Che sia una preziosa voce fuori dal coro lo sappiamo da tempo. Lorenzo Gasparrini è un “filosofo femminista” non per dare lezioni ex cathedra, ma per aiutarci – tutti e tutte – a posare uno sguardo nuovo e costruttivo sul mondo. Lo dimostra sia nel suo ultimo libro Genitori si cresce (Einaudi) sia nell’analizzare gli effetti scatenati dalla recente “scoperta” di siti sessisti.
Per Lorenzo Gasparrini è positiva la grande indignazione per i siti sessiti
«Da più di 10 anni studio gruppi come questi. Poi, come spesso succede, quando sono coinvolte anche persone più in vista se ne parla tanto. Ma comunque è già un progresso in quanto a consapevolezza, pochi anni fa non sarebbe mai successo. Si comincia a capire che questi temi non sono una moda, si comincia a discutere del fatto che anche se una foto è pubblica non puoi farne quello che vuoi. Non solo. Di fronte alla reazione di chi dice: “Ma non riguarda solo le donne, si fa anche agli uomini”, la risposta va data netta: “Assolutamente no. La differenza è che quando si tratta di immagini maschili manca la sessualizzazione o, se c’è, certamente non ha il livello di prepotenza, volgarità, violenza che vediamo in quei siti”. C’è ancora molta strada da percorrere, occorre fare divulgazione partendo dalla scuola».
Secondo lei, padre di due figli maschi, come si sceglie di diventare genitore?
«Primo: non bisogna prendere decisioni sulla base della paura. “Ho paura di non esserci, ho paura di perdere il lavoro, ho paura di non essere un buon padre…”. Cerchiamo piuttosto di capire il perché di quelle paure. Poi ci sono uomini che dicono: “A una certa età un figlio lo devi fare”. Ma che vuol dire “a una certa età”? Diventare genitore deve essere una scelta il più possibile libera, di cui sei convinto e felice. Io trovo incredibile che i padri italiani tra loro non si parlino. Non ci sono i gruppi di padri, non ci sono i corsi pre-parto per i padri. È ovvio che alle donne succede qualcosa di un po’ più complicato, però succede qualcosa pure a noi».
Nelle aziende oggi si parla del congedo di paternità
Chi è quindi il genitore femminista?
«È un genitore – uomo o donna – che si rende conto dei condizionamenti riguardo al genere che ha subìto da parte della cultura e della società e mette in campo delle reazioni efficaci. Perché femminista? Perché i femminismi sono ciò che da sempre ha studiato esattamente questi condizionamenti: stimolano un percorso di consapevolezza».
A proposito di consapevolezza, i, peraltro pochi, giorni di congedo di paternità sono sfruttati?
«Lavoro come formatore in tante aziende e sono sbalordito da quanto desiderio ci sia di parlare di questi temi da entrambe le parti, cioè il dipendente e l’impresa. C’è voglia di capire quali strumenti si hanno a disposizione e come venirsi incontro. Succede sia in multinazionali sia in società a conduzione familiare».
Secondo Lorenzo Gasparrini le attività di Diversity & Inclusion continueranno
Non vede il rischio che tante attività per la Diversity & Inclusion vengano cancellate a causa delle politiche trumpiane?
«In realtà da varie aziende mi sono sentito di dire: “Noi le parole Diversity e Inclusion non le dobbiamo più usare, però continuiamo questi percorsi”. Si procede in modo un po’ “mascherato” ma pragmatico. Anche questo conferma che cresce la consapevolezza».
Però si leggono ancora giudizi tipo “Se certi maschi vengono su così, è colpa delle madri”.
«Dire “la colpa è delle mamme” è l’ennesima versione di “la colpa è delle donne”. È uno di quei condizionamenti culturali che bisogna mettere da parte. Come spiego nel libro, i genitori devono in un certo senso ammettere – se vogliamo anche un po’ a malincuore – che sono soltanto uno degli agenti educativi. Certamente il più importante, ma uno tra tanti. Quindi non può essere mai colpa solo della mamma, solo del papà o solo dei genitori. Occorre però rendersi conto che non è lo stesso crescere un maschio e una femmina in una società come la nostra piena di stereotipi, che ti giudica in modo diverso se sei etero, se non sei etero, se sei alto, se sei basso, se sei grasso, se sei magro…».
Viviamo nel culto di ciò che sarebbe “normale”.
«Normalità è una sorta di dato quantitativo che però non dice nulla su quelle che sono effettivamente le scelte. Spesso si rinuncia a un modo di vestire o di esprimersi per non doverne discutere con le persone intorno. Sulla base di ciò che è normale e di ciò che non lo è secondo la società, noi discriminiamo, e di frequente in modo inconsapevole. Se non si acquisisce coscienza di ciò, rischiamo di agire un potere, anche verso i nostri figli e figlie, molto ingiusto».
I genitori devono cercare di capire il linguaggio dei figli

Come si affronta la super sfidante adolescenza dei figli?
«Come suggerisce il titolo del libro, quella del genitore è un’esperienza di crescita, perché neppure tu hai mai ricoperto quel ruolo e il mondo è profondamente cambiato rispetto a quando eri adolescente. Quindi, non ti puoi mettere nella parte di quello che ne sa di più e comanda. Poniti in una posizione di maggiore responsabilità, perché sei comunque il padre o la madre, poi confrontati con lui, con lei. Per esempio, fatti il profilo Instagram, cerca di capire come funziona, esplora i linguaggi nuovi. Non devi imporre ai figli la tua visione: “Questo non è italiano”. No, fai lo sforzo di capire che cosa è successo alla lingua. Chiediti perché tra loro si chiamano “bro”. Da dove viene questa parola? Che significa? Perché dice qualche cosa che nella mia generazione non esisteva? Questo è un canale di comunicazione che puoi stabilire per stimolare una relazione che fa crescere entrambi».
Da filosofo femminista dice che occorre rafforzare le relazioni umane
Oggi c’è un forte bisogno di reti di supporto ma, come sottolinea nel libro, vige la regola del “Non sono affari miei”.
«Questo luogo comune del farsi gli affari propri è un modo di polarizzare il discorso: mi invento che esiste il mio universo e, fuori, il resto del mondo. Ma non è vero: il tuo universo non esisterebbe senza questo resto del mondo. Ricorriamo al potente strumento degli “affari propri”, per non voler affrontare qualche cosa che ci sembra troppo grande per noi. Invece, rafforzando le relazioni umane intorno a noi, anche i problemi complessi si possono affrontare».