«Viviamo in un mondo iperconnesso, ma sempre meno umano. Se non raggiungiamo l’altro per difendere la vita e ricostruire la speranza, allora la tecnologia è inutile. Noi cerchiamo di creare ponti, di accendere luci dove c’è il buio». Nelle parole di Francesca De Stefano c’è la sintesi di un impegno che non conosce sosta.

Francesca De Stefano ha lasciato il suo lavoro per dedicarsi alla missione sociale

La Fondazione Santo Versace, di cui è vicepresidente e anima operativa, nasce proprio da qui: dall’incontro tra due visioni del mondo che si sono riconosciute. Da un lato Santo Versace, l’uomo che ha contribuito a tracciare i contorni del Made in Italy nel mondo, fondatore di Altagamma, che raggruppa le imprese dell’alta industria culturale e creativa italiana. Dall’altro lei, Francesca, giurista e avvocata, che a un certo punto del cammino ha scelto di svestire la toga per abbracciare la missione sociale.

Lei e il marito promuovono interventi per le persone più vulnerabili

Il loro è un amore che è germogliato su tanti fronti, dando vita a un percorso strutturato che oggi promuove interventi in Italia e all’estero per i più vulnerabili: detenuti, donne vittime di tratta, madri in difficoltà e bambini che crescono nella marginalità. Molti progetti fioriscono nelle carceri, dove la Fondazione lavora per offrire strumenti reali di riscatto, nella convinzione che non si possa rieducare una persona senza prima riconoscerne la dignità.

Loro credono nel potere della bellezza

Tra le iniziative più significative c’è “Abbracci in libertà”, un percorso itinerante nato a Bollate, Milano, per riqualificare gli spazi carcerari e trasformarli in luoghi luminosi, dove i figli dei detenuti possano riabbracciare i genitori senza il peso del trauma. «Il progetto nasce dall’osservazione di quanto possa essere difficile l’incontro tra un bambino e il suo genitore detenuto. Spesso avviene in spazi freddi, punitivi, non pensati per l’infanzia. Noi crediamo molto nel potere della bellezza. Per questo abbiamo pensato di riqualificare alcune aree all’interno degli istituti penitenziari e dedicarle proprio a questi incontri».

Il progetto nato a Bollate ora è stato portato anche a Rebibbia

Il progetto ora prosegue a Rebibbia, a Roma.

«Ma l’idea è la stessa: tutelare i bambini, proteggere quel momento tra genitori e figli. Anche il format è il medesimo: riqualificare uno spazio con un parco giochi e un’area d’incontro. Questa volta dedicati ai papà. Ogni carcere ha la sua particolarità e noi ci mettiamo in ascolto dei bisogni specifici. Quelli dei bambini, che non devono scontare nulla. E quelli dei genitori, che spesso vivono questi momenti con un forte senso di inadeguatezza».

All’inaugurazione era presente Alessandro Gassmann.

«Quando gli abbiamo parlato del progetto, ha dato subito la sua disponibilità, e ne siamo onorati. Ci sembrava importante avere accanto un uomo che potesse raccontare il senso di questa iniziativa dal suo punto di vista di padre. La sua presenza testimonia quanto sia vitale proteggere a tutto tondo la genitorialità e quindi i momenti d’incontro tra padri e figli, offrendo una sintesi profonda sull’importanza di restare umani anche dietro le sbarre».

Molte attività della Fondazione si svolgono nelle carceri

Molti dei progetti della vostra Fondazione riguardano il lavoro nelle carceri.

«È il cardine di tutto. I dati lo dimostrano: quando una persona detenuta ha la possibilità di lavorare e di acquisire competenze spendibili una volta fuori, la recidiva si abbatte in modo drastico. Noi insistiamo molto sull’offerta di opportunità di lavoro vero. La pena, come dice la nostra Costituzione, deve tendere alla rieducazione. Ma, prima di rieducare, bisogna riconoscere la dignità della persona. Dare un’identità nuova a chi ha sbagliato».

Quali percorsi concreti state portando avanti?

«Abbiamo sostenuto laboratori di sartoria come “Made in Carcere”. Un altro dei più belli riguarda la produzione di ostie per la liturgia, che sosteniamo con la Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti di Arnoldo Mosca Mondadori: l’idea che il lavoro di un detenuto possa diventare Eucaristia è simbolicamente molto forte. Abbiamo anche avviato percorsi di formazione per tecnici del suono, con il progetto “Un’altra musica”. Si tratta di una professione oggi molto richiesta e ci sembrava importante nell’ottica di garantire un futuro reale».

Uno dei progetti di Francesca De Stefano e Santo Versace è per le madri keniane

Il vostro impegno non si limita all’Italia.

«Il nostro primo progetto internazionale ci porta nella periferia di Nairobi e si chiama “Il miracolo della vita – Tabasamu la Mama”. In swahili significa “il sorriso della madre quando guarda il suo bambino”. Accogliamo le madri coi loro figli, spesso ragazze giovanissime che hanno vissuto storie terribili di violenza e abbandono. Nella nostra casa ricevono supporto psicologico, accompagnamento alla genitorialità e un percorso di recupero. Poi cerchiamo di inserirle nel mondo del lavoro, affinché possano ricostruirsi una vita dignitosa».

C’è un filo rosso che lega tutti i progetti della Fondazione?

«La nostra fede. Io e Santo crediamo profondamente che il nostro compito sia stare accanto ai più fragili. Per noi queste persone sono fratelli. Cerchiamo di fare per loro ciò che vorremmo fosse fatto per noi. E ciò significa accoglierli, farli stare nel bello, restituire dignità e speranza».

C’è anche una motivazione più personale dietro questo impegno?

«Io e mio marito non siamo diventati genitori. A un certo punto ho deciso di non insistere più, ho pensato che forse ci attendeva un altro progetto. E in effetti abbiamo trovato tantissimi figli: sono le persone che incontriamo nel nostro lavoro, con molteplici storie e provenienze. Non tutti possiamo avere tutto nella vita, ma siamo in grado di dare moltissimo. E spesso riceviamo ancora di più».

Lo scopo della Fondazione è costruire ponti e dare speranza

Lavorando ogni giorno accanto al dolore, cosa si impara sulla natura umana?

«Che la fragilità appartiene a tutti. Ci sono persone per cui è più visibile, come i detenuti. Ma in realtà ciascuno di noi porta dentro la propria vulnerabilità, una propria guerra privata. Incontrare persone che hanno attraversato il dolore, e riescono a reagire, ti costringe a fare un esame su te stessa. Ti spinge a migliorare ogni giorno».

Che effetto fa lavorare per ricostruire vite, quando il mondo in fiamme ne cancella a migliaia?

«È un periodo molto buio. Non esiste ragione al mondo che possa valere più della vita umana. Quando vedo bambini, anziani, civili morire, penso che sia una sconfitta dell’umanità intera. Quello che possiamo fare noi è cercare di accendere piccole luci, costruire ponti, creare speranza dove sembra non essercene. È ciò che proviamo a fare ogni giorno, con tutta la nostra passione».