Appoggiato al bancone dove ha appena ordinato una birra, Ilya si accorge della presenza di un amico di Rose, l’attrice che Shane sta frequentando, e capisce all’istante che anche lui è lì in giro. Con il sottofondo ipnotico di All the things she said, si volta e scannerizza al rallentatore il dancefloor, finché non individua Hollander. È una delle scene dell’episodio 4 di Heated Rivalry, rilanciato sui social a raffica – c’è chi ammette che ultimamente ha visto più volte quel frame-spartiacque del suo partner. Se fai parte della nutrita schiera di addicted al titolo-fenomeno di HBO Max (che negli Usa ha catturato 10,6 milioni di spettatori medi a puntata), sai cosa sta per succedere: venerdì 20 marzo arriva il sesto e ultimo episodio della prima stagione, e per la seconda c’è da aspettare fino alla primavera del 2027. Più di un anno… Solo a pensarci ti prende male? Qui un piccolo vademecum sulla dipendenza da serie tv.

La dopamina alla base della dipendenza da serie tv

Premessa: toglietici tutto, ma non le serie! «Ben venga l’appuntamento con il titolo preferito finché resta uno svago che ci appassiona, ci fa riflettere e ci aiuta a rilassarci» spiega Deborah Leanza, psicologa e counselor. «Ovviamente il discorso cambia quando finisce per occupare molto, troppo, spazio nelle nostre giornate e nei nostri pensieri, sottraendo energia alla vita reale. Secondo le neuroscienze, qui entra in gioco in modo decisivo la dopamina, il neurotrasmettitore legato al piacere e alla ricompensa. Quando una storia ci coinvolge, il cervello rilascia questa sostanza e registra l’esperienza come qualcosa da ripetere al più presto». È il principio alla base di ogni dipendenza, che chi produce e realizza le serie tv conosce alla perfezione. «Episodi brevi, ritmo serrato e finali sospesi sono messi a punto per agganciare lo spettatore, spingendolo a vedere immediatamente l’episodio successivo, e quello dopo ancora. Quando non è subito disponibile e tocca aspettare, possono emergere impazienza e frustrazione».

heated rivalry i protagonisti
HBO Max

Nell’attesa di ogni nuova puntata, ci si butta nei social

Ad alimentare l’attesa, contribuiscono Instagram e TikTok. «Se fino a qualche anno fa, tra una puntata e l’altra di un telefilm, non si poteva fare altro che aspettare, leggendo, al massimo, un paio di articoli su qualche rivista, oggi l’universo della serie del momento continua a vivere ovunque, tra clip, meme, interviste e backstage» osserva la dottoressa Leanza. Nel caso di Heated Rivalry, basta aprire i social per poter usufruire di nuovi contenuti su Ilya e Shane e gli attori che li interpretano, Connor Storrie e Hudson Williams, richiestissimi a ogni evento. «Così l’attesa non si spegne mai davvero, anzi viene costantemente alimentata. Riguardare la stessa sequenza, commentarla, condividere teorie o scoprire nuovi dettagli, mantiene viva l’emozione dell’episodio appena visto. Il risultato è che, invece di staccare, si resta immersi in quel mondo narrativo e si rafforza il legame con i personaggi».

I personaggi diventano importanti (quasi) come fossero reali

I personaggi sono al centro di tutto. «Attraverso l’identificazione con loro possiamo vivere emozioni e situazioni – nel caso di Heated Rivalry, molto romantiche e trasgressive – che nella quotidianità raramente sperimentiamo» osserva la dottoressa Leanza. È una forma di evasione che consente di prendere distanza, per un po’, dalla routine e dalle preoccupazioni. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare: con il passare degli episodi, nasce spesso una familiarità coi personaggi che porta a sentirli vicini. Quasi come se li conoscessimo davvero. «Ci si affeziona, si finisce per prendere le parti dell’uno o dell’altro, per discuterne come se fossero persone reali. Un meccanismo che ha anche una componente regressiva: riattiva quella parte di noi, mai sparita del tutto, che da adolescenti ci faceva riempire la cameretta di poster di cantanti e attori, percependoli come parte integrante della nostra vita».

Stress e noia contribuiscono alla dipendenza da serie tv

Anche il momento in cui iniziamo una serie può fare la differenza. «Capita più facilmente di restare “agganciati” quando attraversiamo periodi particolari, più stressanti o, al contrario, piuttosto piatti» suggerisce la dottoressa Deborah Leanza. «Dopo una giornata faticosa, la serie preferita dà l’opportunità di concedersi una pausa che aiuta a decomprimere. Quando invece le giornate scorrono tutte uguali introduce emozioni, curiosità e movimento. In entrambi i casi, le storie offrono una zona franca in cui rifugiarsi». E in una fase storica segnata da tensioni globali e notizie terribili, il richiamo di qualche ora a zero pensieri può essere ancora più forte. «L’importante è non finirci dentro troppo a lungo: quando il rifugio diventa l’unico posto in cui stare, il ritorno alla realtà rischia di essere brusco e straniante». Anche perché, prima o poi, naturalmente, ogni serie finisce.

Lo smarrimento che emerge con la puntata finale

Alla vista dei titoli di coda, per molti spettatori si accende una sensazione difficile da definire. C’è chi la chiama post-binge-watching blues: è la malinconia legata alla fine di una serie che ci ha accompagnato per settimane o mesi. Non è un caso che su Reddit i gruppi che ne parlano contino centinaia di membri. «In fondo, quei personaggi erano diventati una presenza familiare e, perdendoli, viene meno una consuetudine che offriva, insieme allo svago, un appoggio emotivo» dice la dottoressa Leanza. Come in ogni lutto simbolico, anche qui si attraversano alcune fasi: c’è chi, per separarsi dai protagonisti il più tardi possibile, rimanda l’ultimo episodio o se lo riguarda in continuazione, chi si arrabbia con gli sceneggiatori per il finale che non convince, chi setaccia Internet alla ricerca di spin-off e scene tagliate. Finché, immancabile, arrivano lo smarrimento e un senso di mancanza sottile ma persistente.

Tieni la mente impegnata (in altro) e… abbi pazienza!

Per farsene una ragione, conviene prendersi una breve pausa dalle serie. «Meglio aspettare qualche giorno prima di cercarne un’altra da guardare tutta d’un fiato» consiglia Leanza. «Al tempo stesso, può essere utile spostare l’attenzione su attività che tengono la mente impegnata in modo simile: immergersi in un memoir o in un romanzo lungo quanto una stagione tv, ascoltare un podcast, provare una ricetta un po’ più complicata del solito, riprendere un puzzle o un videogioco lasciato a metà. Anche organizzare una serata cinema con gli amici o rivedere un vecchio film molto amato può funzionare: l’importante è cambiare storia e scenario». Non si tratta di rinunciare alle serie, ma di riportarle al loro ruolo originario: una forma di intrattenimento. «Gli episodi finiscono e i personaggi smettono di parlarci, ma non ci lasciano mai davvero: restano nelle battute che ripetiamo, nelle scene che ogni tanto riaffiorano alla memoria». E mentre una storia si chiude, un’altra è già pronta ad appassionarci. Con la benedizione di Ilya e Shane.