C’è un filo strettissimo che lega la giustizia di genere alla giustizia climatica: quando il clima impazzisce, a venire meno per prime sono proprio le possibilità delle donne di scegliere sul proprio corpo, curarsi, partorire in sicurezza, studiare. È una delle evidenze che ci si aspetta vengano stigmatizzate con forza alla Cop30, la Conferenza Onu sul clima che, fino al 21 novembre, riunisce governi e società civile a Belém, città-porta dell’Amazzonia brasiliana.
Alla Cop30 WeWorld presenta una ricerca su donne e clima
Una connessione implacabile che la ricerca On our Lands, On our Bodies, realizzata da WeWorld, che da oltre 50 anni lavora in più di 20 Paesi per i diritti di donne, bambine, bambini e giovani, e ARCO (Action Research for CO-development dell’Università di Firenze – PIN Polo Universitario di Prato) documenta con rigore. Condotta in tre contesti particolarmente esposti – nello stato semiarido del Ceará, Brasile, nelle contee di Isiolo, Kwale e Narok, Kenya, e sull’isola di Pemba, Tanzania, – chiede che il tema della salute e della giustizia sessuale e riproduttiva entrino a pieno titolo nel novero delle politiche climatiche.
Lydia Wanja Kingeru darà voce alle comunità e alle ragazze del Kenya

Ce lo spiega Lydia Wanja Kingeru, giovane attivista kenyana che alla Cop30 porta la voce delle comunità e delle ragazze: «Ho scelto di lavorare con WeWorld in vista della Cop30 perché i nostri obiettivi sono allineati: dare voce, in contesti globali, a esperienze locali e realtà quotidiane che restano confinate nei racconti interni alle comunità».
Avete definito l’approccio della ricerca “partecipativo, femminista e decoloniale”: cosa s’intende?
«L’approccio partecipativo serve a comprendere i contesti sociali, economici, culturali e politici e le strutture di potere “invisibili” dentro le famiglie e la comunità. L’ottica femminista riconosce l’intersezionalità delle vulnerabilità e dei fattori che influenzano l’azione climatica: livelli di istruzione, capacità economiche, norme culturali. Il taglio decoloniale sposta il potere dove serve di più, nelle comunità, valorizzando il sapere locale».
Quali dati mostrano meglio la connessione tra salute e diritti sessuali e riproduttivi, benessere e giustizia climatica?
«In molte zone la distruzione di strade e ponti, legata a eventi climatici avversi, ha impedito l’accesso alle cure, mettendo a rischio la salute materna e neonatale, con un aumento delle infezioni post-parto. Tante donne non hanno più potuto avere accesso alla contraccezione».
Lydia Wanja Kingeru denuncia i problemi creati dalla siccità
«Un altro elemento chiave è la siccità: spesso alle donne che chiedono di ricevere assistenza sanitaria, viene detto di portarsi dell’acqua con sé, cosa impossibile quando questa manca anche a casa. Poi, poiché sono spesso le principali caregiver, percorrono distanze enormi per procurarsi l’acqua e far fronte ai bisogni della famiglia: questi tragitti le espongono anche al rischio di subire violenze sessuali. Molte ragazze ricorrono al sesso transazionale per potersi procurare degli assorbenti. Le inondazioni, poi, contaminano le sorgenti, costringendo intere comunità a bere acqua sporca in mancanza di alternative».
C’è una storia in particolare che le è rimasta dentro?
«Mi ha colpito molto vedere donne e ragazze rinunciare alla propria vita sociale e studentesse lasciare la scuola per mancanza d’acqua e di condizioni adeguate per l’igiene mestruale. I decisori dovrebbero capire che, quando salta l’istruzione, salta un’intera generazione e vengono negati i diritti fondamentali».
C’è una stretta connessione tra genere, salute e diritti sessuali
La ricerca sostiene che per orientare un’azione climatica efficace è necessario “riscrivere” strutture sociali che condizionano ruoli di genere, poteri e controllo delle risorse. Perché?
«Quando le donne hanno il controllo sul proprio corpo e sulle risorse, possono impegnarsi nella leadership e in attività socio-economiche che migliorano condizioni di vita e benessere e promuovono la resilienza comunitaria. Le disuguaglianze, invece, perpetuano la vulnerabilità e spingono le donne ai margini».
Quali impegni concreti si aspetta da questa Cop30?
«Mi aspetto esiti centrati sulle persone. Spero che il programma stabilisca indicatori chiari che riflettano gli impatti differenziati della crisi climatica su bambine e bambini, giovani, donne, ragazze e persone con disabilità. Vorrei anche vedere emergere nelle discussioni un legame più forte tra genere, salute e diritti sessuali e riproduttivi, con attenzione alla salute materna, neonatale, infantile e adolescenziale, oltre che alla nutrizione: temi spesso trascurati o relegati sotto la macro-etichetta di “salute globale”».
Che ruolo giocano i giovani in questa battaglia?
«I giovani stanno guidando ovunque innovazioni e organizzazioni. Ma non tutti hanno uguale accesso a ruoli di leadership: le ragazze, le giovani donne e madri, soprattutto in insediamenti informali e aree rurali, sono ostacolate da barriere strutturali. Servono soluzioni mirate per sostenere questi gruppi, finanziamenti per la creazione di spazi sicuri nelle rispettive comunità».
Lydia Wanja Kingeru ha sentito presto il desiderio di occuparsi di clima ed effetti sulle donne
Quando è iniziato il suo attivismo?
«Nascendo in un villaggio, mi sono sentita subito profondamente connessa all’ambiente: sono cresciuta col pensiero dell’acqua, che serviva per coltivare, per aiutare mio padre con i vivai. La “scossa” è arrivata con la siccità: oltre ai danni alla nostra fattoria, mi ha colpito vedere molte donne recarsi di casa in casa, anche al tramonto, in cerca di cibo: trascorrevano giornate intere coprendo lunghe distanze, perché le loro famiglie contavano su di loro. Da allora il mio impegno è continuato in quel solco».
Come l’ha cambiata partecipare a questa ricerca?
«Mi ha confermato l’unicità di ogni storia e la necessità di ascoltare e amplificare tutte le voci. Oggi sono ancora più convinta che il cambiamento sia possibile: canalizzare la tenacia delle donne in percorsi di advocacy, leadership e iniziative guidate dalla comunità può rafforzare la resilienza collettiva e accelerare il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile».
Ecco i dati della ricerca
La ricerca di WeWorldevidenzia l’impatto della crisi climatica sulla salute e sui diritti sessuali e riproduttivi delle donne in contesti vulnerabili. In Kenya, per esempio, il 91% delle intervistate denuncia una maggiore difficoltà nell’accedere ai servizi sanitari e il 64% nel reperire cibo a causa dei raccolti scarsi. In Tanzania l’81% spiega di dover percorrere lunghe distanze per procurarsi l’acqua. La richiesta politica è chiara: integrare il tema della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi nelle politiche sul clima.