Filippa Lagerbäck, conduttrice televisiva, madre di Stella e moglie di Daniele Bossari, svedese di nascita e italiana per la vita, somiglia a certi personaggi secondari dei film. Quelli che scopri pian piano e finisci per amare più dei protagonisti, perché dentro la loro storia ci trovi qualcosa di inatteso: più colore, più verità, più umanità.
A definirla, nel tempo, sono state molte cose: prima la bellezza, quella della “bionda per la vita” nella pubblicità della birra; poi l’amore con Daniele Bossari, per il principio universale dell’attrazione degli opposti che ha saputo reggere agli urti della vita; infine il ruolo a Che tempo che fa, immancabile da 21 stagioni.
Se chiedi a lei, risponde che a definirla è una certa timidezza che è “scivolata nella vita”: le cose, quelle belle e quelle meno, sono successe e lei ha saputo adattarsi ai contesti tirando fuori il meglio, per talento o per destino. Sempre un po’ defilata, però, mai al centro della scena. Mi parla al telefono da casa, qualche giorno prima di tornare in tv con Che tempo che fa («Ho cominciato in punta di piedi quando mia figlia aveva un anno, ora lei vive da sola e io sono ancora lì»), felice di ricongiungersi alla famiglia televisiva («Fabio è come un secondo marito. Con lui e Luciana condividiamo riservatezza, stima, amicizia, ci somigliamo più di quanto sembri»), e alla vigilia del suo compleanno, il 21 settembre («Sono 52, ma non ci penso: l’unica cosa strana è che prima ero sempre quella più piccola, ora sempre quella più grande»).

Il rapporto con il tempo che passa
Festeggiamenti?
«Nulla di eclatante: un pranzo in famiglia, una torta, una coccola. Però non voglio che passi sotto silenzio: un anno in più è un traguardo, non qualcosa di cui lamentarsi. Il tempo a nostra disposizione non è infinito, ed è bene ricordarselo».
Accettare l’idea che il tempo sia finito non è scontato.
«È la vita che ti costringe a farlo. Con la scomparsa di mia madre, quest’anno, mi è piombata addosso tutta la concretezza del tempo: di quello che resta e di quello che manca. Mi sono sentita mortale».
Quando un genitore se ne va, ci si ritrova in prima linea.
«Prima il dolore era quasi fisico e me la faceva sentire vicina. Ora, invece, c’è un gran vuoto. Ho paura di dimenticare i dettagli, la voce, il profumo, i gesti. Sapere che per il resto della mia vita non la vedrò più è durissima. Allora mi ripeto che siamo solo di passaggio e il tempo va usato in modo giusto. Cercando di far stare bene chi ho vicino e diffondendo serenità, anche con le parole giuste».
Questa pace interiore le viene naturale o ci lavora su?
«Sono nata così. Da piccola non piangevo mai. Ero timida e insicura del mio aspetto, ma serena. Ho avuto un’educazione semplice, rigida. Col tempo, quella tranquillità è diventata quasi zen. Se sto bene con me stessa non c’è nulla che mi metta a disagio. Certo, restare a contatto con la natura mi aiuta. Se qualcosa vacilla, cammino, tocco i tronchi, fotografo».
Filippa e la bellezza
La bellezza ha guidato un pezzo della sua storia umana e professionale. Che cosa è stata per lei? «Un veicolo. Mi ha permesso di viaggiare, crescere, vedere il mondo. Mi ha portata lontano da un percorso che sembrava già scritto: la laurea in Economia, trovare un lavoro, mettere su famiglia. A 14 anni, un’agenzia di modelle mi ha “scoperta” e ho cominciato a lavorare nei weekend e nelle vacanze, anche se bella non mi ci sono sentita mai. Mia madre mi aveva educata a curare quello che avevo dentro. Mai speso un soldo per una crema o un taglio dal parrucchiere. Quando mi hanno selezionata, pensavo si fossero sbagliati. Ho sempre avuto la sindrome dell’impostore».
Ha poi cambiato idea?
«No. L’insicurezza è rimasta a lungo. A 20 anni mi demolivo, oggi sono più gentile con me stessa: esco senza trucco, accetto i giorni sì e i giorni no. Faccio le foto con le amiche perché so che in futuro le riguarderò pensando: che gnocche che eravamo!»
Cosa è cambiato?
«Ho trovato la mia identità. All’inizio della storia con Daniele, convinta che a lui piacesse la donna tutta tirata con le gonne corte e il tacco, ho provato ad adeguarmi. Mi sono anche fatta mettere le unghie finte che, però, sono durate 10 minuti. Sei come sei, e capirlo ti salva».
Lo sguardo degli altri, soprattutto quello maschile, le è pesato?
«No. In Svezia non ti guarda nessuno, in Italia invece ovunque andassi erano fischi e commenti. Ma a me non dava fastidio: gli italiani erano simpatici, non volgari come i francesi. Ora si parla molto di catcalling, ed è giusto. A me certi apprezzamenti un po’ sessisti sono scivolati addosso. I confini me li sono costruiti mettendo distanza. A volte ho patito di più i giudizi tra donne».
I 50 anni
I 50 come li ha vissuti?
«Bene . Mi sono guardata allo specchio e ho pensato: “Sono uguale a ieri”. Anche con Daniele, grazie all’età, abbiamo trovato una complicità nuova: ci ritroviamo a letto alle 8 di sera con i nostri occhiali da lettura sul naso, già stanchi, e ridiamo tantissimo».
Il rapporto con il corpo è cambiato?
«Serve manutenzione: alimentazione giusta, movimento, sonno, costanza, creme. Se non fai niente, crolli. Però tutto senza ossessione. Vorrei invecchiare in modo naturale e coerente con ciò che sono».
Niente “ritocchino”?
«Non giudico le scelte altrui, ma non fa per me. Certe donne le guardi e non capisci quanti anni abbiano: sembrano 50enni tenute bene e magari hanno 40 anni».
Filippa Lagerbäck e la famiglia
I figli cambiano la percezione del tempo?
«Sono una linea netta sul calendario. Quando Stella è andata a vivere da sola a 18 anni è stato un piccolo lutto; poi il rapporto si è trasformato: ci scegliamo, abbiamo voglia di stare insieme, ed è prezioso».
Che madre è?
«Un mix tra una svedese e un’italiana. Ho permesso a Stella di andare via di casa presto, ma ogni volta che andavo a trovarla le riempivo il frigo di cibo.»
La malattia di Daniele Bossari
Gli ultimi anni per Daniele non sono stati semplici. La malattia ha segnato lui e la vostra coppia. «Qualcuno mi ha detto: “Brava che sei rimasta”. Ma siamo matti? Certo, stare accanto nella malattia non è facile, ma è lì che crescono i rapporti. Daniele ha avuto due fasi diverse: la malattia psicologica e la malattia fisica. La seconda, paradossalmente, è stata più facile. Hai appuntamenti e compiti: medici, terapie, controlli. Nella sofferenza mentale è tutto più nebuloso: ci si sente soli, arrabbiati e frustrati».
Perché frustrati?
«Io ero serena, non mi mancava nulla: avevo la chiave della felicità e mi sembrava impossibile non riuscire a condividerla con lui. Poi ho capito che la felicità non è uguale per tutti: ognuno deve trovare la sua. La mente è complessa e puoi stare male anche quando hai tutto. Io gli sono stata accanto, lui ha trovato la voglia di chiedere aiuto e guarire».
Se guarda indietro, che cosa tiene e che cosa lascia?
«Tengo le relazioni buone, le parole gentili, i piccoli rituali. Lascio le competizioni inutili, l’ansia da prestazione, la voglia di piacere a tutti. Oggi scelgo: meno, ma meglio».