Il più eclatante caso di malagiustizia degli ultimi 50 anni inizia da alcuni centrini ricamati a mano. Il camorrista Giovanni Pandico, detto “o’ pazzo”, li spedisce a Enzo Tortora e a Portobello, il popolarissimo programma che nel 1977 traghetta la Rai dal bianco e nero al colore e nei primi anni ’80 raggiunge 28 milioni di spettatori. Il detenuto ne è quasi ossessionato, si crede pure mentalmente connesso con il pappagallo della trasmissione.

La controversa querela che scatena l’attenzione dei media
«Mi pregio di inviarle alcuni miei manufatti» scrive al conduttore firmandosi Domenico Barbaro, il suo compagno di cella affiliato alla ’ndrangheta. Spera di vedere quei merletti nel seguitissimo “mercatino del venerdì”, tra chi offre e scambia oggetti di ogni tipo, chi cerca moglie o marito, chi presenta invenzioni sorprendenti. Nessuno gli risponde e lui, indispettito, passa a una querela per appropriazione indebita e «per impedire che si tragga profitto dalla mia condizione di carcerato» minaccia di raccontare tutto alla stampa. In Rai, dove il pacchetto è andato perduto, gli mandano un rimborso: dettaglio che sarà considerato una prova delle successive accuse di Pandico, ritenuto attendibile nonostante i disturbi psichici.
Il terremoto dell’Irpinia e la strategia dei pentiti
Il suo astio era cresciuto dopo il terremoto in Irpinia del 1980, vedendo Tortora raccogliere per le popolazioni colpite i proventi legati alle repliche del programma e ottenere dal Presidente Pertini, nel 1982, la nomina a Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Intanto, per combattere la malavita infiltratasi negli appalti per la ricostruzione, la giustizia si avvale di pentiti e dissociati: molti vengono creduti anche in assenza di prove, purché le testimonianze concordino tra loro. È quello che succede con Pandico e un altro camorrista di primo piano, Pasquale Barra detto “o’ animale”, incattiviti anche dall’abbandono da parte del boss Raffaele Cutolo.
La calunnia che conduce all’arresto di Tortora
“O’ pazzo” cita nome e numero di Tortora – in realtà un omonimo – segnati sull’agenda di un altro malavitoso e sostiene che il conduttore è una pedina della Nuova Camorra Organizzata per spacciare cocaina negli ambienti televisivi. “O’ animale” conferma, sperando in un tornaconto personale. Così, il 17 giugno del 1983, nella maxiretata per 856 ordini di arresto in tutta Italia cade anche Enzo Tortora. La sua innocenza sarà chiara solo 3 anni dopo, con il processo d’appello del 1986, seguito dall’assoluzione definitiva nel 1987. In quegli anni il giornalista e autore passa attraverso tante fasi: il carcere e la gogna mediatica, gli arresti domiciliari, un dibattito che divide l’opinione pubblica in colpevolisti e garantisti, la candidatura al Parlamento europeo nelle liste dei Radicali che lo difendono.
Marco Bellocchio racconta la storia nella serie Portobello con Fabrizio Gifuni
A ripercorrerne l’odissea umana e giudiziaria è ora la serie in 6 episodi Portobello di Marco Bellocchio, presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e disponibile dal 20 febbraio su HBO Max. Il regista – che ha raccontato la storia italiana con titoli come I pugni in tasca (1965), Sbatti il mostro in prima pagina (1972), Buongiorno, notte (2003) ed Esterno notte (2022) dedicati al caso Moro, Il traditore (2019) sul boss Tommaso Buscetta – ricostruisce accuratamente la vicenda dal punto di vista del protagonista e di chi in quegli anni gli è stato vicino. Fabrizio Gifuni interpreta un incredulo Tortora, che riesce a mantenere contegno e lucidità anche nella rabbia suscitata da accuse senza prove. Barbora Bobulova è la sorella Anna, autrice tv e braccio destro in Portobello. Lino Musella dà volto al camorrista Giovanni Pandico. Romana Maggiora Vergano è la giornalista e compagna del conduttore Francesca Scopelliti, all’epoca rimasta nell’ombra per evitare chiacchiere (lui aveva due matrimoni alle spalle e tre figlie).

Portobello: un affresco visivo dell’Italia anni ’80
«La mia prima scintilla di interesse è arrivata proprio dal libro Lettere a Francesca, una selezione degli scritti che Tortora inviò dal carcere alla Scopelliti. Mi avevano molto colpito e la contattai» ha detto Bellocchio. «Negli anni ’80 vivevo a Roma, ma ero concentrato su altro. E, come molti di sinistra, non lo seguivo con simpatia, pur constatando che il successo di Portobello era straordinario. Se ho deciso di raccontare alcuni casi italiani, è perché la storia è piena di forze oscure e come artista mi prendo il rischio di sondarle».

Aggiunge Fabrizio Gifuni: «A 18 o 19 anni volevo iscrivermi a Giurisprudenza e seguivo il processo. Mi sono sempre chiesto come mai un personaggio così popolare e amato provocasse anche un sentimento di antipatia. Prima di Portobello era stato allontanato per 7 anni dalla tv perché aveva criticato i vertici della Rai. Non apparteneva a nessuna delle due grandi aree politiche, non era né democristiano né comunista ma liberale. Si era battuto per la liberalizzazione delle tv ed era popolare: purtroppo, se c’è un sentimento universale, è la gioia di veder cadere un personaggio famoso. Tra le pieghe di questa vicenda c’è la prontezza di avventarsi al primo inciampo di un uomo di successo». Nella fiction emerge con forza visiva l’Italia degli anni ’80 parallelamente alle emozioni di Tortora e dei familiari, alle giornate in carcere, agli arresti domiciliari concessi nel gennaio del 1984, all’amore per Francesca alla quale lui non voleva rovinare la vita.
L’impatto civile, il dibattito sui pentiti e l’assoluzione definitiva
La vicenda giudiziaria è stata anche un caso civile che ha spaccato il mondo dell’informazione e cambiato la visione del pentitismo. I giornalisti Enzo Biagi e Indro Montanelli puntano il dito sull’uso acritico dei pentiti e il clima da “caccia al mostro”. Gli scrittori Alberto Moravia e Natalia Ginzburg lo difendono. Leonardo Sciascia scrive: «Non mi chiedo: “E se Tortora fosse innocente?” Sono certo che lo è». Finché Marco Pannella gli propone di candidarsi al Parlamento europeo con il Partito Radicale: viene eletto esattamente un anno dopo l’arresto. Nonostante le contraddizioni dei pentiti, nel 1985 il Tribunale di Napoli condanna Enzo Tortora a 10 anni di reclusione, a una multa e all’interdizione dai pubblici uffici. Lui rinuncia volontariamente all’immunità e torna agli arresti domiciliari. Il processo d’appello lo assolve nel 1986 e la Cassazione lo dichiara definitivamente innocente nel 1987. La libertà e la gioia durano poco: nel 1988 un tumore al polmone lo porterà via a 59 anni.