Salviamo 220 bambini l’anno, ma non è abbastanza: vogliamo arrivare a guarirne almeno uno al giorno». Nelle parole di Mauro Iguera, presidente di Flying Angels Foundation, risuona un’urgenza esistenziale. Ogni richiesta d’aiuto è una corsa contro il tempo, ogni viaggio il tentativo di dare a un bambino la possibilità di continuare a vivere. Per molte famiglie, però, il volo che separa la malattia dalla speranza è inaccessibile ed è qui che interviene la non profit specializzata nel trasferimento aereo di minori bisognosi di cure salvavita non disponibili nei loro Paesi (flyingangelsfoundation.org). Un’istituzione con una missione unica e necessaria: perché, se la morte di un piccolo è già una tragedia, quella di tanti bambini “colpevoli” di essere nati nel Paese sbagliato è un’ingiustizia inaccettabile.
Flying angels si occupa del trasferimento dei piccoli pazienti e delle pratiche burocratiche
Come nasce Flying Angels?
«L’idea è di Massimo Pollio, imprenditore genovese che nel 2006 fu contattato da una famiglia rumena con un figlio di soli 4 giorni gravemente ammalato. C’era una sala operatoria pronta per lui al Gaslini, ma i genitori non avevano il denaro per il volo né le competenze per affrontare la parte burocratica legata al trasporto. Nel tempo in cui Polio si mobilitò per trovare una soluzione, il bambino morì. Da lì capì che esisteva un buco nella catena della solidarietà. Le ong si occupano di trovare all’estero le cure non disponibili nei Paesi d’origine, ma spesso poi manca la possibilità di spostare i piccoli pazienti fino alla struttura che li curerà. Oltre al costo del trasferimento aereo, un grosso ostacolo è il rilascio del visto, soprattutto per i minori provenienti da Africa e Sud America, anche a causa delle norme contro il traffico di esseri umani. Perciò nel 2012 io, Massimo Pollio e altri soci fondatori abbiano promosso un’associazione, poi divenuta Fondazione, che garantisse ai pazienti under 18 un aiuto essenziale per la sopravvivenza, gestendo anche la parte amministrativa».
Mauro Iguera racconta che hanno già salvato 3.500 bambini

Quante persone avete aiutato nei vostri 14 anni di attività?
«Ben 3.500 bambini, finanziando circa 6.800 voli, perché per un malato spesso servono più biglietti aerei: uno è per il piccolo paziente, uno per un familiare, talvolta un terzo per un medico di fiducia che li accompagni. Finanziamo anche équipe di medici specializzati che vanno dove mancano altri professionisti, in modo da operare in loco e salvare più bambini».
Come venite a conoscenza dei casi?
«Lavoriamo con 122 enti non profit che ci chiamano per organizzare i voli salvavita. Ci contattano anche 150 ospedali nel mondo quando hanno problemi di trasferimenti. Purtroppo stimiamo che circa 150.000 piccoli all’anno muoiano perché non riescono a raggiungere in tempo un ospedale. La maggior parte delle richieste di aiuto riguarda bimbi che abitano in Africa, Est Europa, Sud America, Asia. Il 60% di loro ha cardiopatie neonatali risolvibili nel 95% dei casi nei Paesi evoluti, ma non nei loro».
Chi valuta le segnalazioni?
«Un comitato scientifico, presieduto da Carlo Dufour, primario di Ematologia del Gaslini di Genova, insieme a colleghi in varie città italiane. Una volta ricevuta la segnalazione, il caso viene valutato entro 48 ore, più spesso 24, per stabilire se la cura o l’operazione rispettano i criteri delle linee guida della nostra Fondazione: gravità, urgenza e non curabilità nel Paese di origine. Portiamo i piccoli malati non solo in ospedali pediatrici italiani, ma dovunque sia possibile curarli: può capitare, per esempio, che dai Paesi dell’Asia arrivino in Svizzera o dal Sud America vadano in Spagna».
La Fondazione di Iguera si finanzia con donazioni
Come vi finanziate?
«Tramite donazioni. All’inizio avevamo più disponibilità che casi, perché non ci conosceva nessuno. Oggi, per fortuna o purtroppo, riceviamo così tante richieste che ci vorrebbe il doppio dei fondi».
Quanti ne raccogliete ogni anno?
«Circa 1 milione di euro, ma la costanza nel garantire questa cifra sostanziosa è fondamentale per non ridurre il numero di vite salvate. Ci sostengono aziende e privati, raccogliamo denaro anche tramite eventi, come le charity dinner, e con il crowdfunding. Finora il momento di vera crisi non è stato legato alle donazioni, ma al Covid: per 2 anni non ha volato nessuno».
Iguera racconta le storie di tanti bambini salvati grazie a Flying Angels
C’è qualche caso che l’ha colpita in modo particolare?
«Moltissimi, ma ne cito due. Neymar, un 12enne trasportato dall’Ecuador al Gaslini di Genova. Soffriva di una malattia ematica complicatissima per colpa della quale viveva di trasfusioni e non riusciva ad alzarsi dal letto. È venuto in Italia con il fratello maggiore, che gli ha donato il midollo. Poche settimane fa erano entrambi sul palco di un nostro evento. Vederli camminare insieme è stata un’onda di intensa felicità. Poi mi viene in mente Dannys, una bimba venezuelana di 10 anni affetta da una cardiopatia congenita complessa, l’anomalia di Ebstein. Per lei anche una corsa leggera si trasformava in tachicardia e labbra cianotiche. L’abbiamo trasportata in una struttura spagnola, dove ha subìto un intervento di 10 ore, seguito da giorni in terapia intensiva nei quali respirava con l’ausilio di un macchinario. Nonostante i momenti di sconforto post-operatorio, la ripresa è arrivata, lenta ma costante, e alla fine Danny è tornata a casa pronta a riprendersi la sua infanzia».
Che effetto le fa sapere che cambiate la vita di tanti piccoli pazienti?
«Sono loro ad aver cambiato la mia. I miei 3 figli sono entusiasti di quello che faccio perché, conoscendo le storie che trattiamo, si sono resi conto che nascere in Italia, in salute e con genitori presenti è un caso e un privilegio. Dovremmo tutti imparare a restituire parte del bene che abbiamo ricevuto».
Dato l’aumento del costo dei voli la Fondazione dovrà trovare nuove entrate
Il contesto geopolitico porterà a un aumento del costo dei voli. Come farete?
«È un grande problema, ma i costi erano in salita già da 3 anni. Ora la soppressione di alcune tratte che fanno scalo negli Emirati Arabi fa aumentare ulteriormente i prezzi. Non possiamo farci nulla, se non provare a incrementare le entrate. Volare, nel nostro caso, non è una faccenda di lavoro o di piacere: per i nostri bambini è letteralmente una questione di vita o morte».