Non si smette mai di essere genitori, ma a un certo punto occorre modulare la forma, adattarla a nuove realtà e nuove esigenze. Accade negli ultimi frame del film di Paolo Sorrentino La Grazia quando Toni Servillo/Presidente della Repubblica guarda dritto in camera e dice “Quando i figli sono piccoli devono seguire i genitori, quando i figli sono grandi sono i genitori a doverli seguire”. Madre di due trentenni che hanno afferrato il timone della loro vita da un po’, cercavo un’illuminazione sul mio modo di essere madre ora. L’ho avuta. «La genitorialità è un’arte che si trasforma con il tempo, un continuo nascere e rinascere — come padri, madri, figli e persone. Ogni fase della vita chiede una nuova postura emotiva, e questa metamorfosi, anziché spaventarci, può diventare un’occasione preziosa di crescita e di intimità profonda», è la considerazione di Benedetta Maggioni, psicologa e psicoterapeuta. «Quando un figlio diventa adulto, il compito del genitore non è più quello di proteggere o guidare passo dopo passo. È il momento di fidarsi — di lui, ma anche di se stessi, del percorso fatto insieme, dei semi gettati negli anni».
Genitori di figli adulti: come evolve la relazione
A meno che non vi sia toccata una famiglia totalmente disfunzionale durante l’infanzia e l’adolescenza (anche se quelle di certe serie tv come Shameless o The Bear sono adorabili) i vostri genitori vi hanno messo sulle spalle uno “zainetto invisibile”: dentro ci sono valori, parole, emozioni, strumenti per affrontare la vita. «Ora è tempo di lasciar andare figlio e zainetto e credere che ciò che abbiamo messo dentro sarà sufficiente. Questo passaggio non è facile. Richiede la maturità di chi sa restare presente, ma non invadente; vicino, ma discreto. È la capacità di “stare”: stare in ascolto, stare in attesa, stare con amore, anche nel silenzio. È una genitorialità più quieta, forse, ma per questo ancora più profonda» sottolinea la psicoterapeuta.
Quando il mondo dei figli non ci assomiglia più
Ogni epoca porta con sé un suo linguaggio, e spesso i genitori faticano a sintonizzarsi con quello dei figli cresciuti in un mondo che cambia troppo in fretta: anche se il granitico Presidente de La Grazia, quando solo un corazziere lo vede, si lascia andare e canticchia Guè Pequeno. «Dentro quella difficoltà c’è qualcosa di antico: la paura di non contare più, di perdere il proprio posto. È una paura umana, legittima. Ogni passaggio di ruolo implica una piccola perdita, e le perdite vanno riconosciute, non negate. A volte, per difenderci da ciò che ci fa sentire inadeguati, reagiamo chiudendoci o giudicando. Ma se impariamo a guardarci con compassione — senza giudizio, con la gentilezza che riserviamo a chi amiamo — possiamo trasformare quella distanza in un nuovo modo di incontrarsi. Non dobbiamo capire tutto del mondo dei nostri figli: basta volerlo attraversare insieme, con curiosità e rispetto. Quando un adulto riesce a dirsi “è normale sentirsi spaesati, non lo comprendo a pieno ma posso avvicinarmi”, diventa anche più capace di restare in relazione con chi è diverso da sé» riflette Maggioni.
Il tempo raro dell’incontro tra adulti
C’è un momento, nella vita di molte famiglie, raro e delicato, in cui i figli non hanno più bisogno di essere accuditi e i genitori non hanno ancora bisogno di essere curati, un momento speciale, quasi perfetto di cui spesso non si ha contezza. «È una terra di mezzo, un tempo di possibile equilibrio. Qui, le maschere dei ruoli possono scivolare via, lasciando spazio a due adulti che si incontrano per scelta, non per dovere. I figli scoprono che i genitori non sono supereroi — ma esseri umani, fragili e veri. I genitori scoprono che si può essere accolti e amati anche quando non si ha più niente da insegnare. Non è una parità perfetta: la storia che lega rimane, e deve rimanere. Ma può nascere una parità emotiva fatta di rispetto, ascolto e accoglienza reciproca. In questo nuovo terreno relazionale si possono risanare anche le ferite del passato: perché quando due persone si incontrano davvero, nuove, libere dalle aspettative, tutto può ricominciare». È il tempo preziosissimo della parità, ci si guarda negli occhi alla stessa altezza e con la stessa dignità.
Ciò che non smette mai di valere
C’è però qualcosa che non cambia col tempo: il bisogno di essere visti. Un genitore, anche quando i figli sono adulti, resta una figura emotivamente significativa, in grado di curare con uno sguardo, con una parola semplice: “Ti vedo per quello che sei, non per quello che avrei voluto tu fossi.” «E anche il figlio può imparare a vedere il genitore per quello che è — una persona, con limiti e fragilità, che ha fatto del suo meglio con gli strumenti che aveva. Solo così può nascere uno sguardo nuovo, più tenero e più reale», sottolinea Benedetta Maggioni.
Accettarsi per rinascere insieme
L’errore più grande del genitore è non accettare il cambiamento: continuare a parlare al figlio come al bambino che non c’è più. L’errore del figlio, invece, è continuare ad aspettare che il genitore diventi, finalmente, “come avrebbe dovuto essere”. Entrambi rischiano così di restare prigionieri del passato. «La chiave», avverte Maggioni «è nella self-compassion reciproca, nel concedersi l’imperfezione come valore e come possibilità. Non esiste la relazione ideale — ma quella possibile, viva, fatta di onestà, perdono e affetto sincero. Solo allora possiamo dire, con gratitudine: “Ti accetto e ti amo con i tuoi limiti. E ti ringrazio, perché solo attraverso te ho potuto imparare a essere figlio, madre o padre”».