La prima domanda, sbagliata, fatta a Ingrid Carbone è: «Quanti anni ha?». Dalle foto mi sembra giovanissima, ma l’età anagrafica che immagino io non corrisponde al suo curriculum, che recita così: pianista e concertista, docente di Analisi matematica e ricercatrice universitaria, Università della Calabria, si è esibita in tutta Europa, Asia, Medio Oriente, ha inciso per l’etichetta giapponese Da Vinci Publishing, ha ricevuto 2 nomination agli International Classic Music Awards, 8 riconoscimenti ai Global Music Awards e moltissimi altri premi… Dimostra 30 annima ne ha 100 in quanto a esperienza. «È genetica, ho ereditato tutto da mia madre. E poi la matematica mantiene giovani» dice. Ma sull’età tace. E io che pensavo di iniziare con un bel numero… «In realtà, gli anni che ho non sono importanti. Conta quello che ho fatto».

Ingrid Carbone ha iniziato a suonare il pianoforte a 8 anni

Partiamo dall’inizio.

«I miei genitori erano appassionati di musica. A 8 anni mi comprano un pianoforte e, senza saperlo, mi cambiano la vita. Per loro si trattava solo di migliorare la mia formazione culturale. Ero una ragazzina, per così dire, molto vivace intellettualmente. Chiedevo il perché di tutto. E una scuola con indirizzo musicale, che mi tenesse tanto impegnata, è sembrata la strada giusta».

Lungimiranti, direi.

«Quando è arrivato il pianoforte, ho immediatamente preso lezioni, senza nessuna forzatura. I compiti che mi davano mi sembravano poca roba, io studiavo anche per conto mio. Non solo musica. Leggevo tantissimo, volevo sapere tutto. E, poi, la matematica: mi piacevano i numeri e mi divertivano. Per me era come giocare. Certo, mio padre insegnava matematica, ma mia madre è un’umanista».

Ingrid Carbone in versione docente di Matematica
Ingridi Carbone in versione docente di Matematica (ph Marianna Zupi)

Studiava con suo padre?

«Mai, ma l’imprinting c’è. Poi, quando venivano a chiedergli aiuto i miei cugini più grandi, in difficoltà con la materia, mi mettevo lì, zitta zitta, e ascoltavo. Mi piaceva, i miei genitori non mi hanno mai imposto nulla. A loro devo la libertà di scelta, questa intelligenza eclettica».

Si è sempre sentita più musicista che matematica

Matematica e musica: ha mai dovuto scegliere fra le due?

«Ho dato il massimo a entrambe, però mi sono sempre sentita più musicista che matematica, perché evidentemente sono un’artista. Per molti la matematica è una forma d’arte, e mi è anche servita molto per studiare la musica, ma non sono la stessa cosa. Le faccio un esempio. Un brano musicale ripreso nel tempo cambia. Puoi eseguirlo in modo diverso, rivela aspetti che magari ti erano sfuggiti, è sempre sorprendente. La matematica no. Tutto è più certo, più definito».

Ma, a un certo punto, la musica è sparita dalla sua vita.

«Forse il periodo più brutto per me, durato 4 anni. Avevo un ruolo dirigenziale in università che mi assorbiva talmente tanto che ho dovuto abbandonare la ricerca scientifica e la musica, ovviamente. Ma mi mancava tantissimo. Stavo male. Così ho mollato tutto e ho ripreso a suonare, per 7 anni in duo con un violinista suggeritomi da Eduardo Ogando, un argentino formidabile con cui studiavo composizione. Poi Cristiano Burato, un pianista bravissimo, mi ha sentito suonare. Evidentemente ha colto in me qualcosa e ha insistito perché riprendessi la mia attività da solista. Ed è stata la svolta».

Ma non la stanca fare tutto?

«Non sono mai sfinita. A volte scoraggiata, quando ti scontri con certa burocrazia. L’università, per esempio: la riforma l’ha stravolta, ha distrutto quello in cui credevo. Mi ha salvato la musica. Sono diventata una sorta di Dr. Jekill e Mr. Hyde. A un certo punto mi è sembrato che la matematica fosse diventata una palla al piede, che mi impedisse di esprimermi. Poi mi sono resa conto che leggevo lo spartito in una maniera completamente differente, quasi scientifica. È come se mi fossi messa degli occhiali che mi hanno fatto vedere meglio. In modo più ricco, completo. Finalmente ho sintetizzato tutto quello che ho imparato negli anni fra musica e matematica. E sono rinata».

Tornare a incidere dischi l’ha fatta sentire ringiovanita

Allora davvero la musica fa bene.

«Mi sembra di essere addirittura ringiovanita. Se guardo le mie foto scattate dopo la decisione di esibirmi da solista, sembrano fatte molto prima delle altre. Persino quelle del matrimonio, in cui sono chiaramente felicissima, hanno come un velo di tristezza. Mi mancava qualcosa, ora lo so. Riprendere in mano il repertorio solistico, incidere dischi, abbandonare la musica da camera, che pure amo tantissimo, mi ha ringiovanita».

La sua medicina?

«Molti considerano Franz Liszt solo un grande virtuoso, invece la sua complessità permette al pianoforte una gamma di suoni e emozioni assolutamente unica».

Poi sono arrivate le esibizioni pubbliche. «Io le chiamo “conversazioni-concerto”: sono frutto di anni di studi ininterrotti, quasi ossessivi. Mia madre mi diceva sempre: “Studia meno”. Io, invece, non smettevo mai. Sono andata a scuola che non avevo nemmeno 5 anni…».

Una predestinata.

«Forse, ma mi piaceva. Comunque non mi sono mai detta che sarebbe potuto essere diverso».

Propone conversazioni-concerto per far comprendere la bellezza della musica

Torniamo alle conversazioni-concerto.

«Un format che mi sono inventata perché in fondo, pur sentendomi un’artista, sono una divulgatrice: è la cosa che so fare meglio e mi dà grandi soddisfazioni. Avevo già suonato in pubblico in vari concorsi, ma è stato durante una tournée in Cina in cui tenevo delle masterclass e insegnavo a docenti di pianoforte che ho capito che stavo vedendo la musica in modo diverso. E che questa cosa interessava tantissimo alle persone. Perché, allora, non provare a trasmettere tutto quello che so? Alla fine è diventata una necessità: condividere il mio sapere è quasi una missione sociale. Non per far vedere quanto sono brava, ma per avvicinare le persone alla musica. A un ascolto consapevole della musica. Perché tutti possano coglierne l’infinita bellezza. Non sono altro che una musicista pitagorica».