La solitudine è un problema crescente nella nostra società e non risparmia nessuno: né gli anziani, che crescono in numero, ma spesso vivono soli; né i giovani, sempre più connessi, ma isolati; né la fascia di mezzo, quella sandwich, costantemente alle prese con equilibrismi impossibili nel tentativo di dare supporto ai figli e anche ai genitori che invecchiano. Per questo il dialogo tra generazioni può aiutare tutti. E la tecnologia, per una volta, può essere preziosa per favorirlo e creare nuovi legami. Ecco come.
Solitudine crescente tra gli anziani
In Italia vivono circa 13,9 milioni di anziani e più del 40% di loro affronta la quotidianità in solitudine. I loro bisogni, però, non sono soltanto fisici e concreti (l’essere accompagnati a fare la spesa o alle visite mediche, per esempio). Consistono anche e forse soprattutto nella mancanza di presenze che, invece, fino a qualche decennio fa c’erano, nelle famiglie allargate. Oggi che si vive sempre più isolati e di corsa, invece, gli anziani accusano il colpo: il 33% degli over 65 avrebbe bisogno di compagnia, ascolto, stimoli relazionali. Lo ricorda Connecting Generations-CONGEN, una startup di innovazione sociale nata con l’obiettivo di contrastare proprio la solitudine.
Una situazione sempre più diffusa
«Il quadro che emerge dai dati riflette quella che è la realtà italiana in questo momento per molte persone anziane. In campo medico noi diciamo sempre che ‘la solitudine è un microfono che amplifica tutti i sintomi fisici’. Per esempio, affrontare qualsiasi tipo di condizione sanitaria in solitudine aumenta il rischio di perdere autonomia o di avere un esito negativo per la patologia in questione», spiega Antonio Guaita, geriatra e direttore della Fondazione Golgi Cenci di Abbiategrasso, in provincia di Milano.
La differenza tra solitudine e isolamento sociale
Al fisiologico declino cognitivo legato al passare degli anni, infatti, si sta sommando la mancanza di stimoli cognitivi dovuta alla solitudine. «È importante distinguere tra la percezione di solitudine, quella che in inglese si chiama loneliness, e l’isolamento sociale vero e proprio. La prima si può avere anche se non si vive soli, ma in una comunità o in famiglia, mentre la seconda è oggettiva. I dati scientifici dimostrerebbero che la percezione è un fattore di rischio più grave per quanto riguarda il decadimento cognitivo – spiega Guaita – La conferma arriva anche dalle nostre ricerche che usano una scala di valutazione della loneliness dell’Università di Los Angeles, che descrive proprio il livello di percezione di solitudine».
I problemi della generazione sandwich
D’altro canto i figli adulti sono già alle prese con la gestione delle proprie esigenze: la famiglia, magari con figli piccoli o cresciuti ma che ancora vivono tra le mura domestiche, e il lavoro, in una condizione di “sandwich” sempre più diffusa tra gli over 40/50enni, madri e padri. Quanto ai figli, secondo l’Atlante dell’infanzia a rischio 2025 di Save the Children, l’iperconnessione di molti adolescenti e bambini alimenta nuove forme di solitudine, ritiro sociale (o hikikomori), che riguarda il 2% dei teenagers. Per questo occorre tornare a stimolare le relazioni tra generazioni, in particolare tra giovani e anziani.
Connettere generazioni differenti
Un tentativo arriva da CONGEN, che parte da un presupposto: favorire l’incontro tra anziani e giovani aiuta entrambe le categorie. La piattaforma funziona abbinando studenti universitari tra i 18 e i 35 anni e persone anziane autosufficienti o parzialmente autosufficienti, in base a interessi comuni e passioni. Una volta trovato il matching giusto, permette incontri presso «il domicilio dell’anziano o in strutture residenziali, per condividere tempo di qualità: conversazioni, passeggiate, uscite culturali, accompagnamenti a visite o semplici attività quotidiane».
Ridare valore al tempo condiviso
«CONGEN nasce dall’osservazione di un vuoto sempre più evidente nel nostro sistema sociale: la solitudine degli anziani e la fatica delle famiglie nel gestirla», spiega Carlotta Conversi, 30 anni, fondatrice della piattaforma e dottoranda nell’ambito del welfare e delle tematiche sociali. «Non parliamo di assistenza sanitaria, ma di relazioni. Mettere in contatto persone di età diverse, con interessi comuni, significa restituire valore al tempo condiviso e creare benefici concreti per entrambe le generazioni», aggiunge Conversi. A mettersi in gioco sono i Ragazzi conTe, che possono trovare anche un’opportunità di lavoro.
Chi sono I Ragazzi ConTe
Si tratta di 80 ragazzi, ai quali si affianca anche un team di psicologi e farmacie sul territorio. Partito come progetto pilota a Roma e Pavia, adesso il network è pronto a diffondersi a livello nazionale. «I Ragazzi Con Te sono giovani under 35 selezionati che dedicano tempo e ascolto alle persone anziane, creando momenti di ascolto autentici basate sulla compagnia, sul dialogo e sulla condivisione di esperienze», spiega Conversi, che aggiunge: «Oltre all’arricchimento umano e relazionale, ricevono un compenso economico per il tempo dedicato, erogato dalla startup grazie ai servizi attivati dalle famiglie, dalle RSA o dai partner». Il risultato è un circolo virtuoso per tutti gli attori in campo.
Occorrono più servizi
La piattaforma è stata pensata per affiancare i servizi di assistenza tradizionali, integrandoli. «L’iscrizione è gratuita: si paga solo il servizio scelto, come gli incontri individuali o le attività di gruppo, senza costi fissi o abbonamenti». Il sistema è reso possibile grazie alla tecnologia: oltre al matching, un report automatico consente ai familiari di ricevere un recap delle attività svolte e delle conversazioni sensibili, fornendo quindi garanzie in termini di sicurezza. Occorre, però, rafforzare i servizi sul territorio.
Aumentare le iniziative di incontro sul territorio
«Purtroppo i punti di incontro informali nelle nostre città stanno scomparendo: le case non hanno più i cortili, si sta perdendo anche la consuetudine di andare al bar per scambiare due chiacchiere ed è sempre più difficile per gli anziani trova i punti di riferimento per superare la loro solitudine. Per chi è in buona salute sarebbe utile il volontariato, benefico anche e soprattutto per chi lo offre e per non perdere occasioni di scambio – suggerisce Guaita – Oggi è importante, però, essere educati ad essere proattivi, anche online e anche per gli anziani».
Anche i social possono aiutare
L’esempio della piattaforma CONGEN, infatti, non è l’unico: «Come fondazione abbiamo insegnato agli ultraottantenni a usare WhatsApp e i risultati sono stati estremamente positivi. Lo stesso non accade per Facebook, per il semplice motivo che WhatsApp permette le videochiamate e di restare in contatto con figli lontani, o di creare gruppi che poi possono darsi appuntamento per piccole attività, come un caffè insieme o una gita. Il coinvolgimento degli enti pubblici, però, è fondamentale», racconta il geriatra riferendosi all’esperienza di Abbiategrasso.
Più politiche contro la solitudine
«Qui per esempio si svolgono incontri in biblioteca che coinvolgono anche persone con demenze e loro familiari, nel racconto ai ragazzi di come era il territorio in passato», spiega Guaita. «Il tema della solitudine e della sua percezione, specie negli anziani, è centrale: non a caso nel Regno Unito è stato creato persino un ministero per la Solitudine: occorre investire per aumentare i centri diurni, ma manche iniziative come incontri di ginnastica dolce non costosi o appuntamenti nelle biblioteche comunali che possano risultate interessanti e stimolanti per gli anziani», conclude il geriatra.