Ho sempre pensato che il mondo (quanto meno, quello che passa le vacanze in Liguria) si dividesse in due categorie: da una parte i saggi, disposti a fare code chilometriche pur di accaparrarsi la focaccia più buona, croccante e unta il giusto, dall’altra le persone come me, talmente infastidite dall’attesa da scegliere la panetteria più scarsa della zona, dove ti servono subito ma poi ti sembra di masticare pezzi di gomma. E fiorisce ogni volta, tra un boccone indigeribile e l’altro – insieme alla promessa da marinaio “non lo faccio più” – la consapevolezza del valore dell’attesa. Che ti consente di mangiare la focaccia migliore, ma non soltanto.

Riscoprire il valore dell’attesa in un mondo che corre troppo

Aspettare non è mai stato uno spasso, ma fino a poco tempo fa era parte naturale di ogni giornata. Si aspettavano le lettere, le telefonate, lo sviluppo dei rullini fotografici, l’orario della messa in onda del nostro telefilm preferito. «Oggi siamo disabituati all’attesa: la tecnologia ci dà l’illusione di poter soddisfare ogni desiderio all’istante» spiega Betty Sala, counselor sistemico relazionale. «L’intelligenza artificiale offre risposte al volo, grazie ad app e social siamo costantemente connessi, con un click possiamo prenotare dal viaggio intercontinentale al caffè già pronto al bancone». Restano le “fermate obbligatorie”, quasi sempre legate a situazioni poco piacevoli: il traffico che non scorre, il treno in ritardo, il cellulare che non prende. Ed è lì, in quei minuti lenti, che ci accorgiamo di quanto fatichiamo a restare sospesi.

L’impazienza come riflesso dei tempi moderni

E non è solo una sensazione: siamo davvero diventati sempre meno tolleranti all’attesa. Lo conferma uno studio del 2023 condotto dall’Università del Vermont su oltre 28mila tra adulti e adolescenti, secondo cui l’umore tende a peggiorare minuto dopo minuto quando restiamo fermi senza poter fare altro che aspettare. L’ipotesi è che il nostro stato d’animo sia legato alla quantità di esperienze positive che immaginiamo di avere davanti: se siamo in attesa, percepiamo di non poterle raggiungere, come se quel tempo ci separasse dalle nostre “ricompense”. È un piccolo riflesso mentale che trasforma la pausa in perdita, il fermarsi in spreco. «Ma visto che l’attesa è inevitabile, e spesso fuori dal nostro controllo, l’unica vera scelta è farci pace: imparare a guardarla da un’altra prospettiva, come una risorsa potenzialmente positiva» consiglia Betty Sala.

Il valore dell’attesa: una palestra per la mente

Pensaci la prossima volta che sei seduta nella sala d’attesa del dentista: stare lì, un po’ scomoda e in tensione, sembra una totale perdita di tempo, e invece no. «Il fatto stesso di aspettare sta silenziosamente fortificando la tua capacità di far fronte a inciampi e contrattempi, stimolando flessibilità e pazienza» spiega la counselor Betty Sala. «Allenarsi ad aspettare significa imparare a gestire l’incertezza. È la stessa abilità che serve quando aspetti l’esito di un colloquio di lavoro che non arriva mai, quando un figlio adolescente non risponde ai messaggi o quando la vita, semplicemente, non scorre come avevi pianificato. L’attesa allena la mente a reggere la tensione, ma anche a riconoscere i propri limiti: non tutto è sotto controllo, e va bene così».

Quando fermarsi aiuta a capire cosa vogliamo davvero

C’è poi un effetto meno evidente ma prezioso: nei momenti in cui non possiamo “fare”, possiamo pensare. «L’attesa ha una spiccata valenza spirituale: apre uno spazio personale e privatissimo in cui abbiamo l’opportunità di mettere in ordine le idee, di capire cosa vogliamo davvero nella vita» osserva la counselor. «A volte, proprio mentre aspetti, ti accorgi che vuoi prendere una direzione differente, che non ti serve più quello che credevi indispensabile. Funziona più o meno la stessa cosa con lo shopping online: poter avere tutto subito è comodo, ma è anche una trappola. Vedi una cosa, ti piace, clicchi, paghi – e magari ti accorgi troppo tardi che non era il capo giusto. Se invece ti fossi concessa il lusso di guardare con calma dieci vetrine diverse, forse avresti trovato quello perfetto. O avresti scoperto che non ti interessava più comprarlo. L’attesa agisce così: rallenta l’impulso, affina la scelta, restituisce valore al desiderio».

Nel valore dell’attesa cresce anche il desiderio

E quel desiderio che l’attesa fa riaffiorare merita attenzione. «L’attesa ricorda la noia, ma non è la stessa cosa» spiega Betty Sala. «La noia è vuota, l’attesa invece contiene il desiderio di tagliare un traguardo, che aumenta strada facendo. È la stessa dinamica dei preliminari sessuali, quando il piacere guadagna intensità proprio perché lo si rimanda. Saper aspettare significa restare in quel crescendo, senza cedere alla fretta, dare spazio alle emozioni invece di consumarle velocemente. Forse è anche per questo che oggi i sentimenti sembrano più fragili: disabituati all’attesa, facciamo più fatica a desiderare davvero. E il desiderio, senza tempo per rafforzarsi, si spegne in un lampo».

Aspettare scrollando non vale

C’è modo e modo di aspettare. Molto spesso reagiamo all’attesa come a un fastidio da riempire: controlliamo il telefono, apriamo TikTok, cerchiamo distrazioni pur di non restare “fermi”. «Ma così non aspettiamo soltanto: ci anestetizziamo» dice la counselor. «Eppure quei minuti sospesi potrebbero diventare un tempo lieve, da dedicare a qualcosa di piacevole: leggere qualche pagina, guardarci attorno con curiosità, lasciar correre i pensieri. Anche l’età conta: gli adolescenti faticano di più a tollerare l’attesa, hanno l’urgenza di fare, di riempire ogni momento. Gli adulti, un po’ più allenati alla vita, riescono ad accettarla meglio – forse perché sanno che, prima o poi, tutto arriva».

Il valore dell’attesa nelle ore che non passano mai

Ci sono attese, però, che sono oggettivamente difficili da sopportare: l’esito di un esame medico, il proprio turno al pronto soccorso, un figlio o il partner in ritardo, mentre fuori fa buio. «In questi casi è naturale che l’attesa si riempia d’ansia, e la tecnologia può peggiorare le cose: se non riceviamo risposta, richiamiamo in continuazione, aggiorniamo compulsivamente lo schermo, geolocalizziamo» spiega Betty Sala. «In quei frangenti può aiutare impegnare la mente con qualcosa di piacevole: ascoltare della musica, cucinare, lavorare a maglia, fare un po’ di giardinaggio». Piccoli gesti che agiscono – almeno in parte – da scaccia-pensieri e ci insegnano a stare nel tempo, invece di fuggirlo. Perché l’attesa, in fondo, è come un impasto che deve lievitare: se la rispetti, è più probabile che dia vita a qualcosa di buono.