Si dice che il trasloco sia al terzo posto tra gli eventi più stressanti nella vita di una persona. Ma mentre guardo Claudia Lagona, in arte Levante, che mi prepara un tè nel suo studio accogliente e minimale, penso che a lei stia facendo un gran bene. Me lo conferma quando ci sediamo e mi confessa che è stato quasi divertente preparare gli scatoloni, «sono a quota 50», e che non vede l’ora di entrare nella sua nuova casa. «La prima a forma di casa» precisa. L’archetipo del nido e della famiglia. Il porto sicuro a cui è approdata dopo l’incontro con Pietro Palumbo, avvocato siciliano, e la nascita di Alma Futura, 4 anni quasi compiuti.
Sanremo 2026, Levante: «Mi piacerebbe vincere»
In mezzo ci sono stati un lungo progetto discografico concluso col nuovo album Dell’amore il fallimento e altri passi di danza, un debutto sul set (nella miniserie L’invisibile, con Lino Guanciale, appena passata su Rai 1 con ottimi ascolti) e i preparativi per Sanremo (al via il 24 febbraio). Il terzo della sua carriera. Il primo a cui partecipa per vincere. Un desiderio che fino a ora non si era mai concessa, malgrado ne avesse tutte le facoltà. E che finalmente si autorizza a esprimere, vada come vada.
È il suo terzo Festival. Cosa si aspetta?
«Sono combattuta tra due emozioni. La prima è mettermi in gioco su un palco così prestigioso, senza pensare alla gara. Già esserci è importante perché nel nostro mestiere, se non ti fai vedere, il pubblico si dimentica. La seconda è avere un riconoscimento per il lavoro fatto fin qua. Da anni indago sulle mie fragilità e per la prima volta il desiderio di essere “vista” e apprezzata si sta facendo strada. Mi piacerebbe vincere. Lo dico senza arroganza».
Porta una ballata molto intensa, Sei tu, in cui i sentimenti parlano attraverso il corpo perché non sanno esprimersi. Anche lei è timida in amore?
«Per niente. Anzi, nella vita ho sempre pensato: ma come fai a non dire a uno che lo vuoi? Questo brano non parla di me. Io sono l’opposto, se uno mi piace mi butto».
Le belle non temono il rifiuto.
«Ma io non mi sono mai vista bella. E da ragazza non facevo niente per esserlo, anzi mi vestivo da punkabbestia, mi toglievo le sopracciglia… Sono migliorata col tempo. Invecchiare mi fa bella. Ma da ragazza, visto che i maschi non mi guardavano, andavo a prendermeli da sola».
Prima di Sanremo c’è il rogito. Cosa le porta questa nuova casa?
«Felicità. È il frutto di sacrifici e di un lungo lavoro da formica, in cui nessuno mi ha regalato niente. Per tutta la vita mi sono raccontata di essere una persona distruttiva – il mio primo album non a caso si chiamava Manuale distruzione, invece ho capito che sono una che ama costruire. Anche in amore. Benché pensassi il contrario».
Perché?
«Per paura. Credevo di non sapermi prendere cura di una relazione. Ma è troppo facile evitare di impegnarsi dicendosi: “Io non sono capace”».

Levante parla d’amore, e del perché le storie finiscono
C’entra il matrimonio andato male?
«Avevo 26 anni quando ho conosciuto Simone (Cogo, musicista dei The Bloody Beetroots, ndr) e me ne sono innamorata in maniera fulminea. Sul palco portava la maschera, in tutti i sensi, ma fuori aveva un mondo interiore, una delicatezza che mi hanno incantato. Sono finita in una specie di magia. E credo anche lui. Dopo appena 3 mesi mi ha chiesto di sposarlo. E ho subito accettato».
Perché è finita?
«Perché mi sono spaventata. Mi sono detta: quindi ora la mia vita è questa? Anche se lui non mi toglieva libertà. Era più il pensiero e il fatto di essere vicina ai 30 anni. Ora che ne ho quasi 40, mi chiedo: com’è possibile che mi sentissi già perduta a quell’età? Avevo il timore di essermi fermata, di non poter più conoscere nuove persone, fare esperienze. Per fortuna siamo rimasti in ottimi rapporti».
Il suo ultimo progetto discografico nasce dal bisogno di capire perché certe storie finiscono.
«Tutto l’inverno scorso ho indagato gli amori fallimentari, che non riescono a decollare o a sopravvivere. M’interessava scoprire perché si ripetono sempre gli stessi errori, perché ci si inceppa sempre allo stesso punto».
E che risposta si è data?
«Nessuno vuole rinunciare al proprio ego. Viviamo in un tempo in cui l’obiettivo è perennemente puntato su noi stessi. I selfie ne sono l’emblema. Siamo tutti egoriferiti. Ma, se restiamo sempre concentrati su di noi, come possiamo aprirci agli altri? Non è l’amore che fa paura, ma il dover posare lo sguardo sull’altro».
Il 29 aprile parte il Dell’amore Club Tour 2026. Mentre gli altri puntano agli stadi, lei sceglie gli spazi raccolti.
«Gli stadi per me rappresentano la consacrazione, l’approdo finale. Dopo, che fai? Ora non sarei neanche in grado di riempirli. Preferisco le dimensioni più intime. Ho fatto i teatri, in cui si sente anche chi tossisce nel pubblico, e forse è troppo. Il club è il mio spazio ideale: è più rumoroso e più vivo, la gente salta, la senti vicina. La prima volta che sono andata al Forum, nel 2019, prima di entrare sul palco ho chiesto al mio manager: “C’è gente?”. Come si fa quando ti aspetti un pubblico di massimo cento persone».
L’infanzia difficile e la perdita del padre a 9 anni
Ha un’attitudine da eterna esordiente. Non è abituata ai riconoscimenti?
«Sono cresciuta con pochi complimenti. Forse dipende da quello».
O dal fatto che ha perso suo padre a 9 anni.
«Se l’è portato via un tumore a 48 anni. Mia madre ne aveva 38, l’età che ho io ora. Si è ritrovata vedova con 4 figli, senza diploma e senza lavoro, a Palagonia, vicino Catania. Doveva reinventarsi la vita da zero. Io ho capito subito che non dovevo dare problemi. Quando ho compiuto 14 anni, mia mamma mi ha portato a Torino, dove si era trasferita una delle mie sorelle. Lì si è diplomata e ha cercato lavoro, mentre io stavo a Ivrea con una zia e le cugine. Per un anno siamo state divise, poi quando si è sistemata abbiamo preso una casa nostra».
Che tosta, un bell’esempio.
«Sì. Tosta e pragmatica. Ma anche lieve, romantica, innamorata della vita. A un certo punto si è iscritta a un corso di danza latino-americana e ha trovato un compagno, con cui ancora vive».
Quanto l’ha segnata questa infanzia non facile?
«Ho imparato a convivere con la perdita. Per questo forse mi piace indagare i fallimenti. Mio padre era una colonna, quando è morto sono crollate tutte le sicurezze. Eppure, siamo sopravvissuti».
Gli uomini che ha amato assomigliano a suo padre?
«Per niente. Lui era molto severo, intransigente. Esigente con noi figli nell’eccellere. Ricordo che una volta mi strappò un compito perché l’avevo scritto con la penna azzurra invece che nera. Ma era una durezza sciocca, che non serve».

Pietro Palumbo, «l’uomo della mia vita»
Pietro, il suo compagno, che uomo è?
«Accogliente e molto comprensivo. Non si impone, però riesce sempre a ottenere ciò che vuole. La sua autorevolezza è costruita sul dialogo. Se dice un “no” a nostra figlia, lo spiega, non ha bisogno di usare l’arma della punizione né di alzare la voce».
Cosa l’ha fatta innamorare?
«Il fato. Sono finita a una cena di compleanno una sera di luglio che non volevo uscire. Pensavo: ci sarà un sacco di gente; invece erano solo in 6. Quando Pietro si presenta, rimango come frizzata, due occhi blu che non avevo mai visto. Un dio. Mi giro verso il mio amico e gli dico: “Questo è l’uomo della mia vita”. Ci hanno messi seduti vicini e ho passato tutta la sera con la testa china e i capelli sugli occhi perché non avevo il coraggio di guardarlo. Quando qualcuno mi piace davvero, divento timidissima».
E poi ha fatto lui il primo passo?
«Diciamo che ci ho messo del mio, facendo di tutto per rincontrarlo. Dagli amici ho scoperto che era il classico tipo BBB: bello, bravo e buono».
In più single…
«Un bel colpo di fortuna. All’inizio mi chiedevo: ma dov’è la fregatura?».
La figlia Alma Futura e la genitorialità paritaria
Dopo 3 anni è arrivata Alma Futura.
«Pietro è l’unica persona con cui avrei fatto un figlio. È un padre fantastico. Attento, premuroso. E, come genitori, siamo una società che funziona. Ha rispetto dei miei tempi e dei miei spazi. Ci alterniamo nella cura in modo paritario».
E lei che mamma è?
«Fisica, coccolona. Ci sono sempre, ma metto dei confini. Quando devo lavorare, Alma sa che non deve disturbare. Mi piace che impari anche questo. Per il resto, la lascio libera di esprimersi. Ora è nella fase del tutto rosa. E mi sta bene, non la castro».
Ce l’ha con un certo femminismo radicale?
«Estremizzare le posizioni allontana le persone. Io mi ritengo femminista nella vita di tutti i giorni, per questo insegno a mia figlia a essere libera di fare ciò che vuole. L’intransigenza e la rabbia possono essere motore di cose positive e di rivoluzioni, ma vanno usate per cose per cui davvero vale la pena. Altrimenti, sono controproducenti».
Le fa paura avere una figlia femmina?
«Mi spaventa il livello di violenza che c’è in giro. Però, quando crescerà, non ho intenzione di trasmetterle le mie preoccupazioni, né di limitare il suo desiderio di vivere e sperimentare. Tutte noi da ragazze abbiamo attraversato situazioni di pericolo, ma non potevamo stare sotto una campana di vetro».

La depressione post-partum: «Ho fatto pensieri brutti»
Che ricordo ha della depressione post-partum, raccontata nel brano dell’ultimo Sanremo?
«Se penso alla me di quel periodo, mi fa tanta tenerezza. Ero aggrovigliata su me stessa, persa in un bicchier d’acqua, e non riuscivo a uscirne».
Cosa l’aveva scatenata?
«Il senso di solitudine. Dopo una gravidanza stupenda e un parto naturale senza problemi, quando sono tornata a casa e Pietro è rientrato al lavoro, mi sono sentita perduta. Ero con questo cucciolo meraviglioso sempre attaccato a me e non potevo fare niente, né suonare né scrivere, niente. Mi sono detta: dove sono io? Rivolevo la mia vita. Con lei, ovviamente, ma la mia vita».
Come l’ha superata?
«Ho pianto tanto. E ho fatto anche pensieri molto brutti davanti alla finestra. Per fortuna, le persone attorno a me hanno capito che avevo bisogno di aiuto e mi hanno spinto ad andare in terapia. Con un regolatore dell’umore tutto è tornato normale. Purtroppo la nostra cultura ci ha insegnato a vergognarci della fragilità. Ma, rifiutando il problema, ci si nega anche la cura. A me è bastato poco per riportare luce nella stanza. E anche per capire che avevo una depressione pregressa, legata alla mia infanzia».
È stata coraggiosa a esporsi.
«La notorietà ti dà una voce ed è giusto usarla. Quando trovi la forza di mostrare la tua vulnerabilità, anche gli altri piano piano si sentono autorizzati a farlo. È un circolo virtuoso. Ed è importante impegnarsi anche per le battaglie che non ti riguardano direttamente. Per questo, quando posso, manifesto e scendo in piazza, che sia per Gaza o per i diritti Lgbtqia+: dobbiamo avere a cuore il bene di tutti, non solo il nostro. Questo insegno a mia figlia».
Cosa le ha lasciato questa esperienza?
«Ho ripreso i contatti con la me di 20 anni fa, quando nessuno mi conosceva e non ero inibita dalla fama. Al mare in Sardegna ho fatto amicizia con una signora che era lì col nipote. I bambini giocavano e noi chiacchieravamo. Una domenica mi ha invitato a pranzo a casa sua. Non so da quant’è che non lo facevo. È stato bellissimo. Mi mancava questa vicinanza autentica con le persone. Mi piace stare con la gente».
E invece che valore ha la famiglia?
«Grande, la vivo come un clan. Io sono vissuta in una tribù, prevalentemente femminile, fatta di legami forti. E anche per Pietro è così. Lui è il quarto di 5 fratelli. Siamo come due grappoli che si sono uniti. Anche se veniamo da ambienti molto diversi. Io sono cresciuta nell’entroterra, vengo da una famiglia curiosa ma umile, mio padre faceva il ferroviere, Pietro è di Palermo, il capoluogo, i suoi sono professori, la cultura è tutto».
E come si è trovata?
«Benissimo. Io sono sapio (ride, ndr). Sapiosessuale. Non potrei mai stare con un uomo, anche perfetto, se non ci fosse un’attrazione intellettuale. È una calamita, la cosa che cerco e che mi intriga».
Il debutto come attrice nella serie L’invisibile
L’abbiamo vista da poco su Rai 1 nella miniserie L’invisibile. Un bel debutto.
«È stato un esordio inatteso. Un giorno ricevo una chiamata da un numero sconosciuto e stranamente rispondo. Era Pietro Valsecchi. Mi dice che sta facendo un film sulla cattura di Matteo Messina Denaro, il superlatitante, ha letto che mi piacerebbe fare cinema e mi propone un provino. Ne sono lusingata. Prendo un paio di lezioni di recitazione e mi lancio. Non lo avevo mai fatto prima. Il mio coach mi dice che sono un animale da palco, ce la posso fare. Infatti va bene».
Nella fiction è la moglie del Colonnello Lucio Arcidiacono. Come è entrata nel ruolo?
«Con grande umiltà. Mi sono affidata totalmente al regista Michele Soavi per capire il personaggio. Di certi grandi casi di cronaca conosciamo solo quello che raccontano i giornali, ma non sappiamo cosa c’è dietro. Questa donna è accanto a un uomo che dedica tutte le sue energie alla ricerca di uno dei più grandi boss della mafia, la sua quotidianità è stravolta dalle scelte del marito, dalla scorta, dalle paure per i figli. È una donna forte ma anche arrabbiata, la sua vita è un sacrificio continuo».

Oltre che cantante e scrittrice (di 4 libri), ora vuole anche fare l’attrice?
«Magari. Finite le riprese, ho avuto una specie di nostalgia da set. Stando dietro le quinte ho capito quanto lavoro c’è dietro un film, quanta bravura ci vuole. Mi piacerebbe molto sperimentare la regia».
Da dove viene questa vocazione per le arti?
«Cantare e scrivere mi hanno aiutato a superare il trauma per la morte di mio padre. Il mio primo provino l’ho fatto a 13 anni con Teddi Reno, portando canzoni mie. Poi in famiglia siamo tutti un po’ artisti. Mia sorella è illustratrice, mia madre dipinge e cuce vestiti bellissimi».
Da qui l’amore per la moda?
«Ho sempre giocato con i vestiti. E anche io ho imparato a farmeli da sola, cominciando con quelli delle Barbie».
Che rapporto ha con lo specchio?
«Buono. Subisco il tempo, come tutti, e mi spaventa allontanarmi dalla giovinezza, non solo per le rughe e il sedere che cade, ma perché si perde un pezzetto di vita ogni giorno. Però non vedo l’ora di avere, chessò, 68 anni, perché sono curiosa di sapere come sarà. Intanto, ho le mie piccole ossessioni. Tengo tantissimo alla pelle del viso e la curo con una skincare maniacale».
E la chirurgia?
«Non la condanno, se si fa con rispetto per il proprio corpo. Personalmente non voglio tradire me stessa e non amo assomigliare agli altri».
Un desiderio per il 2026.
«Dare sfogo al mio estro di interior designer mancata e creare una casa bellissima. La casa dei miei sogni».
Le foto sono di Andrea Gandini. Styling di Lorenzo Oddo. Assistente stylist Paolo Sbaraglia. Make up di Valentina Raimondi @Interlude Project. Hair di Grazia Cassanelli.