«La vittima era una madre modello». Oppure: «era una ragazza molto libera». Sono due esempi del modo stereotipato con cui spesso si riporta la notizia di un femminicidio, di violenza “nascosta” nelle parole. Descrizioni con cui da un lato si imprigiona una donna nel suo ruolo familiare, come se non avesse altre caratteristiche, dall’altro quasi si suggerisce che un dato comportamento abbia provocato la violenza.

Il fatto è che le parole non sono sono parole: sono strumenti che imbarazzano, offendono, uccidono. Come spiega nel suo nuovo libro Parole che feriscono. Gli aggettivi alla base della violenza sulle donne (Prospero Editore) Laura Nacci, divulgatrice linguistica e direttrice della formazione di SheTech, ente no profit che promuove la parità di genere nel mondo digital e tech.

“Isterica” o “chiacchierona” non sono parole innocue

Come fanno certe definizioni a diventare strumenti di controllo sulle donne, di violenza nascosta nella parole?

«Solitamente consideriamo le parole “solo” un modo per descrivere la realtà o dare forma ai nostri pensieri. Invece hanno un impatto sulla società e sull’opinione pubblica. Pensiamo alla differenza fra indicare lo stupro come un reato contro la morale – com’è stato in Italia fino al 1996 – o contro la persona. Se il lato più visibile del sessismo emerge con parole esplicite e volgari, c’è un sottobosco di termini apparentemente innocenti, ma in realtà insidiosi perché ormai “normalizzati”, che da sempre connota il genere femminile. Studiando l’uso di queste espressioni a ritroso nel tempo, ho capito che termini come “strega”, “isterica”, “chiacchierona”, applicati alle donne meno irregimentate per sminuirle, resistono tuttora. E il peggio è che, a volte, le donne stesse li introiettano o li usano per attaccare le altre».

Il doppio standard teminologico

Lei parla di “doppio standard terminologico”: certe parole hanno un peso diverso a seconda del genere a cui vengono applicate.

«Prendiamo “loquace”: per un uomo è una definizione positiva. Indica una persona vivace, che ha molte cose da dire, cordiale. Riferito a una donna, invece, indica il solito stereotipo della petulante e pettegola, che contraddice la buona abitudine di stare zitta. Cosa che vale tuttora: quante donne vediamo negli spot mute e sorridenti accanto a un uomo in giacca che illustra un prodotto? Anche le madri vengono definite “snaturate” quando tornano al lavoro dopo la maternità o quando la sera vanno fuori a cena o a pilates. Un padre non verrebbe mai definito snaturato, né si penserebbe tale».

Un doppio standard si applica anche quando chiediamo alle bambine di stare composte, cosa che non diciamo ai loro fratelli. Eppure spesso sono proprio le mamme a farlo.

«La compostezza è una di quelle che io chiamo “gabbie invisibili”, comportamenti che ci riportano a un’idea di educazione il cui modello è la Lucia dei Promessi Sposi: una donna descritta, appunto, come composta, che sta al suo posto, pudica e remissiva. Ho fatto una ricerca nei database dei quotidiani dall’800 a oggi e non ho trovato nessuna ricorrenza dell’aggettivo “composto” riferito al maschile, mentre per le donne ce ne sono tantissime. Insomma, quando invitiamo una bimba a stare composta usiamo parole “di seconda mano”, pregiudizi ereditati, e di fatto scoraggiamo la sua esplorazione dello spazio e la sua libertà personale. Che a farlo siano le madri dimostra la potenza del condizionamento subìto per secoli».

C’è violenza anche nelle parole che sembrano complimenti

I complimenti sono un’altra delle cose “dannose” che si fanno in buona fede.

«Il problema è che spesso involontariamente nascondono un’etichetta: per esempio, se parliamo di un’atleta o di un’avvocata facendo riferimento al loro aspetto, spostiamo il focus dalla professionalità, che è il motivo per cui hanno vinto una medaglia o una causa, all’apparenza. Anche dire di una donna determinata che “ha le palle” nasconde il pensiero che quello maschile sia il modello da emulare. Categorizzare quale sia il comportamento o il ruolo che ci si aspetta dalle donne è una forzatura, o una forma di violenza implicita, che ci ingabbia e al contempo presuppone che si possa criticare o punire chi trasgredisce. E non è che, se le donne pretendono rispetto e autonomia, “non si può più dire niente”. Al contrario: si tratta di allargare lo spettro delle parole a disposizione. Più ampliamo il nostro vocabolario, più siamo libere e liberi di esprimere le nostre opinioni».

Qual è il primo passo per diventare consapevoli della violenza nelle parole?

«Ascoltare e osservare di più le reazioni delle persone di fronte a certi termini o modi di dire. Se iniziassimo a guardare anche il non detto, ci renderemmo conto di quanto a volte le nostre parole mettano in imbarazzo chi abbiamo di fronte, nonostante magari taccia, e inizieremmo a riflettere su come ci esprimiamo. Poi bisogna iniziare a leggere con occhio critico i giornali, le e-mail, le chat, soffermandoci sulle parole che contengono. Uno degli esercizi che suggerisco nel mio libro è di girare una frase o parola al maschile: non ha lo stesso significato oppure suona ridicola? Allora contiene un pregiudizio implicito. Cambiare linguaggio è una questione di allenamento, ma è fattibile e anche doveroso».

Sbagliare linguaggio significa sbagliare approccio morale

Noi come possiamo liberarci di modi di pensare “maschilisti”? Sul web ci sono tantissimi attacchi alle donne e la cronaca recente ha rilevato la misoginia di alcune femministe.

«Aderire a uno stereotipo significa prendere una storia e applicarla indiscriminatamente a chiunque. Ci aiuta perché funge da scorciatoia per il pensiero, ma fa diventare quella storia valida in assoluto, eliminando tutte le altre e ingabbiando nella sua narrazione tanto le donne quanto gli uomini. Con la differenza che le donne hanno subìto e, alla fine, spesso interiorizzato questo modo di pensare: invece mi pare che agli uomini ne manchi la consapevolezza. Il primo passo, quindi, è proprio lo sforzo da parte di entrambi i generi di riconoscere che ancora vigono stereotipi che discendono da una lunga storia di disparità. Per questo a me piace raccontare da dove arrivano alcuni termini. Anche se “si è sempre fatto e detto così”, occorre valutare se un atteggiamento o un aggettivo siano giusti, anziché abituali. Questo perché l’idea dell’uomo “forte” è castrante e pericolosa tanto quanto quella della donna “emotiva” e “delicata”. Il giusto linguaggio cambia le cose. Come scriveva Michela Murgia, “sbagliare nome vuol dire sbagliare approccio morale e non capire più la differenza tra il bene che si vorrebbe e il male che si finisce a fare”».