«Le mestruazioni sono un fenomeno affascinante, che contraddistingue la specie umana e poche altre. Ma il processo scientifico e la definizione di patologia sono influenzati dalla cultura. Resta ancora molto da scoprire sul ciclo, perché per secoli i medici sono stati uomini: è un portato storico». Eugenia Alleva, 32 anni ricercatrice di Intelligenza artificiale e ginecologia, cerca appunto di ampliare queste conoscenze al Mount Sinai Hospital, il più grande ospedale di New York, dove coordina un team di ingegneri, medici e data scientist che usano l’AI per capire e prevenire le malattie ginecologiche.

Intervista a Eugenia Alleva

Come è passata da Milano agli Usa?

«Mi sono laureata in Medicina al San Raffaele. Mentre studiavo, mi sono appassionata alla ginecologia e contemporaneamente ho iniziato a studiare coding. Una notte in cui stavo facendo la guardia medica ho digitato online: “Cosa può fare un medico senza fare il medico?”. Così ho scoperto la digital health, un concetto sconosciuto nel 2018, e mi sono iscritta a un master in Sanità digitale all’Hasso Plattner Institute di Potsdam, in Germania, dov’ero l’unica dottoressa italiana. Un posto pazzesco: un piccolo MIT europeo, in cui c’era qualunque apparecchio tecnologico potessimo desiderare. Dopo 2 anni di master mi è stato offerto un lavoro a New York».

Eugenia Alleva con l’Intelligenza artificiale studia il flusso mestruale

Di cosa si occupa ora?

«Sto elaborando due modelli di Intelligenza artificiale focalizzati sul flusso mestruale abbondante: uno è per le pazienti, uno per i medici. Il primo analizza i dati raccolti dai wearable device delle donne e dalle loro successive interviste: così partecipano alla costruzione del percorso terapeutico e possono avere informazioni sul proprio stato di salute. Il secondo si integra nel sistema ospedaliero e combina dati da fonti diverse: esami di laboratorio, immagini ecografiche, note cliniche. L’obiettivo è creare una sorta di schema di cosa è patologico e cosa no, aiutando i medici non specialisti, che spesso non si ricordano neppure di indagare il ciclo, a fare una valutazione globale della salute di una donna, identificando anche se il flusso è troppo abbondante».

Ma un dottore non può chiederlo direttamente alla paziente?

«È molto difficile valutare cosa si intende per flusso abbondante: ci sono donne certe di averlo e invece non è così, altre convinte di essere nella normalità quando è il contrario. Costruire uno strumento che definisca i termini del problema aiuta ad averne consapevolezza nel rispetto della privacy».

Perché è un problema avere mestruazioni abbondanti?

«Oggi una donna ha in media 450 cicli mestruali nella vita, nel 1700 erano tra i 50 e 150. Si sono moltiplicati per varie ragioni: per esempio, mangiamo meglio e quindi affrontiamo il menarca prima e la menopausa più tardi di un tempo. Questo aumento, però, ha pesanti implicazioni sulla salute, specie se si perde molto sangue. Eppure mi sono sentita dire che è un tema “di moda”, non qualcosa da studiare».

Il flusso abbondante è un problema che riguarda una donna su tre

Invece?

«Invece questo problema, che riguarda circa una donna su 3, provoca carenza di ferro: ancor prima dell’anemia, significa stanchezza, difficoltà di concentrazione e perdita di giorni di lavoro o studio. Quando il tema viene affrontato, lo si fa solo per motivi economici: con il ciclo abbondante sei meno produttiva e stai a casa. I dati dicono che, se riducessimo le assenze legate al ciclo, guadagneremmo un trilione di dollari l’anno in produttività. Ma per me è più di una questione economica: è un tema biologico, perché affrontare i disturbi del ciclo è la chiave per farci vivere in condizioni migliori».

In che senso?

«Le donne in genere vivono più a lungo degli uomini, ma, secondo le statistiche, il 25% del tempo lo fanno in condizioni sub-ottimali, cioè stando male. Questo malessere si concentra proprio negli anni riproduttivi, a causa di sindrome premestruale, sensibilità ormonale, flusso eccessivo, endometriosi. Dovremmo quindi studiare l’impatto fisico e biologico delle disfunzioni mestruali per aumentare la qualità di vita negli anni fertili e per valutarne le conseguenze a lungo termine. Per ora non abbiamo abbastanza dati».

Grazie agli studi di Eugenia Alleva si possono avere dati utili per la salute delle donne

E qui intervenite voi.

«Sì. Grazie a un grant prestigioso (un finanziamento per la ricerca, ndr) posso sviluppare dei modelli basati sulle cartelle cliniche del Mount Sinai, che ha avuto 11 milioni di pazienti negli ultimi 10-15 anni. Cerco di ricavare set di dati, che amplieremo chiedendo alle pazienti di donarci quelli delle app che usano per tracciare il ciclo. Mettendo insieme dati clinici, valori sanguigni, evoluzione della salute nel tempo e storia riproduttiva, confidiamo di poter rispondere a molte domande sulla salute femminile».

Vuole fare delle mestruazioni il quinto segno vitale da monitorare regolamente, come la pressione o la temperatura, giusto?

«Sì. Sono il “sintomo” di processi complessi come la coagulazione del sangue o le difese immunitarie. Ma occorre imparare a capire dai segnali fisici se qualcosa non va. Al momento non esiste una lista di domande standard sulle mestruazioni e i medici non chiedono, trascurando aspetti importanti. Prendiamo l’emicrania: colpisce molto più le donne e nella maggioranza dei casi peggiora nella fase premestruale, in cui è più resistente alle terapie. Se il medico, valuta solo il mal di testa e non il ciclo, perché nemmeno ci pensa, gli manca un pezzo di analisi».

Si cerca anche di individuare i rischi associati alle mestruazioni dolorose

Lei si occupa anche di dismenorrea, ovvero di mestruazioni dolorose. Cosa studia?

«Il motivo per cui esiste un rischio vascolare associato alla dismenorrea. L’ipotesi è che la risposta agli stimoli stressanti, legata al sistema nervoso simpatico e parasimpatico, sia più attiva in chi patisce molto il ciclo. Questa iper-reazione a sua volta aumenta il rischio di infarto o ictus. Se negli uomini l’infarto dipende spesso da un’arteria ostruita, nelle donne si lega a un fattore esterno, come lo stress. Considerare il legame con la dismenorrea può migliorare la prevenzione».

Tra 2 anni e mezzo finirà il suo progetto. Tornerà in Italia?

«Tornerò, ma non so quando. È vero che negli Usa ci sono più possibilità, ma lavoro per un sistema sanitario in gran parte privato. In Europa contribuirei al bene della collettività. Il welfare pubblico è un valore da difendere».