presentato L’ultimo imperatore di Bertolucci al pubblico.

Intervista a Matthew Modine: i consigli per i giovani attori

Il tema del RIFF quest’anno è il rischio: qual è il più grosso che hai corso, nella vita o nella carriera?

«Sicuramente lanciarmi da un aereo. La prima volta che l’ho fatto, mi sono sentito come un gatto che veniva lanciato in un fiume. Stavo cadendo e avevo una paura incredibile, ma è stato anche molto bello».

Nella tua carriera hai lavorato con alcuni dei più grandi e sei un volto storico per più generazioni. Qual è l’esperienza che ti ha segnato di più e cosa vorresti insegnare ai più giovani?

«Non mi piace insegnare, perché sono convinto di stare ancora imparando. Penso che questo lavoro sia come lo Yoga: non si diventa mai realmente maestri, ci si allena e ci si migliora sempre. Recitare e dirigere è un po’ la stessa cosa: si cerca di esprimere qualcosa nel modo migliore, nel momento in cui lo si fa. È un po’ come scrivere, immagino: quello che scrivi oggi sarà diverso rispetto a quello che scriverai tra 5 anni, perché si cresce e si cambia sempre».

Nessun consiglio quindi?

«La cosa più importante è cercare di dare sempre il massimo, e di non smettere mai di ‘fare’- Molti ragazzi, quando li incontro, mi dicono: ‘Voglio essere un attore’. E io chiedo: ‘E cosa stai facendo?’. La risposta non può essere ‘Niente’, perché recitare è come suonare. Non si può voler diventare chitarristi senza saper suonare, e così anche recitare dev’essere qualcosa che si pratica ogni giorno, senza bisogno di avere un ruolo o un lavoro».

Guardare i film non basta?

«Guardare i film aiuta, ma non può essere tutto. Sai, recitare in realtà altro non è che fare tutta una serie di scelte: anche una semplice azione come toccarsi i capelli è una scelta dell’attore, e non può nascere dal caso. Ogni gesto dice qualcosa del personaggio: per questo serve recitare molto, per saper dosare alla perfezione ogni azione».

L’amore per l’Italia

Hai un amore speciale per l’Italia: cosa ti attrae così tanto del nostro paese?

«L’Italia è misteriosa, è romantica. Avete una gioia di vivere contagiosa. Una volta dovevo andare a Positano e dovevo prendere una barchetta che mi avrebbe poi portato su un’altra barca. Stavo aspettando, e un signore seduto al bar mi ha chiesto cosa avrei fatto: gli ho spiegato il mio programma. Avrei nuotato un po’, avrei preso il sole, e mi sarei rilassato. E lui mi ha detto: ‘Sai, io sono ricco quanto te perché farò le tue stesse cose’. È stato un momento profondo, mi è rimasto nel cuore: viviamo immersi in questa cultura materialistica, per cui contano solo i soldi e le esperienze che si comprano. Ma avremmo effettivamente nuotato nello stesso mare, ci saremmo abbronzati sotto lo stesso Sole e avremmo forse mangiato lo stesso cibo».