Provi dolore o disturbi, ma ti senti rispondere che «forse stai esagerando», che «passerà», che «non è nulla». Quando va bene, la risposta al malessere è un classico: «Tutta colpa degli ormoni» oppure «È solo stress». Va peggio, invece, quando si arriva una “diagnosi” più dura: «È nella tua testa».

Sono tutti indicatori di un fenomeno che sta crescendo e che vede le donne come vittime principali: il gaslighting medico. Avviene tutte le volte che la sofferenza femminile viene minimizzata o persino negata, insomma quando le pazienti semplicemente non sono credute dai medici. Una tendenza preoccupante, perché porta a minare la fiducia in se stesse, fino alla depressione.

Cos’è il gaslighting medico

Il termine gaslighting medico descrive un fenomeno che, proprio come il semplice gaslighting (quella forma di manipolazione psicologica che porta a dubitare dei propri pensieri, della percezione della realtà e di se stessi) ha a che fare con la salute. L’origine del termine risale all’opera teatrale Gas Light del 1938 e ai film che vi si sono ispirati successivamente, il cui protagonista è un marito che manipola la moglie facendole credere di essere pazza, abbassando l’intensità delle luci a gas (gaslight), ma negando di farlo. Nello stesso modo, anche se senza reali intenzioni maligne, un medico che nega un dolore o lo sminuisce finisce con lo spingere la paziente a dubitare dell’esistenza stessa della sofferenza fisica.

Quanto è diffuso il gaslighting medico

A dare la dimensione del problema sono alcune stime, secondo cui le donne che si presentano al pronto soccorso con un forte dolore addominale devono attendere il 33% di tempo in più per essere visitate rispetto a un uomo con lo stesso problema. Diversi studi mostrano come le pazienti ricevano diagnosi più tardive e meno accurate rispetto ai pazienti uomini. Un esempio? I sintomi di malattie serie, come una cardiopatia, in una donna sono scambiati spesso per ansia o depressione, se non addirittura liquidati come disturbi mestruali.

Donne più attente ai segnali del corpo

«È accertato che le donne hanno una maggior attenzione ai segnali che arrivano da corpo e mente, per un duplice motivo: da una parte perché nel corso della vita fertile le fluttuazioni ormonali periodiche che accompagnano le fasi del ciclo mestruale amplificano una serie di disagi psico-fisici, per esempio cefalea o dolore mestruale. Sono disturbi soggettivi, poco misurabili e che non vengono riconosciuti come malattie vere e proprie, ma sono normalizzati dai medici come insiti nella natura femminile. Dall’altra, la maggior capacità di ascolto del proprio stato psicofisico risponde a un principio base di protezione che la donna mette in atto in modo istintivo. La finalità è salvaguardare il proprio stato di salute per riuscire a portare avanti l’esperienza della maternità», spiega Rossella Nappi, professoressa di ostetricia e ginecologia all’Università di Pavia-IRCCS Policlinico San Matteo e presidente della Società mondiale della menopausa.

L’invisibilità delle malattie femminili

Il problema è che può accadere anche nel caso di patologie oncologiche o endometriosi: in questo caso, proprio per la difficoltà di una diagnosi, capita spesso che i dolori siano definiti “normali”, “passeggeri”, o “sopportabili”. Così la colpa del malessere finisce sulla paziente, che passa per esagerata, stressata o con una bassa soglia del dolore e si sente dire frasi come: «Se dovessi avere un figlio, cosa faresti?». Il risultato è quella frustrazione per cui ci si sente deboli, inadatte, fino a dubitare di noi stesse, rischiando così la depressione.

Quando il gaslighting medico avviene in menopausa

Un esempio su tutti è la menopausa, una fase della vita in cui le donne, già alle prese con cambiamenti radicali fisici e non solo, si trovano a dover affrontare lo stigma di essere ritenute «solo ansiose» o «ipocondriache». Se poi ci si rivolge a un medico poco formato, sintomi come irritabilità, insonnia, aumento di peso o stanchezza possono essere liquidati come disturbi emotivi o come semplice effetto dell’età. Ma la menopausa non è «solo nella testa» della donna: è una realtà biologica che merita attenzione e competenza, oltre a trattamenti personalizzati. Ascoltare le donne, dunque, diventa fondamentale.

Gaslighting medico: donne in menopausa poco credute

Uno studio pubblicato su Nature qualche tempo fa aveva analizzato un campione di 952 donne nel Regno Unito, tutte in menopausa. Quasi il 75% si era rivolto al medico di famiglia per disturbi riconducibili alla fine del ciclo. Più di una su tre si era sentita dire che i sintomi non erano indicatori di alcun problema o che erano al massimo associati a condizioni di lieve entità, diagnosticati come “natural part of ageing”, quindi un semplice quadro riconducibile all’invecchiamento naturale. Ma, sempre secondo la ricerca, le conseguenze cliniche e psicologiche di queste esperienze possono essere anche molto gravi.

Menopausa: un impatto sottostimato

«L’impatto della menopausa nella vita delle donne è sottostimato e sottotrattato. Lo riscontriamo ogni giorno nella pratica clinica», osserva la professoressa Nappi. «Purtroppo molti medici lo studiano all’università come un momento naturale del ciclo di vita e non hanno ben chiaro che i sintomi che le donne riportano non sono frutto di una mancata accettazione della menopausa o del timore di invecchiare, ma sono il risultato di una sensibilità individuale al cambiamento ormonale, primo fra tutti la mancanza degli estrogeni. I sintomi della menopausa sono molto soggettivi e la difficoltà a misurarli complica il quadro. È invece importante sapere che al di là dell’impatto sulla qualità della vita, i sintomi hanno un significato per la salute futura perché si legano a un rischio maggiore di sviluppare patologie cardiovascolari, osteoporosi e anche deficit cognitivi, soprattutto nelle donne che entrano in menopausa prima dei 50 anni

I motivi: bias, incompetenza, mancanza di studi

Non è un caso, infatti, che le analisi indichino come le donne ricevano meno frequentemente farmaci per il dolore o trattamenti aggressivi per patologie acute, ma molto più spesso farmaci generici, palliativi o persino rimedi contro l’ansia. Accanto a veri e propri bias inconsci, esistono anche motivi oggettivi che spiegano la mancanza di riconoscimento delle patologie femminili. I trials sui farmaci, ad esempio, sono condotti su popolazioni e volontari prevalentemente maschili per ragioni fisiologiche: sono meno soggetti a fluttuazioni ormonali, per esempio, o non devono portare avanti gravidanze, il che li rende campioni ideali per i test clinici. Questo, però, non contribuisce a sviluppare la medicina di genere e le conoscenze delle specificità femminili.

La “visione bikini” della donna

C’è chi considera le donne vittime di gaslighting come oggetto di discriminazione o violenza: «Personalmente non la definirei una vera e propria forma di violenza, piuttosto considero il fenomeno come frutto di una grande ignoranza sul ruolo che gli ormoni della riproduzione hanno sulla salute e il benessere delle donne a 360 gradi – spiega Nappi – La cultura imperante è ancora quella di una “visione bikini” della salute della donna – utero e mammelle – Bisogna insegnare e divulgare, invece, l’idea che ogni organo del corpo della donna è vulnerabile ai cambiamenti ormonali e che si può fare molto sul piano preventivo e terapeutico».

Donne che si sentono “sbagliate”: cosa fare

Per evitare che le pazienti finiscano col diventare “invisibili” o con il sentirsi “sbagliate”, occorre fare di più: «Il Ministero della Salute ha dato recentemente un grande impulso alla medicina di genere con un piano nazionale di intervento che prevede sensibilizzazione, formazione e strategie di intervento mirate a riconoscere la diversità dei problemi di salute tra uomo e donna. La strada è ancora lunga, ma ci auguriamo che le nuove generazioni di medici siano più preparate su questi aspetti e possano mettere in atto percorsi di diagnosi e cura mirati al genere, per esempio sul versante cardiovascolare e neurodegenerativo», conclude Rossella Nappi.