Non è un po’ come cercare il finale di un film prima di vederlo, per arrivarci preparati? Quando prendo in mano un memoir lo faccio spesso con questa speranza sottotraccia: che ci sia qualcuno che abbia trovato, prima di me, le parole giuste affinché noi, venuti dopo, potessimo finalmente nominare quello che proviamo. E possibilmente capire se mai lo supereremo. Io lo faccio soprattutto con le sensazioni negative, quelle per cui il linguaggio quotidiano sembra sempre troppo largo o troppo stretto. Mai della misura giusta. Mi è capitato con Quiet, di Susan Cain, che ha descritto alla perfezione come vive una persona introversa. Da quando ho letto quel libro non ho trovato sollievo che vi assomigliasse: è impareggiabile poter tornare a me stessa passando da qualcun altro. Non ero sola, strana, sbagliata. È stato come miele su una ferita. Non ho letto molti memoir in vita mia. Ma ho sempre scritto quello che provavo: diari, note sul telefono, perfino mail alla me stessa del futuro.

Ho capito presto che trasformare un’esperienza in racconto, darle una forma narrativa, mi aiutava a reggerla. Come se la storia rendesse le cose più maneggevoli. Non certo più leggere, ma almeno dotate di un loro posto, magari anche di un senso

Il 14 marzo si celebra il Write Your Story Day, una giornata nata negli Stati Uniti per celebrare il valore della narrazione autobiografica. Per l’occasione, Rakuten Kobo ha selezionato in anteprima per Donna Moderna 5 memoir tra i più significativi degli ultimi anni, sottolineando come il genere autobiografico stia tornando al centro dell’interesse dei lettori. Ovviamente non potevamo che partire dalla voce impellente di due donne forti e coraggiose: Virginia Giuffre e Gisèle Pelicot. Ma prima, una riflessione sul perché le storie vere – lette o scritte – hanno il potere di cambiarci.

Quello che succede, dentro, mentre leggiamo

Leggere una storia attiva nel cervello le stesse aree coinvolte nell’esperienza diretta: la corteccia motoria si accende quando i personaggi compiono azioni, le regioni sensoriali rispondono alle texture e ai profumi descritti. Le parole non vengono solo elaborate, quindi, ma anche vissute. Questo meccanismo si chiama simulazione incarnata e si basa sull’attivazione dei neuroni specchio. Come riporta il profilo di divulgazione scientifica @goodneuroscience, citando diversi studi di neuroscienze, chi legge narrativa mostra livelli significativamente più alti di empatia e funzione cognitiva rispetto a chi non legge.

I memoir poi hanno un potere ulteriore rispetto alla narrativa di finzione: la possibilità di immedesimarsi nelle esperienze reali. La consapevolezza che è tutto vero, che quella persona ha davvero attraversato quel dolore, quella gioia, quella perdita. Il confine tra “lei/lui” e “io” si fa sottile, poroso. E così le storie degli altri ci aiutano ad attribuire un significato a ciò che accade nella nostra, che altrimenti si ridurrebbe a una sequenza insensata di eventi. Più che evasione, quindi, è quasi il contrario. Fare il giro largo ma poi tornare dentro casa, salire sulle spalle di un gigante, ma pure di una persona qualunque, che però ci assomiglia nel punto esatto in cui pensavamo di essere sole.

Prendere la parola: perché il memoir femminile è un atto politico

Il genere autobiografico sta vivendo una stagione d’oro (o non ha mai smesso di farlo?) e non è un caso. Il potere della prima persona, per noi donne in particolare, si traduce anche nella rinegoziazione dei termini della nostra visibilità. Dopo decenni in cui la cultura ci ha volute compresse in narrazioni di supporto – mogli di, madri di, vittime di – il memoir diventa un atto politico tanto quanto letterario. Significa: la mia storia esiste, ha valore, merita di essere letta. Non come appendice o cornice alla storia di qualcun altro, non come nota a piè di pagina, ma come un’opera a sé stante. È quello che ha fatto Nobody’s Girl di Virginia Roberts Giuffre, per esempio, che ha trasformato il racconto di una sopravvissuta agli abusi di Epstein in un simbolo per chiunque abbia cercato il coraggio di parlare. Ed è quello che rende Un inno alla vita di Gisèle Pelicot, in cui l’autrice racconta sopravvivenza e rinascita senza mai scivolare nella retorica, un libro impossibile da dimenticare.

Leggere o scrivere: in entrambi i casi, le storie ci salvano

C’è un passaggio naturale, quasi inevitabile, tra il leggere le storie degli altri e un improvviso bisogno di raccontare la propria. Come se il contatto con una voce vera accendesse qualcosa, il desiderio di trovare, anche noi, le parole giuste per quello che ci portiamo dentro e che resta lì in attesa di un perché. La psicologia parla di narrative processing: il nostro cervello organizza esperienze, ricordi ed emozioni sotto forma di storie per dare un senso alla vita, trasformando eventi caotici in una narrazione coerente. Magari il caos è un po’ meno caos, se messo in fila. Le storie degli altri ci insegnano che esiste una forma anche per le cose che sembrano informi. Quando scrivo quello che provo, soprattutto le cose negative, è come se le sottraessi a me stessa per darle a un foglio. Di certo non spariscono né tantomeno guariscono. Però è come aver riordinato la stanza, e intanto non inciampare più al buio.

5 memoir che vale la pena leggere: la selezione di Kobo

In occasione del Write Your Story Day, il rivenditore di libri digitali Rakuten Kobo ha selezionato in anteprima per Donna Moderna alcuni memoir particolarmente potenti, tutti disponibili in eBook.

Nobody’s girl di Virginia Roberts Giuffre (2025)

“La mia storia di sopravvivenza in nome della giustizia”: questo il sottotitolo del memoir scritto da Virginia Giuffre negli ultimi della sua vita, prima del suicidio nell’aprile 2025. È nota come la vittima di Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell, come la ragazza che ha contribuito alla condanna di entrambi decidendo di parlare dei ripetuti abusi, oppure come quella ritratta col principe Andrew in una foto che ha fatto il giro del mondo. Ora, finalmente, la sua storia è stata raccontata per intero, da lei, con le sue parole.

Inizia così Immaginate una ragazzina seduta da sola sul bordo di un marciapiede, con il volto bagnato di lacrime. Ha quindici anni, ma è talmente magra che sembra più piccola. Potrebbe essere carina, con gli occhi azzurri e i lunghi capelli biondi, ma il volto lentigginoso è gonfio, il collo illividito, e in bocca sente un sapore che non dimenticherà mai: il metallo di una pistola.

Leggilo perché… nominare fa meno male del silenzio.

Nella casa dei tuoi sogni di Carmen Maria Machado (2020)

In questa toccante autobiografia, Carmen Maria Machado racconta la relazione tossica di una coppia queer, lo smarrimento e la solitudine di trovarsi in una relazione segnata dall’abuso psicologico. Analizza il suo rapporto con una donna bella e carismatica, ma anche instabile e violenta, per capire come quello che le è successo l’abbia plasmata nella persona che è ora.

Inizia così Hai sentito parlare della casa dei miei sogni, immagino. Come sai, è un luogo reale. È in posizione eretta. Si trova vicino a una foresta e al margine di una superficie erbosa. Ha delle fondamenta, anche se le voci dei morti sepolti lì in mezzo sono, quasi sicuramente, un’invenzione.

Leggilo perché… certe violenze hanno bisogno di una lingua nuova per essere viste.

Un inno alla vita di Gisèle Pelicot (2026)

Un giorno di novembre del 2020, Gisèle Pelicot scopre che suo marito la drogava da quasi un decennio per abusare di lei e farla abusare da decine di sconosciuti. Quando il caso arriva in tribunale, fa una scelta coraggiosa e importantissima: rinuncia all’anonimato e vuole il processo a porte aperte. «La vergogna deve cambiare lato». In questo memoir racconta tutto – l’infanzia, il primo amore, la maternità, e poi il buio – con onestà e paradossale garbo.

Inizia così Apparecchio sempre la tavola della colazione la sera prima. Sistemo le tazze, i piatti, le posate, i tovaglioli, poi il miele e i barattoli di marmellata. È un po’ come scavalcare la notte che ho sempre temuto, decretare l’armonia del giorno dopo.

Leggilo perché… la grazia, a volte, è più sovversiva della rabbia.

Open di Andre Agassi (2009)

Costretto ad allenarsi fin da quattro anni da un padre che aveva deciso di farne un campione a qualunque costo, Agassi cresce con un paradosso: odia il tennis, ma ha un talento che non può ignorare. Con i capelli ossigenati e una tenuta più da musicista punk che da tennista, ha sconvolto l’austero mondo del tennis raggiungendo vette che pochi hanno toccato. Ma cosa c’era sotto? Risponde in questa autobiografia.

Inizia così Apro gli occhi e non so dove sono o chi sono. Non è una novità: ho passato metà della mia vita senza saperlo. Eppure oggi è diverso. È una confusione più terrificante. Più totale.

Leggilo perché… è il ritratto onesto di qualcuno che ha vinto tutto e capito tardi.

Ultima notte ad Alessandria di André Aciman (2009)

Una famiglia ebrea, tre generazioni, una città cosmopolita dove convivono religioni e culture diverse. E poi la cacciata, improvvisa e definitiva. Aciman racconta l’infanzia ad Alessandria d’Egitto con una prosa ricca di colori e profumi, popolata di figure indimenticabili: lo zio spia, le nonne che spettegolano in sei lingue, la zia scampata alla Germania nazista. Sullo sfondo, un mondo destinato a sparire.

Inizia così «Allora, siamo o non siamo?» si pavoneggiò in italiano mio prozio Vili, quando in quel tardo pomeriggio estivo riuscimmo finalmente a sederci da soli nel giardino che dava sulla sua sconfinata proprietà nel Surrey.

Leggilo perché… parla di un posto che non esiste più, e ti mancherà comunque.