Certe crisi assomigliano a lunghi inverni. Stagioni apparentemente immobili, in cui la mente rallenta per elaborare, fare ordine e chiudere i suoi cerchi, preparando in silenzio le condizioni per tornare a fiorire.

«Mi presento adesso. Sono io, sono vera. La mia prima primavera» canta Paola Turci in Vita mia, il primo singolo che ha anticipato il nuovo album, Amore a dismisura, in uscita il 2 ottobre.

La rinascita di Paola Turci tra musica e libertà

«Più che una primavera anagrafica, la definirei una ripartenza» racconta la cantautrice romana, 61 anni, i tratti distesi dalle fatiche dell’allenamento appena concluso.

A 40 anni dal debutto a Sanremo che a metà degli anni ’80 consacrava il suo talento purissimo, e a 7 dalla pubblicazione dell’ultimo album di inediti, la “ragazza con la chitarra” torna a riprendersi i palchi, con un’estate di concerti intimi e acustici che preparano la strada al tour vero e proprio.

«È come una diga che s’è rotta, una liberazione da una condizione di blocco» ammette. Il riferimento è alla fine dell’unione civile con Francesca Pascale e alla domanda che attraversa l’intero progetto: cosa resta quando l’amore perde la sua misura? «Non a caso, è un disco di estremità» reagisce. «Più che di equilibrio, parla di solitudine riconquistata, di corpo femminile come casa, un corpo che però può essere anche violato, abusato. È una visione, insomma, molto larga dell’amore». Dalla sua conquistata “dismisura”, Paola Turci non nasconde le ferite, le mette semmai al centro di un disco che evoca «una discesa nel dolore e una risalita che grida coraggio».

Paola Turci
Canotta di cotone Intimissimi. Jeans Siviglia. Anello Federica Tosi. Foto Fabrizio Cestari

La musica come istantanea di una rinascita

Il primo capitolo della ripartenza: Vita mia. «È un brano che fotografa questa fase, in cui ritrovo una dopo l’altra cose che mi ero persa per strada: Roma, la mia casa, le amiche e gli amici. Da un punto di vista personale, non può che essere l’istantanea di un bel periodo, anche se assisto ogni giorno con preoccupazione a crisi sociali e umane che un po’ mi spaventano».

È appena uscito anche Manchi, forse il brano più esposto e intimo del disco che verrà.
«E il più romantico, benché parli di un’assenza. A ispirarmi è stato il senso di vuoto che accompagna la fine di un grande amore e inevitabilmente contiene aspetti autobiografici. Ci ho messo pochissimo a scriverlo e miracolosamente sono riuscita a metter giù testo e musica insieme, quando di solito lavoro separatamente sulle due parti. In questo disco tutte le congiunzioni astrali sono state favorevoli».

La casa ritrovata dopo la tempesta

Cosa significa tornare a captare l’energia del pubblico?
«È qualcosa che mi sorprende e mi fa piacere. Finalmente mi sono lasciata alle spalle il timore di dover essere sempre giusta, sempre “abbastanza”. Ultimamente ho tenuto un concerto acustico, voce e chitarra, in Trentino, in una situazione bucolica e davanti a molta gente. Non avevo preparato la scaletta: quando improvviso, per agganciare il pubblico, di solito comincio con delle cover che sanno tutti. Lì invece ho cantato solo brani miei, alcuni non li toccavo da anni.

Mi ha fatto bene e ho sentito che faceva piacere anche al pubblico, che li cantava con me.

Ho conquistato una libertà che prima non c’era, o era più difficile tirar fuori.

La libertà, in fondo, è anche un rischio, un salto nel vuoto, richiede un coraggio che ha costantemente bisogno di ricariche, perché col tempo s’affievolisce, si consuma». È così anche per il coraggio di rischiare in amore?
«Non siamo fatti di compartimenti stagni, ma, sinceramente, non me lo chiedo: mi sono ritrovata nella solitudine che esploro nel disco, è tra le conquiste più belle che la vita mi potesse donare.

Non si finisce mai di sentirsi in compagnia e non si finisce mai di ritrovarsi a casa. Lo dai per scontato, ma stare tanto tempo fuori ti porta a comprendere che, in fondo, quella non era casa.

Il tuo posto è dove hai messo le radici, le mani, il tuo lavoro, la tua fatica».

Femminicidi, diritti e parole che fanno male

Nel nuovo album l’assenza di argini evoca il rischio di sconfinare là dove la passione diventa annullamento o dipendenza.

«È un tema con cui mi confronto quasi quotidianamente attraverso il lavoro che faccio nei laboratori di Una Nessuna Centomila e con la Casa delle Donne; in qualche modo sono dinamiche che ogni donna vive.

Adesso anche il concetto di femminicidio viene rimesso in discussione: ciclicamente, la storia ci propone personaggi che farebbero sorridere se la questione non fosse drammatica. Dire “Ai gay abbiamo concesso la patente o la possibilità di fare la spesa” o sdoganare parole come “remigrazione” in un Paese che ha vissuto l’orrore delle deportazioni è di una gravità assoluta. Il fatto che gran parte della società non reagisca con sdegno dà la misura dello stato delle cose. C’è un disperato bisogno di non mollare di un centimetro».

Per questo al Pride di Milano ha cantato Fatti bella per te?
«È una canzone che parla a tutti, non solo a chi fa parte della comunità LGBTQIA+: non possiamo esimerci dall’essere umani. Non è un monito, è una constatazione: volendoci bene e rispettandoci, siamo tutti creature meravigliose. Lo dice anche il Vangelo».

Dalle cicatrici alla rinascita: una lezione di vita

Il suo impegno l’ha portata in visita all’Istituto penale per minorenni di Nisida. Lei che, in tempi non sospetti, cantava l’infanzia vulnerabile di Bambini.
«Lì però non ho trovato bambini, ma ragazzi con uno sguardo già consapevole e a tratti malinconico. Abbiamo passato un’ora a cantare, ma soprattutto a raccontarci. Ho scelto di condividere con loro la storia del mio incidente, senza risparmiare i dettagli: un giorno ero su tutti i giornali per la mia musica, quello dopo per un motivo completamente diverso. Per me è stato difficilissimo affrontare lo sguardo degli altri, ritrovarmi davanti a una telecamera con cento punti di sutura in faccia. Loro mi hanno seguita con un’attenzione totale. Non immaginavano che una persona pubblica potesse portarsi dentro una ferita simile. Anch’io, quand’è successo, mi credevo la creatura più sfortunata al mondo. Poi ho capito che la sofferenza non risparmia nessuno: dal Papa alla persona più umile della Terra, ciascuno attraversa il suo dramma».

Paola Turci
Total look Citizens of Humanity. Anello Federica Tosi. Foto Fabrizio Cestari

Quarant’anni dopo, con lo stesso fuoco negli occhi

Quest’anno festeggia 40 anni di carriera.
«La musica è la fune che mi ha sempre sollevata, il paracadute ogni volta che cadevo. Avevo 13 anni quando ho scoperto le canzoni, grazie a mia madre, che cantava e ascoltava di tutto: io ero incantata. Probabilmente ho avuto un’infanzia felice, ma caratterialmente avevo un estremo bisogno di un rifugio.

Eravamo tre fratelli e la situazione familiare era complessa. Mi sono scoperta una voce intonata, cantavo nei cori a scuola, al terzo anno di liceo ho capito che non avrei potuto farne a meno. Pur essendo minorenne, sono stata dura coi miei: appena diplomata, facevo la segretaria di giorno e la cantante nei piano bar di notte. Lì qualcuno mi ha segnalata a un discografico, che mi ha messo subito sotto contratto. Mia madre mi ha dato due anni: “Se non concludi niente, decido io”. Ma io ero convinta: quando hai quel fuoco negli occhi, non vedi nient’altro».

Con che sentimento guarda oggi a quella ragazza con la chitarra?
«Con affetto e tenerezza: avevo una forte determinazione, ma ero spaesata; nei rapporti con gli altri mi sentivo persa. In più ero carina, e questo spesso mi creava problemi; mi dimenavo nelle situazioni, non sapevo bene come uscirne.

Non è stato facile e non è stato comodo, ho accusato parecchi colpi lungo la strada. Ma la musica mi ha sempre protetta».

Cosa direbbe alle ragazze che hanno lo stesso fuoco negli occhi?
«A loro non servono consigli, se non quello di alimentarla, la passione, perché guiderà la loro vita. A quelle che invece non hanno ancora trovato la propria strada dico di non stare ferme ad aspettare, di continuare a cercare, viaggiare. La curiosità è il motore di ogni cosa».