Non voglio diventare come mia mamma. L’avrò pensato mille volte quando ero più giovane. Adesso la guardo e pagherei per avere in dotazione il suo stesso sorriso tenace, e tutti i superpoteri che lo sorreggono anche quando piove a dirotto. La paura di somigliare alla propria madre ha un nome, forse poco elegante ma molto preciso, inventato settant’anni fa dalla poetessa americana Adrienne Rich: matrofobia. Ogni donna l’ha provata. Come me in alcune fasi della vita, a singhiozzo o costantemente. In Francia è uscito un libro sull’argomento: Pardonner à nos mères della giornalista Claire Richard analizza la complessa relazione madre-figlia partendo da quel timore. Che, si sostiene nel saggio, è profondamente legato al contesto sociale e patriarcale. Come dire: scava scava, molto spesso non è esattamente la persona-mamma quella a cui non si vuole somigliare, quanto il destino – le rinunce, la frustrazione, la postura più o meno sottomessa – che le è toccato in sorte e a cui non è riuscita a ribellarsi.

Matrofobia: il peso del contesto sociale

Claire Richard ha raccolto le testimonianze di 150 donne tra i 30 e i 50 anni, cresciute immerse in un sistema attraversato dalla cosiddetta diagonale patriarcale: un contesto in cui le loro mamme, nel migliore dei casi, hanno vissuto vite molto meno libere e più faticose di quelle che avrebbero avuto se fossero nate uomini. Nel peggiore, sono state soggiogate e rese fragili, hanno subìto abusi e violenze. Nelle storie, tornano scene concrete: madri che minimizzano ambizioni, non incoraggiano ma mettono in guardia, invitano le loro bambine e ragazze a stare “buone”, a dimagrire, a non vestirsi da sgualdrine. Non lo fanno per cattiveria, ma per abitudine, per paura, per esperienza. Il risultato è, appunto, la matrofobia, che non riguarda tanto le mamme in sé, quanto i limiti che queste rappresentano e trasmettono. La trappola in cui loro, le figlie, non vogliono finire schiacciate.

La matrofobia resiste anche tra le nuove generazioni

Una considerevole fetta delle nuove generazioni è cresciuta accanto a madri generalmente più emancipate. Più attente a non trattare i figli e le figlie in maniera differente, spesso attive nel combattere le disparità di genere. La situazione delle donne nel nostro Paese, però, lo sappiamo, è ancora molto lontana da quella che desidereremmo. Il mondo femminile continua a essere lasciato un passo indietro. E la matrofobia resiste. «Anche perché, accanto alla componente sociale, la paura di diventare come la propria mamma è nutrita da altre motivazioni, psicologiche e personali» spiega la dottoressa Giulia Griselli, psicoanalista specializzata in psicologia del benessere e dell’invecchiamento.

Durante l’adolescenza emerge il bisogno di differenziarsi

Succede soprattutto durante l’adolescenza. «Negli anni in cui il corpo inizia a cambiare, le ragazze sentono, forte, la necessità di capire che cosa significhi essere donne» chiarisce la dottoressa Griselli. «Per chiarire dubbi e sciogliere ansie, guardano le loro mamme, modello femminile per antonomasia. La matrofobia scatta, insieme a un moto di rabbia e al senso di rivalsa, quando si trovano di fronte madri che non riescono a soddisfare quest’esigenza, spesso proprio perché hanno rinunciato, in tutto o in parte, alla loro natura per concentrarsi sul ruolo genitoriale. Possono anche essere molto impegnate fuori casa, lavorare e avere amici. Ma hanno perso di vista chi sono veramente. Quello che interessa alle teenager in cerca di un equilibrio e di un’identità è avere accanto donne che si sentono libere di essere se stesse – consapevoli del proprio valore, dei propri punti deboli e del proprio posto nel mondo – e che, quindi, regalano un messaggio semplice ma decisivo: puoi esserlo anche tu, ed è esattamente ciò che conta».

Quando la matrofobia travolge le future mamma

Le mamme restano sempre modelli di riferimento. Perfino quando decidiamo di diventare persone completamente diverse da loro, le usiamo, volenti o nolenti, come bussole. «La matrofobia è strettamente correlata alla natura stessa della relazione madre-figlia, che è molto complessa e caratterizzata da sentimenti contrastanti: può spuntare periodicamente anche quando l’adolescenza è ormai lontana» osserva la dottoressa Griselli. «Nel momento in cui cominciamo a pensare di diventare madri a nostra volta, per esempio, è facile che il timore di somigliare alle nostre riaffiori con intensità». Ricordiamo come ci hanno educato – trascurato o soffocato con divieti o sensi di colpa – e giuriamo che noi saremo genitori differenti, migliori. «Comprensibile, ma occhio a non trasformare il desiderio di differenziarci dalle nostre madri in un’ossessione: rischia di alimentare un’ansia da prestazione difficile da gestire».

Mamme perfette, se ci siete battete un colpo

La verità è che non esistono genitori perfetti, madri perfette. Al netto di quelle che sono state realmente cattive mamme (perché ce ne sono, inutile negarlo), c’è un mare di donne che – sbagliando, talvolta di brutto – hanno comunque fatto del loro meglio. Spesso ce ne si rende conto proprio quando si fa un figlio. «Prendersi cura di un bambino, educarlo, stargli accanto alla giusta distanza, accompagnarlo attraverso l’adolescenza, dosando fermezza e tenerezza, fiducia e attenzione: fare i genitori è molto difficile, non commettere errori è impossibile» afferma Griselli. «Non è detto che si riesca a perdonare genitori che si sono comportati male – a volte, non è nemmeno giusto farlo – ma quando si raggiunge questa consapevolezza è facile che la matrofobia sfumi». E che rendersi conto che, insieme alla voce e alla gobbetta sul naso, abbiamo preso dalla nostra mamma atteggiamenti e tic (dalla fissazione per l’ordine alla tendenza a dire troppi sì) non dia più così fastidio. Sono parte di noi, come lei lo sarà sempre. E in fondo va bene così.