Mariavittoria e Francesca Rava sono due sorelline che giocano, sognano e si fanno promesse. Non si lasceranno mai, si dicono. Quando crescono, questa promessa diventa altro, perché la vita è imprevedibile: nel 1999 Francesca muore in autostrada mentre torna da una gara di sci, ha 26 anni. Mariavittoria, che oggi fa l’avvocata, dà vita l’anno dopo a una Fondazione in suo nome, «ma anche con la sua presenza dentro di me. Perché quella promessa non l’abbiamo mai infranta» scrive nell’introduzione di Ti cercherò per sempre. La storia di due sorelle e della Fondazione Francesca Rava di Claudio Guerrini (Piemme): un memoir in cui l’antica ferita ha assunto un’altra forma.

In un libro Mariavittoria Rava ricorda la promessa fatta alla sorella Francesca

La copertina del libro Ti cercherò per sempre.La storia di due sorelle e della Fondazione Francesca Rava di Claudio Guerrini (Piemme)

Ti cercherò per sempre, il libro (Piemme) in cui Claudio Guerrini parla delle sorelle Rava e della Fondazione Francesca Rava

La Fondazione aiuta bambini e adolescenti in condizioni di disagio, le donne fragili e i nuclei familiari in Italia, a Haiti e nel mondo con l’adozione a distanza, i progetti di sensibilizzazione e quelli di volontariato (nph-italia.org). Ed è così, in ogni bambino che riceve aiuto e in ogni gesto donato a chi ha bisogno, che Mariavittoria ritrova la sorella e attrae l’amore altrui. Quello delle persone che supportano i progetti e fanno parte di quell’esercito del bene che nel libro viene raccontato tra testimonianze e diari. Da Corrado Formigli a Martina Colombari, da Arisa a Fiorello.

Le storie del libro possono essere di conforto per chi soffre

Mariavittoria Rava, 55 anni, ha trasformato il ricordo di Francesca in azione e questo libro ne è la prova. «In realtà, non l’avrei mai voluto scrivere» dice. «Non amo parlare di me stessa e non è facile raccontare di mia sorella: la sua storia è piena di amore, ma anche di dolore. So però che c’è molta gente che soffre, magari leggendo le storie degli altri potrebbe trovare conforto. È per questo che l’ho voluto pieno di voci. Siamo una grande famiglia e chi decide di entrare a farne parte non ci lascia più».

Molti vip e tantissimi giovani supportano la Fondazione Francesca Rava

Oltre a tanti testimonial, avete molti giovani che partecipano ai campi di volontariato nel mondo.

«Sì, è venuta anche la figlia di Fiorello. Hanno storie bellissime, ma che nessuno conosce: è giusto condividerle».

Avete appena festeggiato i 25 anni della Fondazione: che bilancio farebbe?

«Uno che supera le previsioni. Spero che raccontarlo possa dare speranza a chi ha avuto un lutto. Nella nostra epoca il male grida perché c’è tanto odio in giro. Il bene, invece, è spesso silenzioso».

Cosa fa la gente in silenzio?

«Pratica l’amore, ma non quello romantico. Per me l’amore è responsabilità, prendersi cura. Io l’ho imparato da padre Watson, il fondatore di Nuestros Pequeños Hermanos, una ong che ha costruito orfanotrofi e ospedali in 9 Paesi dell’America Latina e ha accolto oltre 20.000 bambini. È dentro questo amore che ritrovo mia sorella».

Mariavittoria Rava ritrova la sorella nei sorrisi delle persone che incontra con la Fondazione

Le sorelle Mariavittoria e Francesca Rava da bambine
Mariavittoria e Francesca Rava ritratte da bambine

Chi era Francesca?

«Una ragazza che aveva un’energia potente. Il suo amore per la vita e le persone era esplosivo come una bomba atomica. È stato questo amore a spingermi a creare la Fondazione, il mio gesto più incosciente».

In che senso?

«La nostra era una famiglia normalissima. Abbiamo usato i soldi della liquidazione di Francesca e quelli raccolti dai suoi colleghi per dare vita a un progetto che allora mi sembrava necessario. Come dice il titolo del libro, ho sempre cercato mia sorella negli sguardi e nei sorrisi delle meravigliose persone che ho incontrato. E l’ho trovata».

Ogni ora ad Haiti due bambini muoiono per malnutrizione e malattie curabili, uno su quattro non va a scuola. Voi avete realizzato l’N.P.H. Saint Damien, l’unico ospedale pediatrico dell’isola, che assiste 80.000 bambini l’anno. Lo supportate, fate formazione con i medici italiani: è un bel risultato.

«Mia sorella accompagnava ogni anno i piccoli a Lourdes. Dopo la sua morte, io sono andata al suo posto solo una volta. Poi ho iniziato a dare consulenze legali gratuite e a contattare associazioni che lavorano per i bambini e le madri. È nata così l’idea dell’ospedale ad Haiti, che ha resistito pure ai terremoti. Dico grazie alle persone che ci hanno creduto: abbiamo avuto tanti piccoli contributi, nessuna donazione miliardaria. Non servono necessariamente opere gigantesche, anche a piccoli passi si può andare lontano».

Cosa ha capito in questi anni?

«Spesso le persone ragionano con i numeri. In realtà, cambiare la vita anche di un solo bambino è un gesto enorme. Oggi uno, domani un altro, dopodomani ancora un altro».

Si è mai scoraggiata?

«Succede, certo. Soprattutto nei momenti in cui la raccolta fondi è più lenta. Quando sono in crisi, però, chiudo gli occhi e penso a Roseline, arrivata nel nostro orfanotrofio quando era una bambina impaurita. Oggi è forte e coraggiosa, conosce quattro lingue ed è diventata il braccio destro di padre Rick Frechette, un prete che ha deciso di non dare solo l’estrema unzione nell’ospedale di Haiti, ma anche di curare quei bambini. Si è laureato in Medicina, è diventato il direttore e oggi accoglie tutti. Paga solo chi può permetterselo».

Grazie ai figli di Mariavittoria sono nati i campus di volontariato

Roseline era una bambina che non avrebbe potuto pagarsi le cure e oggi è lì in un’altra veste.

«Per questo, quando sono triste, penso che, se lei non ha mai mollato, non posso nemmeno io. Io sono la sua sorella bianca, lei è la mia sorella di Haiti».

Mariavittoria, lei è anche madre di due figli.

«È grazie a loro se sono arrivati in Fondazione i progetti legati ai campus di volontariato. Si svolgono per due settimane in estate e sono rivolti ai ragazzi, ma anche a intere famiglie. Si parte per costruire case, allestire orti. E imparare il sentimento più contagioso, che stiamo dimenticando: l’amore gratuito».