«Il digitale sta rivoluzionando, a velocità folle, la storia del Pianeta e la nostra vita quotidiana. Il futuro si decide qui: le sfide sono innumerevoli, le opportunità sono straordinarie». L’espressione entusiasta di un bambino davanti a un dono da scartare e, insieme, la concentrazione dei tuffatori che stanno per buttarsi dal trampolino più alto: incontriamo il professor Luciano Floridi a Milano il 20 novembre, qualche minuto prima che salga sul palco di Orbits – Dialogues with intelligence, progetto ideato da lui e da Manuela Ronchi, ceo di Action Agency.

Luciano Floridi ha incontrato a Milano studenti da tutta Italia

Non un semplice convegno, ma un’esperienza immersiva, nata con l’obiettivo luminoso di accompagnare cittadini, leader d’azienda e giovani generazioni nella comprensione critica delle trasformazioni legate all’Intelligenza artificiale. Oggi è la giornata dedicata al confronto con i ragazzi. In platea 750 tra studenti e docenti, in rappresentanza di 150 scuole d’Italia.

È tra i massimi esperti di etica digitale

Regala a tutti un sorriso gentile, il professore: accolto con un tifo da stadio, si ferma a fare selfie, quasi in imbarazzo. E pensare che è tra i filosofi più influenti del mondo, pioniere della filosofia dell’informazione e dell’etica digitale, docente all’Università di Yale dove dirige il Digital Ethics Center, nonché titolare di cattedra all’Università di Bologna e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Sul suo visto per gli Usa si legge “O-1”: in pratica, la sigla riservata ai geni. Ed eccolo al Palazzo del Ghiaccio – dove un tempo si pattinava – camminare al nostro fianco su un terreno insidioso, pronto ad aiutarci a non cadere.

Professor Floridi, quando ha iniziato a interessarsi al digitale?
«Quando non lo faceva ancora nessuno, negli anni ’80. Io ero un 20enne e ho intuito che Internet avrebbe innescato una trasformazione di portata planetaria, non solo nella comunicazione. Ricordo il prof che mi diceva: “È una moda, lascia perdere”. Ma io ho tenuto duro: di fronte agli ostacoli, a me sale la voglia di superarli».

Secondo lui l’essere umano è capace di adattarsi alla tecnologia

Perché molte persone vedono l’Intelligenza artificiale con sospetto?
«Un certo disorientamento è comune, e neanche sbagliato. Avere timore aiuta a restare vigili, ad accorgersi di rischi e conseguenze. Chi non ne ha affatto pecca di superficialità: va a 200 all’ora in autostrada, convinto che ci penseranno gli altri a schivarlo. Ma come con il colesterolo, accanto alla paura buona, c’è quella cattiva, che paralizza e fa invecchiare mentalmente».

E come si supera la paura “cattiva”?
«Dando ascolto alla curiosità: basta provare a fare un paio di domande a un chatbot qualsiasi, scaricare un’app che sfrutta l’AI e giocarci un po’. L’essere umano ha una grande capacità di adattarsi alla tecnologia. Oggi diamo per scontati l’elettricità, il frigorifero, il forno a microonde, che ieri sembravano novità impensabili. Succederà lo stesso con l’Intelligenza artificiale».

Nel suo nuovo libro spiega a fondo l’Intelligenza artificiale

La differenza fondamentale (Mondadori) è il nuovo libro di Luciano Floridi

Nel suo ultimo libro La differenza fondamentale spiega cos’è, e cosa non è, l’Intelligenza artificiale.
«Il nome trae in inganno. L’AI non è e non sarà mai una forma di intelligenza: è, piuttosto, un tipo di agency, che significa letteralmente “capacità di agire”. È uno strumento potentissimo, una straordinaria fonte di risoluzione di problemi, ma non ha nulla a che vedere con una mente cosciente».

Chiarire questo equivoco ha un risvolto rassicurante.
«Spazza via la paura di dover interagire con un’entità indipendente, che potrebbe farci del male. Quest’ultima, però, è un’idea di Intelligenza artificiale da film di serie B, con i robot che dominano la Terra. Dobbiamo distogliere lo sguardo dagli scenari fantascientifici: rischiano di distrarci dai problemi reali che vanno invece affrontati e regolamentati, dalla violazione della privacy alle deepfake, ai pregiudizi che l’AI assorbe dai dati».

Qual è la preoccupazione maggiore nel riconoscere che l’AI è un’agency a intelligenza zero?
«Sottolinea la nostra responsabilità: siamo noi che dobbiamo imparare a gestirla. Indietro non si torna. C’è chi la userà per realizzare progetti incredibili e chi se ne servirà il minimo indispensabile, ma averci a che fare tocca a tutti. Per dirne una: Save the Children rivela che oltre il 40% degli italiani tra i 15 e i 19 anni consulta l’AI quando si sente triste e in difficoltà. È necessario che le famiglie siano preparate e consapevoli».

Anche per difendersi dalla disinformazione…
«Sì, ma guardiamo il lato positivo: controllare le informazioni oggi è infinitamente più semplice di un tempo e sapere che la disinformazione è un problema diffuso può spingerci a verificare anche ciò che prima, magari, davamo per vero senza porci dubbi».

Secondo Floridi l’AI è come un’auto di Formula 1 che dobbiamo imparare a guidare

C’è chi teme che l’AI decreterà la fine di una serie di mestieri.
«L’AI sta trasformando ogni aspetto della vita, anche il lavoro. È inevitabile che qualcuno resti indietro, come capitò ai maniscalchi con l’arrivo delle automobili. Bisogna acquisire nuove competenze, anche perché nasceranno professioni che oggi non esistono. A chi ha paura che “farà tutto l’AI” va detto che l’Intelligenza artificiale aiuta davvero solo chi le cose le sa già fare. È un’auto di Formula 1 che richiede un guidatore competente, altrimenti si finisce fuori strada».

Tra i vantaggi offerti dall’Intelligenza artificiale, ce ne segnala uno utile nella vita di tutti i giorni?
«Delegare all’AI seccature e incombenze quotidiane – dal modulo da compilare alla regolazione del termostato – libera tempo. La sfida è non reinvestirlo solo nel lavoro, ma usarlo meglio: per pensare, imparare, riposare, dedicarci a ciò che ci fa stare bene».

Occorre guardare all’AI con un approccio meno consumistico e più umano

In che senso con l’AI conta più il processo del prodotto finale?
«L’Intelligenza artificiale può produrre risultati impeccabili. Il valore, quindi, non sta più tanto nell’oggetto in sé, quanto nel percorso che fai per arrivarci, nelle tue scelte e idee. Forse questa visione ci aiuterà anche a uscire, almeno in parte, da una cultura consumistica, tutta centrata sul prodotto, per recuperare un approccio più umano e manifatturiero, tornando a chiederci da dove vengono opere e contenuti, chi li ha realizzati e per quale motivo. Proprio come una mamma che custodisce lo scarabocchio del figlio perché l’ha disegnato il suo bambino, non perché “vale”».

Ha detto: «Tutti dobbiamo collaborare alla costruzione del mondo che verrà». Ma in che modo?
«Da soli non si sposta nemmeno una macchina in panne: anche se la direzione è giusta, senza qualcuno accanto che spinge con noi non ci si muove». Allora, procediamo insieme, teniamoci stretti. E cerchiamo di non scivolare.