Sono cresciuta insieme ai social network, nati con me, siamo diventati grandi insieme. Oggi li utilizzo frequentemente, più di quanto vorrei, e spesso mi confondo tra gli algoritmi invisibili che sembrano conoscere i miei interessi più di chiunque altro. Certo, lo so che ci sono solo numeri dietro quello schermo, ma mantenere sempre alto il grado di razionalità non è facile. E a volte, semplicemente, ci si perde. Come tutti, li uso per mostrare il meglio delle mie esperienze, per quanto possibile cerco di condividere contenuti significativi, che possano generare confronto e interazione. Ed è proprio la ricerca dell’interazione, primo obiettivo di queste piazze sociali, a creare cortocircuiti digitali che finiscono per trasformarsi in fraintendimenti reali.
Vaguebooking: parlare a tutti senza rivolgersi a nessuno
Ultimamente qualcosa di nuovo ha attirato la mia curiosità. Aprendo Instagram è frequente leggere frasi allusive che richiamano l’attenzione di tutti, senza rivolgersi a nessuno in particolare. “Non pensavo potesse finire così”, “Certe persone…”, “sto cercando di restare forte”, “Non ce la faccio più”, di esempi ce ne sono molti. Questa oscurità comunicativa ha un nome, vaguebooking, e corrisponde alla pratica di pubblicare messaggi volutamente ambigui, vaghi, per attirare interesse senza esporsi direttamente. Messaggi che, il più delle volte, esprimono disagio, rabbia o tristezza, privi di dettagli o precisi riferimenti che rendano davvero comprensibile il problema per chi li legge.
Come ha spiegato Maria Beatrice Alonzi, scrittrice ed esperta di comunicazione e nuovi media, «con il vaguebooking si pubblica qualcosa di volutamente incompleto, senza mai dire cosa, chi, perché. L’obiettivo non è comunicare: è evocare una reazione. È un modo per chiedere attenzione senza chiederla davvero, senza mettersi nella posizione vulnerabile di dire ho bisogno di qualcosa. Nella maggior parte dei casi è esattamente quello che sembra: una caccia all’interazione. In altri contesti, il meccanismo è più profondo. Ci sono persone che non sanno chiedere aiuto direttamente perché questo le esporrebbe a un rifiuto poco gestibile. Così la comunicazione diventa obliqua, nella speranza che sia l’altro a fare il primo passo. Non è una strategia consapevole, spesso è un pattern che si radica nell’infanzia, quando i bisogni emotivi non vengono accolti».
È così facile chiedere aiuto?
Apprezzo poco questi mezzi messaggi che dicono tutto senza dire niente. Credo che l’aiuto vada cercato chiedendolo. Ma è davvero così facile? A volte risulta difficile anche a me: non sempre abbiamo gli strumenti giusti per farlo. Oggi Instagram è diventato lo specchio più evidente (e deforme) della nostra interiorità, e risulta quindi la modalità più semplice per recuperare quell’interazione di cui abbiamo tanto bisogno, il contatto con le persone sempre più difficile da stabilire, anche nel mondo reale. E così, alla fine, la preoccupazione sale e il messaggio parte sempre: stai bene?.
In fondo tutti ci aspettiamo una reazione dagli altri, pensando debbano cogliere i nostri stati d’animo, positivi o negativi, guidati dai piccoli segnali che siamo sicuri di inviare correttamente. Segnali per noi chiarissimi, ma forse non per tutti così significativi. E finiamo per prendercela o rimanerci male, spesso lasciando lì in sospeso una questione che si gonfia come una bolla, fino a scoppiare. Ma tutto nasce, il più delle volte, da una mancata chiarezza comunicativa, non da disinteresse o indifferenza. Sui social è ancora più complesso, essendo luoghi dove il livello di concentrazione e approfondimento si riduce al minimo.
Ciò che si crea è, quindi, un piccolo ricatto emotivo: le persone, gli amici, vengono messi alla prova in base all’empatia dimostrata verso quella vaghezza comunicativa che passa, velocissima, davanti agli occhi. Ma è giusto giudicare la qualità dei rapporti sulla capacità di reazione a messaggi difficili da decifrare? In un tempo in cui la visibilità continua a vincere sulla presenza, potremmo lavorare meglio sulla nostra capacità di espressione emotiva, più che condannare chi non sembra in grado di leggerla come vorremmo. Sono fin troppi i contesti social(i) che ci obbligano alla passività: contrastare tutto questo con attivazione, interiore e interpersonale, potrebbe essere un buon punto di partenza per riuscire a salvare le nostre relazioni, anche quelle con noi stessi.
Vaguebooking e il paradosso emotivo: tutti parlano di interiorità, ma nessuno sa davvero come esprimerla
Viviamo in un’epoca strana: mai tanto come oggi si parla di emozioni, di interiorità, di problemi psicologici e accettazione, ma è estremamente difficile andare oltre. Resta tutto un po’ approssimativo, non per scelta, ma per mancanza di consapevolezza. Ci conosciamo poco, sempre a confronto con le vite degli altri, siamo poco abituati a guardarci dentro, a scoprirci e, soprattutto, accettarci.
A questo proposito, continua Maria Beatrice Alonzi, «c’è un paradosso enorme in questo momento storico: non si è mai parlato così tanto di salute mentale e non si è mai chiesto così poco aiuto in modo diretto. Il motivo è che anche la vulnerabilità è diventata estetica. C’è un modo giusto di stare male, quello che fa bei contenuti, quello che ispira, quello che alla fine ha un lieto fine con crescita personale annessa. La sofferenza vera, quella senza arco narrativo, quella che non si risolve con una frase a effetto, non trova spazio. Allora le persone imparano a esibire una versione curata del loro dolore, che è l’esatto opposto del chiedere aiuto. Chiedere aiuto richiede ammettere non sto bene e non so come uscirne e questo, in una società che esige senso e direzione, è ancora il gesto più coraggioso che esista».
La distanza generazionale contribuisce alla difficoltà emotiva dei più giovani
Ma da dove nasce questa grande contraddizione? Perché tutta la sensibilità contemporanea finisce col disperdersi? La distanza generazionale potrebbe influire sulla difficoltà che hanno i giovani di leggersi interiormente, di metabolizzare le proprie emozioni.
«Il punto è che esprimere un bisogno richiede averlo riconosciuto prima ed è questo il passaggio che manca», spiega Alonzi. «E manca perché nessuno lo insegna. Esiste una distanza generazionale e la radice di moltissime difficoltà comunicative degli adulti oggi sta nell’educazione emotiva che non hanno ricevuto da bambini. O meglio: nella sua totale assenza. I genitori spesso non insegnano ai figli a riconoscere le emozioni perché nessuno l’ha mai fatto con loro. Non per cattiveria, ma per cultura, per un modello che premiava il fare e considerava il sentire una perdita di tempo. Viviamo ancora in una società che ha pochissima tolleranza per la sosta interiore. I giovani crescono in ambienti che chiedono loro di performare il benessere più che di viverlo. E allora non imparano a chiedersi Di cosa ho bisogno? ma Cosa dovrei sentire?. La responsabilità genitoriale nell’educazione emotiva è enorme e ancora troppo poco discussa: un figlio al quale non è stato permesso di nominare la rabbia, la tristezza, la paura, diventa un adulto che non sa chiedere. La distanza generazionale non è un gap di valori: è un gap di permesso. E quel permesso andava dato molto prima, molto più in basso, nelle fondamenta».
Ecco che torna, più importante che mai, il bisogno di trovare spazi di dialogo aperto tra le persone. La comprensione passa solo da lì, dal confronto diretto, non vago né approssimativo, ma soprattutto non può essere mediato da contenuti privi di valore. E allora dovremmo chiederci: perché abbiamo così paura di esporci? Forse sapere che navighiamo tutti nell’insicurezza, preoccupati, a prescindere dal dato anagrafico, dal giudizio (anche da quello introspettivo), potrebbe darci la forza di aprirci al mondo, anche a quello reale, tornare a parlare con gli altri, ma anche con noi stessi.