L’upgrade definitivo di chi parla da solo sono gli auricolari. Benedetta dalla mancanza di notorietà, ti rivelo il mio segreto per restare in bolla. Quando sei in giro e senti i pensieri che si ingarbugliano e l’esigenza di fare un po’ di chiarezza, infilati le cuffiette e dai serenamente sfogo ai tuoi ragionamenti a voce alta fingendo di stare al telefono con la mamma, la sorella, la migliore amica (ricordati che se lasci in funzione la suoneria, per la legge dell’universo che ti guarda e ride, il cellulare squillerà mentre chiacchieri con te stessa sulla metropolitana all’ora di punta). Cosa dici, usi già questo stratagemma abitualmente? Sospettavo di essere in ottima compagnia. Parlare da soli – possibilmente in privato – è una consuetudine tanto comune quanto preziosa. Da rivalutare senza vergogna.

Parlare da soli: una pratica utile ma snobbata

«Parlare da soli – il cosiddetto self-talk – fa parte di un processo mentale importante e raffinato, che porta alla verbalizzazione dei pensieri» spiega la dottoressa Valentina Tarantino, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale a Milano (www.curalamente.com, @dott.ssa_valentina_tarantino). «C’è chi preferisce un dialogo tra sé e sé silenzioso e chi, invece, dà letteralmente voce al proprio mondo interiore. Il principio è lo stesso: il self-talk contribuisce a mettere in ordine quello che ci frulla per la testa. È un’abitudine diffusissima che aiuta a sistemare le idee, fare un po’ di sana autoanalisi e gettare luce sui problemi da risolvere».

Il pensiero ad alta voce indica la strada giusta

«Quando abbiamo un nodo da sciogliere, dare voce ai pensieri consente di fare chiarezza: è come svuotare la borsa sul tavolo per vedere che cosa contiene esattamente» afferma la dottoressa Tarantino. «Mentre ci ascoltiamo, le idee trovano una sequenza e le priorità si fanno più evidenti. In questo senso, il self-talk è un efficace strumento di problem solving: davanti a una situazione da sbrogliare, può indicarci la strada giusta per arrivare a destinazione senza finire bloccati nel traffico. A volte bastano poche parole dette a se stessi per capire da dove partire, cosa tralasciare, quali mosse hanno davvero senso». E non funziona solo con i pensieri: vale anche per ciò che proviamo.

Parlare da soli per alleggerire il peso emotivo

Capita che emozioni diverse si intreccino: ansia, rabbia e malinconia si sommano e generano confusione. «Trasformare lo stato d’animo in parole aiuta a ridurre il carico di negatività e a recuperare, almeno in parte, la calma e l’autocontrollo» osserva la dottoressa Tarantino. «Ritagliarci un momento tutto nostro e raccontare a noi stesse ciò che ci agita e ci rattrista rende le sensazioni più gestibili. Il self-talk, in questi casi, agisce come una valvola di sfogo, che alleggerisce il peso emotivo». Una volta smaltito quel surplus, diventa più facile concentrarci sulle sfide che ci attendono.

Quando la spinta arriva dalla nostra voce

Prima di un colloquio, di un esame o di un appuntamento romantico: il self-talk è anche una strategia valida per farsi coraggio. «Quando dobbiamo affrontare situazioni delicate e stressanti, dedicare a noi stesse qualche istante di raccoglimento e automotivarci con frasi semplici, dal “stai tranquilla” al “ce la farai”, ci aiuta a recuperare energia e lucidità – è buffo, ma funziona». Spinge all’azione, affina la concentrazione, dà una mano a sfoderare risorse nascoste. Eppure parlare da soli porta con sé uno stereotipo duro a morire: l’idea che segnali necessariamente qualcosa che non va. «Il self-talk può comparire in quadri clinici complessi, come il disturbo ossessivo-compulsivo, ma in quei casi è solo un sintomo tra gli altri». Nella vita di tutti i giorni è un’abitudine-amica, non un campanello d’allarme.

Parlare da soli e il potere di rendere le cose reali

Ci sono pensieri che restano sospesi finché non li trasformiamo in frasi a fior di labbra. «Un problema, un dubbio, un evento che ci ha scosso: fino a quando stanno solo nella mente sembrano quasi irreali, come se non fossero accaduti davvero» suggerisce l’esperta. «Succede qualcosa di simile quando confidiamo un segreto a un’amica: nel momento in cui “ci sbottoniamo”, quello che proviamo e che ci è capitato prende forma. Indietro non si torna, diventa qualcosa con cui possiamo (e dobbiamo) fare i conti». Ma dare voce ai pensieri non è sempre liberatorio. In alcuni casi, complica le cose: ad esempio, può intrappolarci in un ragionamento che diventa ossessione.

Alla larga dal rimuginio che aumenta l’insicurezza

A volte, parlare da soli non aiuta a sciogliere i pensieri: li fa girare in tondo. «Può capitare dopo che qualcosa è andato storto: entriamo in un loop in cui ripetiamo a noi stesse frasi che ci svalutano, amplificando la frustrazione e il senso di colpa» chiarisce Tarantino. Invece di alleggerirci, quel dialogo rinforza l’idea di non essere abbastanza, di sbagliare sempre. «Più che un semplice self-talk, è un rimuginio che rischia di alimentare l’insicurezza. In questi casi, parlare da soli smette di essere uno strumento utile e diventa una trappola: non apre possibilità nuove, ma restringe il campo». Se ci accorgiamo che la nostra voce interiore si focalizza solo su ciò che non va, è il momento di zittirla e di cercare un appoggio esterno.

Parlare da soli non può sostituire gli altri

Occhio quando il self-talk è molto insistente fino a rappresentare l’unico canale attraverso cui elaboriamo stati d’animo ed eventi. «Parlare da soli diventa un problema quando sostituisce il dialogo con gli altri, completamente o in gran parte» sostiene la dottoressa Valentina Tarantino. «Così, finiamo per isolarci, per muoverci dentro la stessa cornice mentale e restare inchiodati alla nostra versione dei fatti: più la ripetiamo, più ci sembra l’unica possibile. Il confronto con gli altri e con il loro punto di vista è invece vitale, sempre».

Le chiacchierate solitarie aumentano con lo stress

In genere, le chiacchierate solitarie tendono a diventare più frequenti con il passare degli anni. «Aiutano le persone anziane, che spesso trascorrono più tempo da sole, a sentirsi in compagnia, un po’ come l’abitudine di tenere radio o televisione accese» spiega la psicologa. «Con l’età, inoltre, si allentano la volontà e la capacità di trattenere certi pensieri: ciò che prima restava nella mente può affiorare senza che ce ne accorgiamo, soprattutto nei momenti di stanchezza». Ma anche quando siamo più giovani, ci sono fasi in cui parliamo da soli più spesso e più a lungo. «Succede quando abbiamo giornate particolarmente impegnative, i pensieri si accavallano e le decisioni da prendere si moltiplicano: il self-talk aumenta in modo naturale per rimettere ordine e gestire il sovraccarico». Con o senza auricolari.