Del passaggio di Benedetta Porcaroli all’82esima mostra del cinema di Venezia resta la meritata vittoria come miglior attrice della sezione “Orizzonti”, dove ha presentato Il rapimento di Arabella, il film di Carolina Cavalli in cui dà corpo e irrequietezze a una quasi 30enne che si percepisce come “la versione sbagliata di sé”. Resta la risoluta esposizione per la causa palestinese: quel premio lo ha dedicato «agli amici della Global Sumud Flotilla». «Non è tutto finito, c’è un motivo valido per alzarsi la mattina che si chiama umanità» ha dichiarato, difendendo pubblicamente la posizione con grinta e coraggio.

Zvanì: il film che svelia un Giovanni Pascoli inedito

Ciò che i riconoscimenti e l’impegno hanno involontariamente oscurato è l’altro film che la 27enne attrice romana ha presentato al lido nella sezione “Giornate degli autori” e che consegna alla sua galleria di ruoli nuove pennellate di colori e sfumature: Zvanì. Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli, dal 2 ottobre al cinema e prossimamente su Rai1. È il film che Giuseppe Piccioni dedica al poeta romagnolo, qui interpretato da Federico Cesari. Un racconto intimo, domestico, in cui Porcaroli indossa i panni austeri di Maria Pascoli, detta Mariù, la sorella spigolosa e devota, unica erede e depositaria dell’opera del fratello, poetessa a sua volta e autrice di una biografia pascoliana piuttosto peculiare.

Tra legami familiari e co-dipendenze

Zvanì, il diminutivo dialettale con cui in famiglia chiamavano il giovane Pascoli, accantona le formule trite delle antologie e riaccende la voglia di approfondire la sua poetica rileggendo la storia di un ragazzo ferito e irrequieto che frequenta anarchici e socialisti, che si espone e finisce anche in carcere. Un accademico e classicista brillante, oltre che poeta.

Dentro a questa architettura, Piccioni fa di Mariù il baricentro di una storia di casa, ciò che resta di una famiglia che prova a rimettersi in piedi dopo una serie di lutti: l’omicidio misterioso e impunito del padre e, a poca distanza, la morte della madre e di altri fratelli. Quando, terminati gli studi, Giovanni si ritrova sotto lo stesso tetto con le sorelle superstiti (la Mariù di Porcaroli e Ida, interpretata da Liliana Bottone), un’euforia quasi fisica alimenta il sogno di ricostruire un nido che alla fine si trasforma in una triangolazione di co-dipendenze. Ida ne scorge la tossicità e per salvarsi si sposa. Maria diventa la cerniera tra Giovanni e il mondo, custode e promotrice della sua produzione artistica.

Benedetta Porcaroli (a sinistra) e Liliana Bottone (a destra) in una scena di Zvanì

Una storia diversa da quella che s’impara a scuola.

«Pascoli devo averlo studiato, ma non ricordavo nulla, se non le solite litanie: il “poeta delle piccole cose”, la “cavallina storna”… Sono tornata sui suoi passi grazie a questa sceneggiatura. Lo sguardo del film ci invita a scoprire un mondo diverso, una prospettiva che riesamina la produzione di Pascoli alla luce della travagliata storia di un ragazzo, del trauma per la morte del padre e degli altri familiari, del rapporto morboso con le sorelle. Una sorta di intreccio amoroso molto stratificato e interessante da raccontare in un film».

Quanto c’è di vero?

«Credo che gran parte di questa storia sia autentica, il grande amore che corre fra i tre fratelli si evince da tante poesie, dalle lettere, dalla biografia di Maria: tuttavia è sconosciuto ai più. Anch’io ignoravo l’esistenza di questa sorta di matrioska affettiva tra i fratelli, che, rimasti soli, si fanno da padri e da madri colmando voragini affettive, uniti da un amore che qualcuno potrebbe definire incestuoso; se non nei fatti, sicuramente nei sentimenti».

«L’officina di una forma di amore» la definisce Piccioni. «Se siamo tolleranti verso tutti gli amori diversi, dobbiamo esserlo anche qui».

«Il regista ha scelto di illuminare in particolare questo aspetto ambiguo, senza giudicare. Sta a chi guarda decidere se vederci un rapporto di amore puro, oppure, appunto, un legame incestuoso. Sicuramente quell’attaccamento ha finito per diventare tossico, chiudendo i tre giovani in una morsa. Da una parte una sorella, Ida, che sfugge alla dinamica claustrofobica, si sposa e riesce a salvarsi; dall’altra Giovanni e Mariù, che restano l’uno ostaggio dell’altra. Due solitudini che non riusciranno a colmarsi e neanche più a comunicare tra loro».

È plausibile che Maria sia stata tentata di riscrivere a modo suo la storia? Che immagine di lei esce dal film?

«Ha senso, in qualche modo è inevitabile: chissà che film s’è fatta, una volta rimasta sola, custode unica dell’opera del fratello. Quanto all’immagine, è una donna che si è ricavata uno spazio in tempi che non erano certo di emancipazione femminile. Priva di una prospettiva di affermazione personale, assume a un certo punto le redini della situazione, cavalca la sua posizione fino a prendere il controllo della vita del fratello. Gli uomini hanno sempre avuto bisogno di una donna vicino, in qualche modo anche Giovanni si convince che avere chi si occupi di lui sia una necessità».

Cosa salva di quella “officina d’amore”?

«Ho amato molto girare le scene che riguardano la loro giovinezza, in particolare il momento in cui i fratelli si ritrovano dopo essersi perduti, dopo tutti quei lutti, colmi di speranze, ebbri della frenesia di ritrovarsi famiglia e prendersi cura gli uni degli altri. Di Maria, in particolare, mi colpisce la capacità di sostenere gli altri: è lei la spalla di Giovanni. È bello quando le persone riconoscono il talento e sentono lo slancio di incoraggiarlo, è qualcosa in cui mi ritrovo, ma il sostegno non può trasformarsi in controllo».

In fondo, Pascoli era un uomo bloccato in un limbo, non è mai riuscito a superare un momento specifico della propria vita, se non forse attraverso la poesia, che ha rappresentato la sua più grande libertà di espressione.

L’arte come via di scampo?

«Nella sua forma più pura, appunto: la poesia. Per quanto mi riguarda, credo sia l’espressione d’arte più alta che si possa raggiungere. È un grande nutrimento, una lingua che arriva dritta al cuore, senza fronzoli o mediazione. Mi piace che sia così essenziale. È come se scardinasse le leggi universali, andasse contro al linguaggio stesso, trascendendolo, destrutturandolo e diventando qualcosa d’altro, completamente».

È ciò che ci insegna il Pascoli di Piccioni?

«A dispetto dei quasi due secoli che ci separano dal poeta, è una storia che parla ai giovani, l’avventura di tre ragazzi che provano a salvarsi da soli, a trovare scampo al dolore attraverso l’amore e l’arte. Alla fine, è un film generazionale, perché anche il cinema ha lo stesso grande potere: forse è il mezzo più potente che abbiamo per avvicinarci a idee e a vite che ci sembrano lontane».

Una scena de Il rapimento di Annabella– Credits: Andrea Pirello

Un’anteprima di Zvanì

In questo video ti mostriamo un’anteprima di alcune scene di Zvanì